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Antonio Tabucchi

Tabucchi racconta il suo Tristano

Je suis la plaie et le couteau !
Je suis le soufflet et la joue !
Je suis les membres et la roue,
Et la victime et le bourreau !

da L'Héautontimorouménos
(Les fleurs du mal di Charles Baudelaire)


Antonio Tabucchi presenta l’ultimo romanzo con due amici suoi ospiti: Davide Benati, pittore e Bernard Comment, scrittore svizzero, traduttore in francese di Tristano muore.


Bernard Comment

Tabucchi non ha traduttori in Francia. Scrive direttamente in francese e il testo è successivamente tradotto in italiano come nel caso di Requiem scritto in portoghese.
Tracciamo brevemente il percorso di questo libro: il titolo Tristano muore. Perché “Tristano” e perché il presente del verbo morire?

Antonio Tabucchi

Tristano (sono felice che si sia mantenuto il nome italiano anche nella versione francese, come vorrei che rimanesse anche nelle altre lingue in cui il libro verrà tradotto) non nasce dalle leggende medioevali, né ha nulla di wagneriano. È un omaggio a Leopardi, è il Tristano delle Operette Morali, è la figura di colui che guarda il mondo con grande scetticismo, pessimismo e con grande amarezza. Comunque è un personaggio leopardiano a cui sono molto affezionato. Da qui il nome.
Il verbo “muore”: in effetti è un presente un po’ strano, elastico e dilatato. È un presente che dura un mese intero, quello dell’agonia di Tristano. Stavo cercando una maniera per far sì che il momento della morte non fosse soltanto quell’attimo ineffabile in cui si cessa di respirare, si lascia il cadavere e noi siamo altrove, se c’è un altrove o un dopo per noi. Volevo cercare un verbo che indicasse che Tristano muore in ogni pagina di questo libro. E allora ho trovato questo presente che è una sorta di passato remoto, ma anche un “è morto” e un “sta morendo in continuazione”. Una sorta di presente che si allunga, di elastico che si tira. Poi questo elastico si stende fino al punto estremo di tensione e di rottura e nell’ultima pagina Tristano muore davvero.

Bernard Comment

Ma Tristano sa che morirà? Ha l’intuizione, o la consapevolezza, che alla fine di agosto capiterà? Sa dominare questo ultimo tempo e questo ultimo mese?

Antonio Tabucchi

Sì, è come se fosse padrone del suo inquilinato, sa di avere una scadenza: alla fine di agosto sarà espulso dalla vita, gli verrà dato lo sfratto dall’esistenza. Però è come se avesse la consapevolezza che fino alla fine di agosto il contratto con la vita è ancora valido, per quello che può essere la sua esistenza in quelle condizioni, e allora utilizza quella vita residua per ciò che in essa può funzionare, cioè il respiro. Tristano respira e quindi parla. La voce è respiro, è modulata su di esso, è una creatura vivente perché è un fatto biologico e finché può respirare parla e rivendica addirittura la superiorità della sua voce su ciò che lo scrittore poi farà delle sue parole. Stabilisce quindi una sorta di palese conflitto fra voce, ossia oralità, e scrittura. E questo viene molte volte esplicitato perché noi si sappia che ne è consapevole e che rivendica lo statuto di superiorità della voce rispetto alla scrittura, anche se poi paradossalmente chi vince è la seconda perché senza di essa Tristano non ci sarebbe e senza la scrittura non ci sarebbe nemmeno la nostra civiltà. Però all’inizio è voce. “In principio è il verbo” e tutta la cultura occidentale nasce grazie alla voce. Il mito greco più antico è quello orfico che mostra come la voce abbia una potenza che la scrittura non ha e goda di attributi e privilegi a cui la scrittura non ha accesso. In sintesi questo mito parla di colui che, con la sola potenza della voce, vince i mostri dell’Ade, entra negli inferi, recupera Euridice, possiede insomma la capacità di svegliare i morti. La voce è una evocazione: ex vocare vuol dire chiamare fuori e si chiama con la voce. E questo statuto resta: se un capo di stato o il Papa devono fare un annuncio non mandano un sms, il sacerdote quando celebra il rito parla, il medium se deve evocare un fantasma o un morto usa le parole. Quindi alla voce resta attribuito comunque uno statuto superiore alla scrittura. E Tristano rivendica questo attraverso tutta la sua faticosa respirazione.

