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Peter Stamm
I personaggi femminili di uno scrittore inquieto

Le frontiere giacciono sotto la neve, la neve unisce tutto. Le frontiere reali erano tra la notte e il giorno, tra l'inverno e l'estate, tra le persone.

Sullo sfondo di un paesaggio nordico dove gli inverni gelidi e l'oscurità perenne si alternano a brevi spiragli di "vita", dove il tempo sembra non trascorrere e la solitudine diventa una trappola, si muove Kathrine, una donna alla ricerca di una vita da vivere.
È il nuovo romanzo di Peter Stamm, Una vita incerta, appena uscito nelle librerie italiane, a lungo nei primi posti dei libri più letti in Germania


Peter Stamm, mi accoglie nel suo mondo di personaggi femminili. Assieme a lui cerco di scoprire il fascino di Kathrine, la protagonista del suo ultimo romanzo. Apparentemente Kathrine ci appare come una vittima senza riscatto, una donna persa e fallita... ma Stamm ci fa scoprire il contrario attraverso questa conversazione. "Kathrine tutto sommato è una donna coraggiosa."
Ha iniziato a scrivere a vent'anni, formatosi sui libri di Hemingway, Camus, Poe, Ibsen, Falubert, Conrad e Dürenmatt. Si sente molto vicino a Cesare Pavese.
Dopo il successo internazionale di Agnes, torna in Italia con un secondo romanzo, Una vita incerta, che ci guida verso il male di vivere di una donna alla ricerca di un'esistenza che sia degna di essere vissuta, di una donna che sente il fallimento di una vita senza scelta, che crede di raggiungere la felicità uccidendo le sue curiosità, ma che solo dopo un viaggio "iniziatico" si rende conto di come l'esperienza possa essere rivelatrice di un mondo da acquisire e vivere lasciando esclusivamente a se stessa la possibilità di scegliere. Soprattutto Una vita incerta è una testimonianza sul coraggio di vivere la "normalità".



Intervista - Nota bio-bibliografica - Brani scelti


Peter il tuo ultimo romanzo Una vita incerta è ambientato in Norvegia. L'area scandinava, il Nord con il suo clima sempre freddo, il tempo che sembra non scorrere mai, l'oscurità: sono tutti elementi rappresentativi di un interiore umano caratterizzato dall'insicurezza, dalla lentezza, dalla paura. Questa connotazione geografica, un po' lontana dalle nostre tradizioni e stile di vita, è una scelta occasionale o voluta?
Ho avuto l'idea della storia prima che sapessi dove ambientarla, quindi direi che non è stata una scelta voluta dall'inizio.

So che sei stato in Norvegia? Come hai vissuto l'incontro con il paese e la cultura del Nord? Cosa ti ha maggiormente impressionato?

La cosa che più mi ha colpito è stato il modo in cui le persone "sopravvivono" in luoghi così freddi dove l'oscurità regna per buona parte dell'anno. Mi sono sembrate dure e delicate al tempo stesso. La gente del nord è gentile anche se un po' distaccata, e i paesaggi sono di una bellezza straordinaria.

Nel libro c'è un costante riferimento alle frontiere, ad un certo punto scrivi: "le frontiere giacciono sotto la neve, la neve unisce tutto. Le frontiere reali erano tra la notte e il giorno, tra l'inverno e l'estate, tra le persone". L'idea della frontiera si lega al tema dell'incertezza, alla perdita di identità, all'approccio con il cambiamento, la novità. Cosa rappresenta nel tuo romanzo?

Penso che Kathrine stai cercando una vita adatta a lei. Ci sono dei momenti in cui lei ha paura di perdere le sue frontiere. Non sa esattamente dove va, si sente persa in una vita che non ha una meta reale.

Continuiamo a parlare di Kathrine. Due matrimoni falliti alle spalle, un bambino, due relazioni mai cominciate, non ha interessi al di fuori del suo lavoro, non ha una canzone preferita da ricordare. Kathrine è una donna insoddisfatta?

È una donna che non ha mai cercato soddisfazioni dalla vita, il suo ruolo era funzionale alla comunità in cui viveva. Solo quando si rende conto che molte delle cose della sua vita erano solo menzogne, comincia a pensare a se stessa.

Scrivi che Kathrine non si annoia mai anche se non fa niente di speciale. Questo è l'atteggiamento tipico di una persona rassegnata. Tu credi che Kathrine sia una persona che accetta il suo destino?

No, non penso che Kathrine sia una donna rassegnata. È una donna che non cerca sempre nuove esperienze da vivere. Forse questa è la scorciatoia verso la felicità. E' solo che deve andare per imparare, per capirlo meglio. Credo che il finale sia un finale positivo.

