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Art Spiegelman

Art Spiegelman, ebreo americano, è autore di Maus, il primo fumetto ad aver vinto il Premio Pulitzer, massimo riconoscimento mondiale per un’opera giornalistica. Spiegelman ha sempre utilizzato il suo tratto espressionista per comunicare momenti cruciali della Storia: lo abbiamo intervistato per meglio conoscere i suoi progetti per il futuro e il suo giudizio sul presente.

Dopo tanto successo e tanti riconoscimenti quali sono i suoi progetti per il futuro?

Una risposta che potrei dare consiste nei due libri ai quali sto lavorando in simultanea. Inoltre un editore mi ha chiesto di ripubblicare il mio primo libro, datato 1978: era un libriccino di 40 pagine e si intitolava Breakdowns, che significa sia l’esaurimento nervoso che il découpage che si fa quando si disegnano fumetti e si imposta la pagina. All’epoca, quando era stato pubblicato aveva contato pochissimi lettori, ma è riuscito a creare uno stile, cioè ha avuto degli effetti positivi su altri disegnatori di fumetti come me. Adesso l’editore mi ha chiesto di ristamparlo e di farlo precedere da un’introduzione. Ebbene, poiché dopo l’11 settembre avevo deciso di fare solo fumetti, ho pensato di aggiungere un’introduzione a fumetti: quindi credo che sarà più lunga del libro originale che, come dicevo, era di sole 40 pagine.

Quale sarà il contenuto di quella introduzione così ampia?

Servirà a spiegare che cosa mi ha portato a fare il cartoonist e perché faccio questo tipo di fumetti. Ecco la risposta: sono cresciuto in una famiglia che non era molto sensibile alla grande pittura, o alla grande letteratura, quindi ho trovato facilmente riparo e accoglienza in un sottomondo fatto di sottoletteratura e di sottoarte, che è il mondo dei fumetti. Questo microcosmo mi ha dato un molte idee degne di essere portate nel mondo più vasto.

Ha pensato così che i fumetti fossero uno strumento utile a questo scopo.

Mi sono innamorato dei fumetti: prima ho iniziato a copiare quelli degli altri e poi a farne di miei. Insomma tutto quello che so l’ho imparato dai fumetti, in particolare da un libro e da un’immagine. Il libro era Mad e l’immagine era la seguente: uno dei primi numeri di Mad uscì con una copertina che voleva parodiarne una di Life, una specie di commistione di tutti i media che conosciamo, CNN, BBC fusi in uno, insomma l’autorità. Una “stupida” rivista di fumetti era riuscita a ridicolizzare la più autorevole pubblicazione americana piazzando in copertina la più brutta donna che uno potesse immaginare e scrivendoci sotto “la più bella del mese”. Era un incrocio fra Monna Lisa e un quadro di Picasso dipinto però, anziché con i colori, con spaghetti e polpettine in salsa. È chiaro che quell’immagine mi sconvolse. A un’intera generazione Mad, con quella sua copertina, mandò il seguente duplice messaggio: i mass media dicono un sacco di bugie, anche noi facciamo però parte dei mass media. Un messaggio ovviamente paradossale e contraddittorio che voleva dire “attenti al mondo ma attenti anche a chi si incarica di raccontarvelo”. Credo che quell’immagine abbia dato origine alla generazione che è scesa in piazza per manifestare contro la guerra del Vietnam. Adesso se ci ripenso mi viene in mente una cosa che all’epoca non mi venne in mente, una frase di André Breton che ha detto: “la bellezza deve essere convulsiva o non sarà”.

Il suo Maus ha sicuramente segnato un’altra generazione: non se ne sente un po’ prigioniero?

Sono passati 20 anni da Maus e ho pensato di fare un “metamaus” in qualche modo per superarlo e liberarmene. Ha presente i dvd che si fanno con gli extra della produzione di un film? ecco ho voluto raccogliere in un volume tutte le interviste, gli schizzi, le fotografie di famiglia o le foto tratte da opere di consultazione, in una parola tutto il materiale che era rimasto fuori, tutti gli avanzi.
Maus stesso è stato anche il prodotto di quel mio primo strambo libro, Breakdowns, per cui avevo fatto un grande lavoro autobiografico e tra l’altro vi avevo inserito una storiella di tre pagine che poi, ampliata, è diventata Maus.