Bernard Comment

Per raccontare, o non raccontare, la sua vita, Tristano, questo vecchio signore sdraiato nel letto, ha lo spazio di un mese. A un certo punto parla di una giornata che ha il “sapore” del settembre, come se avesse paura di superare il mese di agosto. È lui ad essersi dato un periodo limitato per arrivare alla fine?

Antonio Tabucchi

Il giallo attuale delle foglie dice un poeta. Anche simbolicamente, se si vuole, è un’appartenere al ciclo delle stagioni. Per quanto moribondo, per quanto rosicato dalla cancrena comunque Tristano mantiene questa voglia di vivere nella carne martoriata dalla malattia. La carne, il corpo… Quest’estate leggevo una poesia di Wislawa Szymborska che parla del corpo: il corpo è sempre qui, l’animula vagula a volte c’è a volte no, ma il corpo è testardo, è con noi dalla nascita alla morte. Dice la poetessa: è così fragile, c’è un sottile strato di pelle e poi subito il sangue, e come fa male quando qualcuno lo tortura, quando lo tocchiamo, quando una malattia ci assale. È il santuario e Tristano lo sa. È la sua vita e finché ce l’ha, anche se ridotto malamente, la rivendica a tal punto che a volte sente gli stessi desideri della carne, peraltro impossibili, di quando era giovane. Perché il desiderio resta, è l’ultima cosa a morire. Poi arriva l’autunno e l’inverno. E lui se ne vuole andare.

Bernard Comment

Non è un agosto qualunque, è l’ultimo agosto del secolo e del millennio. Vuoi dire che con Tristano sparisce qualcosa di più importante e generale?

Antonio Tabucchi

Tristano fa anche una specie di testamento. È una sparizione, ma anche un lascito. Quando fa questa lunga confessione in cui racconta tutta la sua disordinata vita, dice praticamente allo scrittore: il montaggio fallo tu, io ti lascio la pellicola girata. Però è anche una maniera di farsi capire, o di capire lui stesso, il senso della sua vita, ma allo stesso tempo è anche una volontà testamentaria, un lascito, un legato. A volte è una specie di “testamento all’incontrario” del medioevo: molti non avevano nulla da lasciare se non le proprie piaghe e questi sono i testamenti all’incontrario della nostra tradizione medioevale che venivano detti nelle piazze o sui sagrati delle chiese dai menestrelli e dagli studenti durante il carnevale. Tristano fa un po’ così.

Bernard Comment

Quando ho letto per la prima volta Tristano ho subito pensato a Requiem che si svolge ad agosto a Lisbona, essenzialmente di giorno e all’aperto. Invece Tristano è sempre nel buio, ha quasi paura, fobia della luce del giorno e la finestra si apre solo dopo la sua morte. Perché questo tema del grande caldo in questi libri che hanno un rapporto diretto con la morte?

Antonio Tabucchi

A me piace il caldo, sono un uomo del sud e preferisco l’estate all’inverno.
Requiem è un libro pieno di fantasmi dove è costante una presenza funebre.
Tristano ha vissuto una vita molto piana, ha amato. Le donne del suo passato, che magari non riesce più a identificare perché tutto ormai è diventato gelatinoso nella sua memoria, sono diventate un’unica figura ma lui le ha amate anche con i sensi e con la verità del corpo, dunque c’è anche una pienezza di sensualità. Allora pensavo che per noi latini i fantasmi sono notturni mentre nella Grecia classica appaiono a mezzogiorno e con il fantasma meridiano c’è anche la sensualità: le ninfe e i fauni corrono sulle spiagge della Grecia proprio a mezzogiorno. Quindi probabilmente nei due libri ci sono le due diverse espressioni, ma erano inconsapevoli. Fuori dalla stanza di Tristano si sente respirare l’estate, il caldo, le cicale, la luce abbagliante ma nello stesso tempo è anche vero che tutto è brodo di cultura dove i vermi vengono meglio.

Bernard Clement

Dunque il caldo è la vita?

