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Intervista a Domenico Starnone

Scrittore e giornalista, ma soprattutto (così almeno si dichiara e si sente) insegnante. Per molti anni ha, in modo divertentissimo, messo in luce i difetti di colleghi e alunni e oggi, nell'ultimo romanzo, parla finalmente di sé e della sua vita.


A quali lettori si è rivolto col recente Via Gemito?
C erco lettori a cui sia piaciuto il libro ma che non siano napoletani.

Io sono torinese di origine, vivo a Milano, non sono quindi napoletana, e il tuo libro mi è piaciuto moltissimo. Questo romanzo, ha qualcosa di autobiografico, è ispirato alla vita di qualcuno che hai conosciuto, traccia l'archetipo della personalità napoletana?

I l romanzo ha un fondo fortemente autobiografico. Mio padre era un ferroviere e dipingeva. Detto questo però penso che ogni operazione di questo tipo smetta di essere tale nel momento in cui si tratti il materiale autobiografico come un racconto di fantasia. Il romanzo ha delle regole interne: una volta avviato avanza quasi autonomamente e questa autonomia allontana da sangue, carne e ossa che è poi la sostanza della materia biografica. Sicché direi biografia sì ma, specialmente in questo caso, anche operazione narrativa, letteraria.

Hai esperienza sia di narratore che di insegnante, hai anche scritto libri sul mondo della scuola, conosci quindi molto bene i giovani. Che cosa pensi di questo mare di umanità che vuole scrivere, aspiranti scrittori che vivono aspettando di vedere le proprie opere pubblicate?

C redo che chiunque abbia la vocazione per scrivere, come per qualsiasi altra attività creativa, debba perseguirla. Scrivere è una cosa che aiuta innanzitutto a sentire meno il peso e le ansie dell'esistenza. Sicché se uno ha questa passione, e questo lo aiuta a vivere, va benissimo. Il problema è caricare questa vocazione di aspettative, decidere che quello è il lavoro con cui mantenersi: è troppo azzardato, troppo rischioso e una scelta di questo genere estingue anche la forza terapeutica dello scrivere. Direi quindi ai giovani: scrivere sì, ma non puntare necessariamente a una vita da letterato, o almeno se si aspira proprio a quello, imparare che il mondo è molto vario e che è bene sperimentare varie cose e non soltanto la scrittura.

In te come è nata l'idea di scrivere?

H o un percorso: da ragazzo avevo una gran voglia di scrivere e l'ho fatto intensamente tra i diciassette e i ventitré, ventiquattro anni. Poi ho cominciato a insegnare e ho scoperto che questa professione soddisfaceva molte delle mie pulsioni creative sicché, per un lungo periodo, non ho scritto più perché il mio lavoro mi piaceva moltissimo e mi pareva invece che avessi relativamente poco talento nella scrittura mentre, come insegnante, mi sentivo piuttosto bravo. Poi ho cominciato a collaborare con il manifesto e la voglia di scrivere è ritornata. Del tutto casualmente una rubrica che tenevo su il manifesto, cioè Ex cattedra, è diventata un libro. Quindi si può dire che il primo libro non è nato come tale, ma come frutto di un lavoro giornalistico con coloritura narrativa. Quel primo volume (che si chiamava come la rubrica Ex cattedra) ebbe un discreto successo e da lì, lentamente, è riemersa la vecchia vocazione alla scrittura e sono nati tutti gli altri libri, fino al recente Via Gemito. Io penso però che il vero lavoro della mia esistenza sia stato fare l'insegnante e che invece lo scrivere sia una passione che ho avuto la possibilità di coltivare.

Un secondo lavoro?

P referisco definirlo una passione: a volte faticosa, a volte molto piacevole come tutte le passioni, ma definirlo un lavoro mi sembra di offendere chi lavora.

Gli italiani del Nord capiscono quelli del Sud, esiste un sentimento nazionale, siamo diventati un paese veramente unito?

T emo proprio di no. Noi abbiamo pensato per lungo tempo che il Nord avesse in sé, nella sua classe operaia forte e ben organizzata, un elemento decisivo di compattamento e di liberazione. Abbiamo dovuto vedere invece come questa classe operaia perdesse sempre più terreno e come il nord operaio diventasse, nel giro di pochi anni, un'altra cosa. Molti dicono che ormai bisogna analizzare la "questione settentrionale" più che quella "meridionale" per capire quello che è veramente successo, quale mutamento è avvenuto. A questo bisogna aggiungere che gli ultimi mutamenti politici, almeno dal mio punto di vista, non lasciano ben sperare. Il tipo di Italia che emerge è un'Italia spaccata a metà con propositi divergenti, con una tradizione centenaria di divisioni, di separazione, di Nord che colonizza il Centro e il Sud, di piemontesizzazione del Sud e di tutta l'Italia nel suo complesso. Insomma abbiamo una tradizione complessa in cui molti cocci vengono tenuti insieme a volte la situazione regge, a volte invece pare che stia per cedere tutto.

E la letteratura che ruolo può avere in questo?

I o credo che, la letteratura debba occuparsi di quello che conosce bene. Io faccio mia l'opinione di Bianciardi che diceva: "ho amico che è andato in Cina, ma poiché è una persona seria, ed è di Cecina, quando è tornato non ha scritto sui cinesi ma ha continuato a scrivere sui cecinesi". Quindi il compito dei letterati è di parlare di quello che conoscono bene, a prescindere da impegno, vocazione, intervento politico, ecc. Credo che chi fa letteratura assolva al suo dovere politico raccontando bene la fetta di esperienza che conosce profondamente. Naturalmente se si è meridionali si finirà per raccontare l'esistenza con la particolare angolatura che viene da quell'origine, persino se si scrive di fantascienza. Il compito della letteratura quindi è approfondire la fetta di esperienza che è toccata in sorte allo scrittore, all'intellettuale, a colui cioè che opera con le parole.

Stai già preparando un nuovo romanzo, un nuovo saggio, qualcosa che uscirà presto?

H o in mente un po' di idee e quindi sto lavorando su quelle, in particolare su due, ma sono ancora ad uno stadio embrionale, sono solo appunti e quindi è difficile parlarne.




Di Giulia Mozzato




25 maggio 2001