La solitudine è una costante del romanzo, che cos'è la solitudine. Che ruolo ha oggi nella vita di ciascuno di noi?

Penso che la solitudine sia universale. Dopo la morte credo sia la peggiore tragedia della vita, il fatto di non poter mai venire a conoscenza degli altri e gli altri di noi. Siamo come imprigionati in noi stessi. Alcune persone possono mentire a se stesse, ma se siamo onesti, tutti sappiamo che siamo soli.

Nel tuo romanzo si parla di paura di cambiare. Credi che nelle società attuali si abbia più paura di cambiare di prima? Forse per la mancanza di punti di riferimento, di modelli positivi in cui identificarsi?

Ho notato questa "paura" nelle persone del piccolo villaggio della Norvegia che ho visitato. Vivono in una società molto ben organizzata e molti hanno paura del mondo "selvaggio" che sta fuori. Se nella nostra società c'è una paura dei cambiamenti ciò ha a che fare con la nostra conoscenza, molte cose sono come non dovrebbero essere. E sicuramente il mondo è diventato così complicato che temiamo i cambiamenti perché non sappiamo come potrebbe essere dopo.

Nel libro c'è una frase che colpisce "la paura e la possibilità della libertà". Quale significato ha nel tuo libro?

La frase è una citazione di Kierkegaard. Non riesco nemmeno io a spiegarla in parole semplici, è una di quelle frasi su cui si può spendere una vita intera a pensarne il significato senza veramente comprenderlo. Tuttavia è legata alla paura dei grandi spazi.

Ad un certo punto della storia, la protagonista compie un viaggio che la porterà in Francia. E' la prima volta nella sua vita che si allontana dal suo villaggio in Norvegia, è la prima volta che Kathrine decide qualcosa di così "estremo". Può considerarsi un viaggio iniziatico?

In un certo senso lo è, tuttavia nella sua vita non avviene un grosso cambiamento. Continua ad essere ciò che era prima di partire. Cambia la situazione e il punto di vista, ma Kathrine resta Kathrine. Non credo onestamente che le persone possano subire dei mutamenti radicali.

Parliamo dell'amore nel romanzo. In Una vita incerta Kathrine non sa cos'è l'amore, non è stata mai veramente amata e non ha mai veramente amato. E' vero?

Che domanda difficile! Beh, direi che Kathrine è una donna che ha sempre accettato ciò che veniva. Non le piace prendere decisioni, così gli altri le prendono per lei, anche in amore.

Una vita incerta è un romanzo sul coraggio di vivere?

Direi di si, mi piace questa definizione! Penso che occorra molto coraggio a vivere una vita normale, crescere bambini, andare al lavoro, preparare da mangiare. Molto più coraggio forse di quanto non ne occorra per vivere una vita straordinariamente ricca di eventi. Tuttavia c'è un aspetto di grande meraviglia in questa normalità: il fatto che si tratta della vita reale.

Anche il tuo primo romanzo Agnes aveva per protagonista una donna. Come mai hai scelto tutte protagoniste femminili per i tuoi romanzi?

Sono più interessato alle donne che agli uomini.

E che cosa ti attrae di più del mondo femminile da rappresentare in letteratura?

Penso che le donne abbiano un più facile accesso ai loro sentimenti. Molto spesso esse sanno cosa vogliono e perché lo vogliono. E mi sembra che siano più interessate ad intrecciare relazioni sociali degli uomini.

Ti senti più vicino al mondo interno delle donne? Pensi di comprenderlo meglio o per te entrarci è una sorta di sfida?

Sono sempre stato interessato alle cose che non conosco. La mia scrittura è un modo per scoprire le persone e i luoghi, una sorta di ricerca.

Cosa hanno in comune Agnes e Kathrine?

Sono entrambe donne che avrei voluto incontrare e delle quali mi sarei sicuramente innamorato e credo che in qualche modo le abbia già amate.

La tua scrittura è molto diretta, non fai molto uso degli aggettivi, hai uno stile asciutto, privo di superfluità, se dovessi pensare a qualche autore italiano mi verrebbero in mente Lalla Romano o ancor di più Raymond Carver. Come lavori sul linguaggio?

Solitamente procedo scrivendo un primo abbozzo senza pensare troppo a cosa sto facendo. Scrivo tre quattro ore al giorno. Solo successivamente torno sul testo e comincio a rileggere cosa ho scritto e qui avviene la riduzione di tutto ciò che non ritengo importante, correggo un testo almeno venti volte.