Antonio Tabucchi

Sì, e d’altronde non ci sarebbe caldo senza microbi. In uno dei grandi romanzi del Novecento La coscienza di Zeno, nella pagina finale, il delizioso nevrotico Zeno Cosini a un certo punto immagina il mondo, lui che ha paura delle malattie, privo di microbi, pulito. Ma il mondo privo di microbi è privo di vita, è il day after dopo la bomba atomica, perché la nostra vita pullula di microbi; l’importante è cercare che non prevalgano, ma senza il plancton non ci saremmo.

Davide Benati

Sono un pittore e ricordo che l’amicizia con Tabucchi è nata nell’84 ai tempi di Notturno Indiano. In quel libro una prepotente immagine mi ha legato a lui perché l’ho condivisa, vissuta e ho sentito incredibilmente il fascino della scrittura che evoca immagini. Per quel che riguarda Tristano c’è un piccolo precedente che ci lega. Proprio a Mantova, qualche anno fa, eravamo alla Casa del Mantenga a parlare del libro Si sta facendo sempre più tardi che Antonio mi aveva dedicato e ricordo che, non avendo parole adatte, sono stato costretto a rispondere con immagini. Parlando di quel libro, 17 lettere più una finale che tira le fila di tutto, ho risposto con altrettante evocazioni pittoriche. Per esempio la prima lettera era uno splendente limpido acquarello, tecnica così facile all’apparenza perché è veloce e trasparente ma in realtà è feroce e se fai un errore non puoi più coprirlo. Così un’altra lettera evocava un delirio di scrittura e mi ricordava un quadro di Pollock con lo sgocciolamento del colore. Ho pensato a lungo a Tristano e devo dire che la cosa che mi ha inquietato maggiormente è la figura dello scrittore che viene chiamato a testimoniare il suo delirio perché non sta testimoniando niente è Tristano che continua a raccontare.

Antonio Tabucchi

È molto bello quando un libro viene visto da chi esercita un altro tipo di arte e un altro linguaggio, ne nascono molte letture. In questo libro ho dovuto svolgere due ruoli, ho dovuto essere simultaneamente colui che parlava e colui che ascoltava. Ma entrambi non sono io, sono tutti e due personaggi: Tristano è un mio personaggio, non sono io; anche colui che ascolta e non dice mai una parola è un personaggio e anche quello non sono io. Comincio a diventare io allorché, nell’ultima pagina, Tristano dice allo scrittore: “Vedi quella fotografia sul comò? Era mio padre, prendila e mettila nel tuo libro”. A quel punto lo scrittore che ascoltava mi ha dato il suo libro, io l’ho preso e ci ho messo il mio nome. Ma la scrittura è anche questo: una serie di passaggi di testimonianze. Si è spesso seriali quando si scrive, ora personaggio ora noi stessi, è un gioco a nascondino e sarebbe molto difficile l’andare a cercare esattamente nelle pieghe di questi scambi di persona. C’è stato un momento in cui la critica letteraria, quella più formalista, ha decretato la morte dell’autore, privilegiando il testo. Come se l’autore non ci fosse più. Da una parte nella sua radicalità sbagliava, per un altro verso aveva una sorta di ragione perché l’identità dello scrittore è molto fluida. Un testo diventa autoriale solo quando ci si mette il proprio nome. Però in questa autorialità c’è tutta una serie di necessarie spersonalizzazioni. Chi testimonia per il testimone? se lo scrittore era colui che ascoltava (e che era quel mio personaggio che mi ha passato la sua storia), la storia che aveva ascoltato l’ho poi scritta io e a modo mio. E chi testimonia che io ho rispettato quello che mi aveva detto lo scrittore? e chi può testimoniare che lo scrittore che aveva ascoltato ha rispettato effettivamente quello che gli diceva Tristano? Ho l’impressione che comunque la storia della nostra civiltà sia fatta di questo. A un certo punto è necessario stabilire una convenzione e fare un patto. Se non lo facciamo la civiltà non esiste più. Si può mettere in dubbio tutto e a un certo punto dobbiamo solo dire: ci credo.

