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Intervista a Nicola Tranfaglia

Nicola Tranfaglia racconta la Storia degli editori italiani. Dall'Unità alla fine degli anni Sessanta. Per approfondire alcuni temi e per meglio capire gli intenti degli autori abbiamo intervistato Nicola Tranfaglia, la cui competenza di storico e di intellettuale da sempre attivo nel dibattito civile e culturale italiano arricchisce il saggio di passione e di impegno oggi piuttosto rari.


Per uno storico, quale lei è, che cosa ha significato intraprendere uno studio sull’editoria?
Q uest’idea è nata in me molto tempo fa. Avevo già scritto dei singoli saggi che parlavano di case editrici o di storia della cultura editoriale poi, andando avanti nel tempo, ho constatato che in Italia mancava assolutamente un’opera che introducesse e raccontasse la storia degli editori italiani e che potesse costituire la cornice di successive ricerche più analitiche che s’hanno da fare. Se non si riusciva ad arrivare a una prima opera di questo genere, il mio timore era che questa ricerca, che secondo me è fondamentale (intendendo la storia dell’editoria come un pezzo importante di quella della cultura nazionale), corresse il rischio di non essere intrapresa. È difficile infatti fare la storia di un singolo editore se non si hanno almeno alcune idee chiare sul quadro entro cui l’impresa editoriale si colloca e per questa ragione ho pensato che farlo fosse utile, sia per i giovani che per tutti quelli che vogliono accostarsi a questo mondo.

Nel saggio iniziale traccia delle linee guida che permettono di meglio capire il cammino culturale del nostro paese.

H o fatto uno sforzo per scrivere un saggio non troppo lungo e non troppo paludato, per avvicinarmi a un numero il più ampio possibile di lettori e per indicare quelle che ho chiamato le caratteristiche, le peculiarità dello sviluppo editoriale in Italia. La nostra è un’editoria europea, ma ogni paese ha delle caratteristiche particolari: per quanto riguarda l’Italia queste sono abbastanza evidenti. Ho parlato dei problemi dell’alfabetizzazione e dell’acculturazione degli italiani che si sono realizzate in un processo molto lento. Poi ho parlato dei problemi della scuola e della sua incapacità di trasmettere il piacere, invece del dovere della lettura (non credo che si possa spingere alla lettura con il dovere, ma solo con il piacere). Molto importante è anche il problema della distribuzione. Noi siamo un Paese con certe caratteristiche, con certi canali di vendita e ancora oggi se non si è dei grandi editori (i quattro, cinque grandi gruppi) si ha difficoltà a far arrivare libri, anche belli, in giro per l’Italia. A me è capitato più volte, (io sono un lettore particolare e, anche per il lavoro che faccio, leggo davvero un po’ di tutto), al Salone del libro di Torino, di trovare degli editori di cui non avevo mai sentito parlare. E se questo capita a me, figuriamoci a chi non fa un certo tipo di mestiere…

L’editoria odierna risente ancora, a quanto mi sembra di capire dal suo saggio, dell’eredità negativa del periodo fascista.

S ì perché il periodo fascista, intendendo gli anni Trenta e Quaranta soprattutto, è stato il periodo in cui si è realizzata l’industrializzazione della cultura e in particolare dell’editoria: proprio allora si sono poste le basi della società di massa. Certo, guardando all’editoria di oggi, da una parte c’è la difficoltà grande della distribuzione di cui soffrono i piccoli, ma anche i medi editori, dall’altra non si è realizzato ancora un rapporto fecondo tra l’editoria e la scuola, che invece andrebbe curato e, direi più in generale, tra l’editoria e le istituzioni nel loro complesso, dall’altro ancora, pur essendoci una grande vivacità di piccolissimi editori, molti di questi purtroppo durano poco, intraprendono anche produzioni di grande interesse ma non riescono a sopravvivere. Di fronte a questo ci sono alcuni che stanno perdendo il “gusto” di fare gli editori e si preoccupano esclusivamente del best seller.

Gli editori in Italia hanno avuto anche la funzione di promotori culturali, soprattutto nel dopoguerra.

N on c’è dubbio. Nel mio saggio parlo spesso dell’editoria scolastica, ma posso dire adesso che andrebbe fatta una storia a parte di questo particolare tipo di editoria che ha avuto grande importanza in certi periodi storici, così come è successo per l’altro tipo di editoria: hanno portato la cultura europea in molti ambienti e in molte città in cui non c’erano precedenti al riguardo. Pensiamo al fatto che i nostri editori hanno sempre tradotto molto da tutto il mondo.

Oggi c’è una ripresa? intravede un nuovo sviluppo al di fuori dei grandi gruppi?

Q uesta è la mia speranza, perché sono convinto che possa accadere che un numero maggiore di italiani legga di più, speranza legata anche al fatto che stiamo avviandoci a due grandi riforme della scuola e dell’università che potrebbero favorire la lettura, così come potrebbe anche esserci una sorta di sazietà della televisione che mi sembra di intravedere.

Lei è il Preside della facoltà di Lettere dell’Università di Torino, città che è la sede storica della più importante manifestazione libraria nazionale. Ci dica qual è la sua opinione sull’ipotesi, così discussa, di uno spostamento della Fiera del Libro a Milano?

I l libro ha bisogno del maggior numero possibile di manifestazioni. Penso che a Milano si potrebbe fare qualcos’altro, magari con peculiarità differenti rispetto a Torino e le due cose potrebbero coesistere. Milano è la capitale indiscussa dell’editoria, Torino, a sua volta, ha una grande tradizione editoriale e ha avuto per prima l’idea di mettere in piedi un Salone che anche quest’anno è andato molto bene. Stempererei la polemica: d’altra parte all’ultima Fiera del Libro di Torino nel dibattito sul libro di cui stiamo parlando c’erano sette editori, tra i quali anche il direttore generale della Mondadori, Ferrari, a cui il mio libro è piaciuto, e che ha detto pubblicamente che l’anno prossimo la Mondadori tornerà.




Di Grazia Casagrande




9 giugno 2000