Agnes è stato scritto in prima persona, Una vita incerta, in terza. Quale forma narrativa preferisci?

Agnes è raccontato dal punto di vista di un uomo. Quando ho scelto il punto di vista di una donna per l'ultimo romanzo ho pensato che scriverlo in terza persona fosse meglio per acquistare una certa distanza. Penso che entrambe le modalità abbiano i loro lati positivi . Quando ho iniziato a scrivere preferivo la prima persona, ma adesso non sono troppo sicuro di questa preferenza.

Peter, sei autore di numerose raccolte di racconti non ancora tradotte in Italia. Ti senti più a tuo agio a scrivere storie brevi o romanzi?

Anche ora sto scrivendo racconti, direi che amo entrambe. La cosa bella dei racconti è la facilità di controllarne la forma. È quasi come la musica da camera. E poi sono quelle che posso scrivere sempre quando ho poco tempo, mi aiutano a tenermi allenato.

A cosa stai lavorando?

Sto scrivendo un romanzo che almeno per una volta sarà ambientato in Svizzera. La storia è per gran parte raccontata dal punto di vista di un giovane medico, ma credo che il personaggio principale sarà nuovamente una donna. Spero che sia pronto per l'autunno del prossimo anno.

Nota bio-bibliografica

Peter Stamm nasce a Weinfelden in Svizzera nel 1963. Studia letteratura inglese e psicologia prima di diventare scrittore freelance e collaboratore di giornali tra cui Tages Anzeiger e Weltwoche.
Dal 1997 è editor della rivista "Entwurfe fur Literatur".
Ha pubblicato varie raccolte di racconti. È autore di due romanzi: Agnes (1999, Neri Pozza) vincitore del premio Rauris Literary Prize 1999; e l'ultimo Una vita incerta pubblicato da Neri Pozza.
Ha vissuto a lungo a Parigi e New York. Attualmente vive a Winterthur in Svizzera.

Per saperne di più di Peter Stamm è possible visitare i siti www.neripozza.it e www.peterstamm.ch



Brani scelti

Di notte, ad aprile, non diventava più buio completo. Sebbene fosse sabato, Kathrine si era alzata presto. Svegliò il bambino, gli preparò la colazione e lo riportò dalla nonna. Andò a casa, si mise gli sci da fondo e partì. Seguì le tracce del gatto delle nevi fino alla prima altura, poi la linea elettrica che portava all'antenna radio. Alla fine, dopo un'ora, si allontanò sempre più da quest'ultima traccia e proseguì ad angolo retto, avanzando nel bianco infinito del fjell.
Verso mezzogiorno si sedette su una roccia che spuntava dalla neve per riposare e mangiare qualcosa. Passò le mani sui licheni arancioni, gialli e bianchi che ricoprivano la pietra.
Più tardi, quando ebbe ripreso la via, si formò una leggera foschia, una sorta di nebbia, e il cielo perdette il suo blu e divenne più pallido. Ma lei conosceva la strada, era già passata spesso al faro e proseguì senza timore di perdersi anche quando, alla fine, il sole non si vide più e la luce fu tanto diffusa che tutto si confondeva.
Kathrine aveva sposato Helge, aveva avuto il bambino e aveva divorziato da Helge. Andò al faro, si fermò per la notte e fece ritorno il giorno dopo. Al bambino badò la madre, e lo fece anche nei giorni e nelle settimane in cui Kathrine era nell'ufficio doganale.
Dopo il lavoro andava dalla madre. Loro tre cenavano, poi Kathrine prendeva in braccio il bambino e andava a casa. Un giorno il bambino imparò a camminare da solo e non dovette più portarlo lei. Accadde d'estate. I giorni si accorciarono, venne l'autunno, venne la prima neve e poi l'inverno.
(pag.5-6)

(...)