Bernard Clement

Questo dubbio sulla testimonianza percorre tutto il libro. Anche il sottotitolo indica che questo libro è un libro di paradossi: Tristano muore, sottotitolo Una vita. Un vecchio signore, eroe della patria, fa venire uno scrittore a casa sua per il mese di agosto per raccontargli la sua vita. Quel più o meno giovane scrittore ha già scritto una biografia romanzata sulla figura di Tristano e non è casuale che faccia venire proprio lui con cui ha un rapporto ambiguo fatto di tenerezza, ma anche di durezza. Gli dimostra che la vita non si lascia ridurre a racconto e questo libro dimostra che non si può raccontare, non si può racchiudere la vita, fatta di contraddizioni e di paradossi, nella logica del racconto.

Antonio Tabucchi

Tristano sostiene che la vita non si può raccontare, la vita si vive e basta. Tuttavia il fatto di raccontarla è un tentativo di interpretarla o, per lo meno di darle un senso perché credo che se le cose non le narriamo non le capiamo, se non mettiamo insieme i fatti in forma narrativa la vita non ha senso, la vita accade, è. Se uno non la racconta non la coglie. Il nostro tentativo per quanto goffo, e sicuramente non esauriente, è quello di raccontarla per coglierne il senso. Se la sera non riordiniamo la nostra giornata, questa è un insieme di avvenimenti senza senso. La narrazione è invece una formula grazie alla quale possiamo decifrare il reale. Capiamo le cose perché le raccontiamo, stabiliamo dei nessi e creiamo una logica. Probabilmente questa non è insita nei fatti e siamo noi che diamo senso a tutta una serie di avvenimenti che accadono intorno a noi. Tristano racconta, restituisce pezzi della sua vita affinché poi, a modo suo, lo scrittore li metta insieme, o non li metta insieme e, eventualmente, li metta uno dietro l’altro. Non si sa se la disposizione del racconto corrisponda alla cronologia di colui che narra o alla volontà di colui che ha fatto successivamente la stesura del libro. Poi, dalla lettura di questa forma di racconto che può presentare dei vuoti, delle censure, può essere zoppicante e molte volte incongruo, egli può trarre il senso di una vita che non è solo biografia perché Tristano si interroga sul senso stesso della sua vita, vuole anche correggere la biografia romanzata scritta anni prima dallo scrittore che lo ha colto nel cliché del suo essere eroe. Tristano è un eroe nazionale, una statua che si mette nelle piazze e lui rifiuta questo tipo di interpretazione monolitica. Perché sa che essere eroe significa essere vigliacco perché noi uomini siamo fatti così. La natura umana è fatta di contraddizioni e la vita stessa è contraddittoria. Se lui è un eroe non può essere solo luce, ma anche ombre e rivendica l’ombra che c’è dentro di lui. Dice di essere anche un traditore, il che non esclude che sia un eroe: può essere sia una cosa che l’altra. Facendo queste correzioni a una interpretazione evidentemente superficiale Tristano dice che la vita ha una doppia faccia, che noi uomini siamo fatti così, non esiste il bene e il male, esistono le due cose insieme e a volte prevale l’una a volte l’altra, ma convivono.
A un certo punto la società si impadronisce di un aspetto, esclude tutto il resto e celebra solo quello prescelto. Tristano è in una situazione di estremo privilegio perché è in punto di morte e in quel momento non si può mentire e proprio per questo può parlare tranquillamente della sua vita senza abbellirla. Le memorie di noi scrittori hanno sempre un’idea della posterità, ognuno di noi pensa a quel qualcuno che un giorno ci leggerà e c’è una tendenza quasi inconscia e naturale ad abbellire la nostra immagine, a ritoccarci preventivamente, a metterci un po’ di trucco per la posterità. Anche le biografie degli uomini più forti, penso ad Alfieri ad esempio, quanti piccoli tocchi di rimmel hanno! Ma qui la maschera è caduta ed è per questo che ho fatto un personaggio che sta morendo. Ho molti dubbi che ci sia la verità assoluta, credo che sia plurale, che ci siano molte verità e forse ciascuno di noi dentro ha la sua. Forse la menzogna è unica, questo sì, ma la verità è plurale. E se c’è la possibilità di una verità quando la si può far emergere se non nel momento estremo?

Di Grazia Casagrande




18 ottobre 2004