Allora tutto iniziò da Breakdowns…

In quella mia prima esperienza c’era anche una gran quantità di altro materiale che oggi si definirebbe postmoderno. Insomma avevo cercato di fare un lavoro a fumetti sul linguaggio dei fumetti stessi. Era chiaro quindi che se quel tipo di opera doveva entrare nel grande fiume dei mass media io stavo procedendo nella direzione completamente sbagliata. A me in quel momento non interessava tanto la storia che raccontavo, quanto il capire e l’esprimere attraverso un fumetto la modalità di realizzazione, con questa tecnica, di una storia compiuta.

Tutto ha anche un risvolto economico: non mi sembra che lei sia molto attento a questo aspetto del lavoro.

Se avessi proseguito ad assecondare la mia naturale tendenza, avrei fatto 5 copie di un lavoro per regalarlo agli amici! Oppure avrei affittato una grande galleria per esporre le mie opere! Mi sono reso conto però che la gente vuole sentirsi raccontare delle storie e siccome lavoro molto lentamente mi sono detto: “che storia mai posso mettermi a raccontare?”. Dato che all’epoca non esisteva ancora il genere “letteratura dell’olocausto”, diventato poi vigoroso e ricco, ho pensato che forse la storia che io avevo da raccontare partiva da quella storiellina di tre pagine, che avevo già accennato in Breakdowns: la storia della mia famiglia.

Perché ha scelto proprio i topi per Maus: forse perché il mondo dei fumetti è dominato da ben altro topo?

No, non c’entra tanto Mickey Mouse quanto Michey Rodent, cioè Michelino il Roditore che è la parodia di Topolino fatta da Mad. La prima volta che avevo provato a raccontare quella storia lo avevo fatto con delle persone: non funzionava, era una pessima idea e ho provato con gli animali. Ma credo che alla fine la risposta più vera sia: ho sentito il bisogno di raccontare questa storia mettendo ai personaggi una maschera perché quella maschera mi consentiva il necessario distacco necessario a me per capire meglio la storia e ai lettori per avvicinarsi a un soggetto del genere.

Cos’hanno di speciale i fumetti?

Fanno lavorare insieme la parola e l’immagine. Per molto tempo è stato una sorta di tabù nel mondo occidentale mettere insieme queste due forme di espressione. Forse la colpa è stata del filosofo tedesco, Lessing, che ha diviso rigidamente gli ambiti: la riserva di caccia della pittura è questa, quella della poesia è quest’altra e se per caso qualcuno si azzarda a fare una commistione provoca una sorta di identità bastarda, un “meticcio”.
È stato un tabù molto a lungo, ed è per questo che in gran parte del ventesimo secolo è diventato così difficile utilizzare le immagini per raccontare delle storie. I fumetti sono precisamente la forma e il linguaggio che consente di navigare fra la pittura e la letteratura, e ricalca esattamente il modo in cui funziona il nostro cervello: noi non pensiamo esclusivamente né solo in parole né solo in immagini, noi pensiamo in una sorta di icone dei fumetti, con le due forme, parole e immagini, compresse in una, e mai una sola alla volta. Se si fa vedere a un bambino una faccina sorridente, ci mette 30 secondi a identificarla con il volto della mamma che si china su di lui sorridente. Cosa ci dice questo? che il nostro cervello è costruito in modo tale da crearci delle specie di fumetti. È evidente che questa commistione fra parole e immagini darà sempre luogo a dei compromessi, però crea anche un linguaggio nuovo che non avrà tutte le sfumature della parola scritta come la letteratura però funziona come il nostro cervello e comunque questo “meticcio” è ciò che mi fa alzare dal letto ogni mattina.