Il maltempo proseguì verso est. Ora, di pomeriggio, il termometro saliva già sopra lo zero e la neve era vecchia e dura. Kathrine andò fuori al faro, non c'era stata da molto tempo. Non sapeva chi fosse di servizio questo mese, ma non aveva importanza, i guardiani del faro erano comunque tutti uguali. Tutti, un tempo, erano stati pescatori, scapoli o vedovi, che per venti anni facevano il loro lavoro e non parevano invecchiare, e poi, un giorno, morivano come niente fosse. Tenevano pulito l'appartamento e controllavano gli strumenti e guardavano fuori in mare con grandi cannocchiali e osservavano le navi di passaggi. Erano contenti quando Kathrine faceva loro visita. Allora parlavano molto, raccontavano storie di un passato ormai lontano, di gente che era già morta da tanto tempo o che si era trasferita. Raccontavano sempre le stesse storie, parlavano senza interruzione eppure erano silenziosi come il paesaggio.
Kathrine fece ritorno in paese attraverso la landa nevosa estesa e deserta, passando per fiordi e montagne, per vasti pianori e basse colline. Il fjell pareva un disegno di pochi tratti. Russia, Findlandia, Svezia o Norvegia, qui in alto tutto appariva uguale. I confini giacevano sotto la neve, la neve univa tutto. I veri confini erano tra il giorno e la notte, tra l'inverno e l'estate, tra le persone.. Un giorno Kathrine vide alcune renne. Stavano insieme, vicine, e guardavano tutte nella stessa direzione. Era primavera, le notti erano brevi e chiare, ma la neve sarebbe sparita solo all'inizio dell'estate, per pochi mesi.
(pag. 9-10)

(....)

Solo pensando a Thomas l'ordine ritornò tra i suoi pensieri. La sua vita seguiva una direzione. Aveva sempre saputo quello che voleva, dove voleva andare. Era cresciuto a Tromsø, era stato bravo a scuola, aveva studiato all'università, aveva lavorato. Poi sua nonna era morta e i suoi genitori si erano trasferiti al villaggio, nella grande casa, una delle più belle, con un grande giardino. Il padre di Thomas era andato in pensione presto e trascorreva le giornate leggendola Bibbia e amministrando il suo patrimonio, la madre era attiva nella comunità, si faceva eleggere nel consiglio della scuola e nella commissione della biblioteca.
Poi Thomas venne al villaggio e diventò direttore dei produzione della fabbrica di pesce. Kathrine lo conobbe al mercatino della chiesa. (...)
Kathrine era rimasta abbagliata dalle sue storie, dal suo passato e dal suo futuro. Già quella sera avevano fatto l'amore per la prima volta, nel salotto di Kathrine, frettolosamente, mentre il bambino giocava in camera da letto con il trenino che Thomas gli aveva regalato. Thomas si era inginocchiato davanti al divano. Non si era neppure spogliato del tutto. (...)
Dopo essersi trasferito da lei, Thomas aveva lentamente preso possesso della sua vita e del suo appartamento. Era stato generoso, aveva comprato delle cose nuove, costose. I suoi mobili non gli erano piaciuti, si era preso gioco dei suoi libri fino al punto che lei li aveva regalati alla biblioteca o li aveva semplicemente buttati via. E ogni volta che riordinavano, e Thomas voleva sempre riordinare, ogni volta spariva qualcosa, finché non rimase quasi più nulla. Nidi di polvere, diceva. Questo non lo guardi mai, a cosa serve. Aveva pensato che fosse amore. Aveva pensato che stessero costruendo qualcosa insieme, invece Thomas l'aveva solo inglobata nella sua vita, aveva tentato di plasmarla, di educarla, fino a che lei si fosse adattata a lui, alla vita che lui aveva intenzione di condurre. Fino a quando l'appartamento le fu estraneo come la casa dei genitori di lui, come lui, come la vita che faceva con lui.
Da quando era tornata all'appartamento Katrhine non usciva quasi più in strada. Non andava al lavoro e lasciava la casa solo per comprare l'indispensabile.


(...)

Potrei farmi trasferire, pensò Kathrine, cominciare una nuova vita. Avrebbe potuto farsi trasferire, ma non l'aveva fatto. E il tempo era in qualche modo passato, ci aveva a malapena fatto caso. Un villaggio o l'altro. Prima almeno c'era un cinema. Adesso ormai erano rimaste solo le serate del lotto.
Lentamente le luci del villaggio scivolarono davanti alla nave. Non era una notte fredda, ma soffiavano raffiche di vento. Ciò nonostante Kathrine uscì quando non fu più possibile vedere il villaggio dal ponte panoramico. Più la nave si allontanava in mare, più il villaggio sembrava grande. Poi sparì lentamente dietro la lingua di terra, e dopo fu visibile solo il riverbero arancione delle luci sulle nuvole. Divenne più chiaro e per qualche tempo parve quasi che là, dietro le rocce, sorgesse un sole artificiale. Il mare si fece più agitato e quando Kathrine lasciò il ponte vide nell'oscurità alcuni uccelli volare nella luce dei riflettori appena sopra l'acqua e sparire subito di nuovo. Su entrambi i lati del fiordo le rocce innevate luccicavano. Poi la nave uscì in mare aperto.


Di Valentina Acava Mmaka




16 maggio 2002