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Catherine Spaak
... oltre il cielo

Catherine Spaak risponde alle nostre domande, sincera e intensa, sicuramente molto poco "personaggio", invece attenta a un suo personale percorso di ricerca e di analisi che vede nella scrittura una forma espressiva importante.

Lei è stata attrice, poi giornalista, poi scrittrice. Vede una continuità in queste diverse attività che ha svolto?
Penso di sì, però poteva anche essere diverso. Forse ho acquisito più sicurezza o meno paura di espormi, man mano con gli anni, prima esponendomi in un certo modo, poi in un altro. Certo io credo che ci si espone molto di più scrivendo che in altri lavori.
Si è rivolta anche a pubblici diversi. Qual è il suo pubblico, come giornalista televisiva e come scrittrice?
Non è una domanda che mi pongo. Non mi dico: adesso faccio questo perché voglio raggiungere questa fascia di persone. No, oltre a tutto la trasmissione che conduco ormai da nove anni è molto collaudata, quindi il meccanismo corrisponde a una curiosità personale, un desiderio spontaneo, che non risponde a un'equazione fatta sulla carta, è un moto proprio, nasce da un desiderio molto privato, molto personale. E se poi questa curiosità personale corrisponde a quella degli altri arriva il successo, o comunque il consenso, ma non è questo il primo moto.
I personaggi femminili dei suoi romanzi sono molto ben delineati. L'esperienza di Harem l'ha aiutata a conoscere il mondo femminile? Lei crede di aver avuto un arricchimento dalla sua professione?
No, per quanto riguarda la scrittura assolutamente no, anche se tutte le esperienze sono accumulate e messe nei cassetti della memoria e servono, ma non ho mai pensato a quella esperienza del mio lavoro di conduttrice televisiva come fonte di apprendimento per poi arrivare alla scrittura. Sicuramente la fonte dell'ispirazione è il mio vissuto personale.
La sua scrittura è piuttosto raffinata. Il non essere italiana di madre lingua le ha posto dei problemi?
Alcuni piccoli problemi, li ho. Ho qualche "francesismo". Io sono però arrivata in Italia che avevo sedici anni e ho imparato abbastanza rapidamente la lingua, ho letto moltissimo e scrivo direttamente in italiano, non scrivo in francese, né penso in francese. Quindi ormai potrei dire che la mia prima lingua non è poi il francese, mi sento più a mio agio con l'italiano.
Quali sono state le sue letture di formazione, quali i suoi riferimenti?
Ho letto Proust in italiano, così come altri autori francesi che poi ho riletto in francese, perché mi sembrava doveroso. Sono un'appassionata di scrittura femminile. Dalla Austin, alla Bronte, dalla Blixen, alla Woolf, tutta la letteratura dall'Ottocento in poi mi ha molto appassionata e trovo molto comiche, grottesche alcune affermazioni maschili che dicono che "le donne scrivono di sentimenti". Trovo la cosa esilarante.
Quali sono invece, secondo lei, le caratteristiche, le peculiarità della scrittura femminile?
Io credo una grandissima capacità di osservazione del dettaglio e delle emozioni legate al dettaglio e al ricordo. Emozioni che hanno colori, che hanno sapori, che hanno odori, quindi emozioni che rimangono vive, che non sono il ricordo di emozioni, ma che si propongono così vive da farle sentire, assaporare al lettore. E questo mi sembra straordinariamente interessante. Anche la capacità di narrare, di raccontare una storia, che è poi anche uno specifico dell'essere donna, il parlare, il raccontarsi, l'indagare nei nostri sentimenti, nelle nostre emozioni, cosa tipicamente femminile.
Che cosa l'ha spinta a scrivere?
La morte di mio padre. Mio padre era sceneggiatore di grandissimi film francesi come La grande illusione, film di Renoir e di altri grandissimi registi francesi. La paura del suo giudizio, la paura di non essere all'altezza, condizionata dal nostro rapporto, mi ha sicuramente impedito di scrivere prima. Io ho cominciato molto tardi. Ho cominciato cinque anni fa.
Ci parli del suo ultimo romanzo...
Io sono da molti anni profondamente interessata e attratta dalla spiritualità, più che dalla spiritualità dall'essenza spirituale. Un'indagine che ho portato avanti piuttosto seriamente sulle grandi religioni e filosofie, e la ricerca di un approfondimento personale per quanto concerne la spiritualità mi hanno portato a fare alcuni corsi - di cui accenno nei ringraziamenti del libro - e a conoscere metodi estremamente affascinanti di ricerca, di indagine e di conoscenza personale.
Il libro potrebbe non essere esplicito in questo senso, ma di sicuro ha a che vedere con la spiritualità, con l'evoluzione personale. Ho scelto un personaggio molto modesto, una ragazza che fa la cameriera, proprio perché quello di cui parlo nel libro - cioè una forma di elevazione mentale notevole - non potesse essere scambiato per erudizione. Ho voluto che per Nina, la protagonista del libro, questa elevazione fosse quasi un dono, e non una conquista, come può esserlo per molte persone che cercano delle risposte, attraverso letture, insegnamenti, pratiche di certe discipline spirituali. In Nina questa capacità di mettersi in contatto profondamente con se stessa e con gli altri è un dono che lei stessa non spiega, né coltiva.
Le sofferenze della vita aumentano questa capacità di introspezione?
Dovrebbe essere così. Io penso che quello che ci fa soffrire e quello che noi incontriamo di doloroso sulla nostra strada sia un avvertimento, sia il modo di fermarci, per costringerci in un certo senso a riflettere e ad approfondire alcune problematiche nostre. Molte persone accolgono bene la sofferenza, nel senso che capiscono il messaggio e si soffermano per comprendere. Purtroppo molte altre la rifiutano, si ribellano e non risolvono assolutamente la loro problematica e si inaspriscono e questa è una cosa assolutamente negativa.
Il messaggio conclusivo è un messaggio di speranza.
Senz'altro. Stiamo vivendo un momento molto importante per quanto riguarda la consapevolezza di ciascuno di noi, e il senso del mio libro è che la vera rivoluzione va fatta all'interno di se stessi, con la conoscenza e l'approfondimento della conoscenza di sé, e che finché questo processo non è in corso non si può cambiare nulla dall'esterno.
La critica ha delle prevenzioni nei confronti del personaggio pubblico che inizia a scrivere o l'essere già noti può essere un vantaggio?
Nel mio caso è uno svantaggio. Ci sono molti pregiudizi nei confronti di persone che hanno esercitato altre professioni e che alcuni critici definiscono leggere e così non vogliono nemmeno prendere in mano il libro di certe firme. Questo perché c'è un voler mantenere chiusa una cerchia di persone che pretendono di avere il monopolio di quella che è l'intellighenzia, la cultura o la scrittura, intrappolandola in certe regole, in certi canoni. Non lo dico per me stessa, però io non ho mai avuto una recensione, i miei libri precedenti sono stati ignorati, per fortuna non dal pubblico, e non ne ho sofferto, non ne soffro, non spasimo per avere una buona recensione, non scrivo per questo. Però è un peccato perché gli stessi critici si limitano moltissimo e si tolgono la possibilità di andare oltre.

Il libro a cui si fa riferimento è:
Oltre il cielo - pag. 173, Lit. 27.000 - Edizioni Mondadori



24 aprile 1997