Gli Stati Uniti stanno conducendo in Iraq una guerra molto discussa: qual è la sua posizione su questa guerra e su altri temi scottanti come, ad esempio la questione palestinese?

Sono relativamente lontano dal dibattito pubblico su Iraq, Israele o Palestina… Penso però di dovermi attenere a qualcosa di simile al giuramento di Ippocrate: “per prima cosa non fare danno”. Quando però il danno ormai è stato fatto, e non si può tornare indietro, si è in un mare di guai e restano un sacco di nodi gordiani da sciogliere. La guerra in Iraq è stato un tragico e spaventoso errore al quale oramai non c’è rimedio, così come non si può rimettere il dentifricio nel tubetto dopo che lo si è spremuto fuori. Credo che lo stesso valga largamente per la questione israelo-palestinese. Continuo a rimandare il viaggio in Palestina che ho sempre desiderato fare. Ci sono stato per una settimana da piccolo e ne sono venuto via ben felice che i miei genitori avessero proseguito la diaspora andandosi a stabilire in America.

Ma ha concretamente pensato a una sua visita ad Israele?

Dopo L’ombra delle torri avevo pensato di andare in Israele per realizzarvi un reportage, ma era un autentico rompicapo, mi provocava un terribile mal di testa e non riuscivo assolutamente ad andare all’aeroporto per partire. Sto continuamente rinviando: forse ci andrò dopo che avrò realizzato questi due progetti che ho in corso. L’impressione comunque che ho di Israele e della situazione in Medio Oriente è che un bel po’ di tempo fa è stato commesso un terribile errore a cui non si può rimediare in una sola generazione.

Quale errore?

Dopo la seconda guerra mondiale, anziché affermare che il nazionalismo è stato un disastro e che, se nell’Ottocento forse è servito a qualcosa, nel Ventesimo secolo ha dato origine a mostri, che cosa hanno pensato i vincitori? Hanno detto che gli ebrei sono stati sterminati perché non avevano una nazione e che bisognava dargliene una! Invece di abbattere i confini e fare un’unica grande nazione su questa terra, si è pensato di risolvere il nazionalismo con l’attribuzione agli ebrei di una nazione: una sorta di riparazione di guerra molto, molto malintesa. Un popolo senza terra per una terra senza popolo. Credo che se mai fosse stata una buona idea dare una nazione agli ebrei, questa avrebbe dovuto essere la Germania, invece di andare a ripescare terre di cui trattavano miti dell’antichità, cosa che mi sembra una pazzia. Bisognerà lavorare con lentezza sulle conseguenze dell’errore che è stato fatto all’epoca, che assomiglia un po’ a quello che è successo ai pellerossa negli Stati Uniti: noi americani abbiamo deciso di ricompensare gli indiani sopravvissuti con dei bei casinò dove si sbronzano, fumano e giocano d’azzardo. È chiaro che non c’è una risposta, credo che bisognerà semplicemente vivere e lavorare con e su le conseguenze dell’errore commesso fin quando tutti quelli che abitano nella regione non si stancheranno di tanto sangue e decideranno di vivere insieme in qualche maniera.

Il disastro dell’uragano Katrina ha dimostrato l’inefficienza dell’amministrazione Bush ma anche una rottura della coesione sociale: invece di parlare di scontro di civiltà, non sarebbe meglio ragionare sulla civiltà occidentale che forse ha bisogno di darsi nuovi modelli di vita?

Da qualche parte Katrina è stato come rigirare una pietra e scoperchiare il verminaio che c’è sotto, ma il verminaio c’era ben da prima. Non voglio sembrare ottimista, perché proprio non ne ho la reputazione, ma credo che quest’uragano potrebbe servire a qualcosa, potrebbe promuovere un cambiamento, tanto agghiacciante è la realtà americana che ha scoperchiato, e non parlo solo dei tetti delle case… Quella americana è una società brutalmente divisa in classi e questa divisione, che è sempre esistita in America, si è aggravata ed esacerbata sotto l’attuale amministrazione.

Di Grazia Casagrande




16 dicembre 2005