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Wilbur Smith
Un bestseller ogni due anni

Abbiamo incontrato Wilbur Smith al Teatro Verdi di Milano, durante il suo tour di presentazione dell'ultimo romanzo "Uccelli da preda". Ha scelto di tenere a battesimo la sua ventiseiesima fatica proprio in Italia, dove conta numerosissimi affezionati lettori: nel suo caso il mercato italiano rappresenta circa il 10% del totale. Degli 80 milioni di libri venduti complessivamente in tutto il mondo 8 milioni sono stati acquistati nel nostro Paese.

Lei è già stato in Italia precedentemente ed ora ritorna per il lancio del suo ultimo romanzo. Cosa pensa del nostro Paese?
Sono veramente emozionato dall'affetto che mi viene dimostrato dal pubblico italiano, dal lettore italiano, perché mi sembra che mi abbiano preso in un grande abbraccio. A Roma ho avuto un'accoglienza meravigliosa e so che qui ho dei veri amici, che mi seguono e che mi vogliono bene. Mi sento a casa in Italia, sembra stano ma è vero, e poi ammiro particolarmente gli italiani. Ne conosco molti a Città del Capo, che è la mia città, dove c'è una colonia molto importante di italiani, anche influenti, perciò ho avuto modo di conoscere lo spirito italiano già nel passato. Inoltre moltissime delle cose che amo sono di marca italiana: cravatte italiane, scarpe italiane, vestito italiano, fucili della mia collezione e diverse automobili... Tra gli italiani c'è una gioia di vivere che è contagiosissima e che mi prende appena arrivo qua. Mi sento perciò molto orgoglioso di essere un "cittadino onorario" di questo paese.
Qual è il segreto di Wilbur Smith, il segreto del bestseller? Cosa direbbe a un giovane che volesse seguire le sue orme?
Il mio cuore palpita per quelle persone, quei giovani che hanno deciso di cominciare questo cammino faticoso e pieno di ciotoli che va in salita e che si chiama scrivere, fare della letteratura. La mia mente ritorna a tanti anni fa, trentacinque ahimé, e a quando ho cominciato a scrivere, a immettermi su questo sentiero: non avevo nessuno che mi aiutasse in questo mio cammino, nessuno che mi insegnasse una tecnica o mi potesse guidare. Allora mi sono messo da solo, pensando di dover scrivere qualcosa che piacesse alla gente. Mi sono immaginato un pubblico, mi sono immaginato le persone che avrebbero comprato il mio libro. Insomma ho fatto un esercizio in cui cercavo di adattare quello che potevo scrivere ai gusti che io ipotizzavo fossero quelli del mondo circostante. Risultato: una catastrofe. Tutti gli errori che ho fatto nel mio primo romanzo sono l'elenco completo degli errori tipici che si fanno in questi casi: ho messo una connotazione politica senza capirci niente, ho cercato di mirare a persone in particolare senza minimamente conoscerle da vicino e sapere i loro gusti, ho inserito troppi personaggi intricati che non significavano niente. Insomma mi sono comportato come quei giocolieri che prendono troppe palle da far saltare e che finiscono col farle cadere in terra. Il testo fu assolutamente respinto da tutti gli editori a cui l'ho mandato sia in Sud Africa sia in Inghilterra. Dopo questo rifiuto decisi che questo sentiero non faceva per me e tornai per un anno a fare il contabile. Ma la voglia di scrivere rimaneva, così mi sono "ributtato", decidendo di scrivere questa volta di posti che conoscevo, di gente che conoscevo, di animali che avevo osservato, che avevo cacciato, che amavo, del mare, dell'oceano che mi erano così familiari, pensando che, dato che nessuno avrebbe pubblicato il mio libro tanto valeva che scrivessi qualcosa che piacesse a me. Così ho scritto il mio primo bestseller Il destino del leone. Perciò se c'è un consiglio che con tutto il cuore posso dare è: scrivete per voi stessi, per il vostro cuore, perché non sapete in ogni caso cosa vuole il cuore degli altri.
C'è in qualche modo competizione con sua moglie, Danielle Thomas, anch'ella scrittrice?
Io sono un uomo fortunato perché sono riuscito a cominciare a lavorare con 25 anni di vantaggio rispetto a quando ha cominciato mia moglie Danielle. Se così non fosse stato lei avrebbe coperto tutto il ventaglio di argomenti a disposizione e a me non sarebbe rimasto nulla da fare... Parlando seriamente noi abbiamo un gran matrimonio e un rapporto paritetico, con uguali diritti e responsabilità, ma uno è "più pari" dell'altro. Lei può leggere sempre tutto quello che io scrivo, dire quello che vuole e io non devo nemmeno osare entrare nello studio dove lei lavora. Però c'è una ragione: lei vuole che il suo lavoro rimanga integro, che nessuno possa sospettare che, essendo io più noto, l'ho voluta aiutare.
Qual è il libro in cui lei si identifica maggiormente, dove ha trovato la sua anima?
Io sono uno scrittore che racconta storie. Certo in molti libri ho messo anche me stesso, ho messo i posti che mi piacciono, come dicevo prima, ho messo le cose che mi appassionano. Però, per rispondere, devo dire che è il primo libro. Perché il primo libro è anche il primo, ovviamente, che ha avuto successo, il primo che è stato accettato, dove mi sono detto "ce l'ho fatta". Il libro è Il destino del leone e il personaggio a cui sono più legato è Sean Courteney e un po' anche il fratello Gary. Forse potrei dire che io mi vedo un po' come una fusione dell'uno e dell'altro in cui c'è quello che io vorrei essere, quello che io temo di essere e quello che in fin dei conti sono.
Quali opere di scrittori italiani ha letto?
Non leggendo l'italiano, purtroppo, non posso leggere nessun testo se non in traduzione e a me piace leggere i libri in versione originale... Devo dire inoltre che c'è ancora, nel vasto mare dei libri scritti in lingua inglese, tanto da cui voglio prendere ispirazione, c'è tanto da leggere, che è difficile per me riuscire a "mettere fuori la testa" da quel mondo. Ho letto qualcosa di Umberto Eco e di Tomasi di Lampedusa.
Le è mai successo di riscrivere un libro, o una parte di un libro; di "rimetterci mano"?
Quando scrivo un libro ne sono completamente "preso", ma quando l'ho finito è chiuso, avanti il prossimo. Questa mia chiusura raggiunge punti estremi. Quando mio figlio, che frequentava la facoltà di medicina, arrivava a casa durante il week-end con alcuni amici, questi, naturalmente, mi rivolgevano domande sui miei romanzi e io mi rendevo conto che non ricordavo nulla dei personaggi, della trama, delle vicende e che rimanevo zitto con aria idiota. Perciò mia moglie, vista la situazione, mi ha consigliato di rileggerli... E allora mi sono messo bravo bravo a rileggere i venticinque volumi che avevo scritto... Un lavoro immenso, ma anche interessante per me. Ho scoperto di non essere più la stessa persona. C'erano parole che non avrei più usato, un'idea della vita completamente diversa, cose e situazioni che non avrei più inserito. Ho trovato delle sezioni che senz'altro avrei trattato diversamente e delle altre parti di cui ero contento. In sostanza mi sembrava di aver fatto un viaggio con la macchina del tempo, ma tornando indietro ricordavo pochissimo anche della fase di scrittura, solo piccoli flash.
In qualche modo è influenzato dallo stile, dal modo di scrivere di sua moglie?
Non penso di prendere qualcosa, di suggere qualcosa dallo stile di Danielle. Io ho preso almeno cento uova da altrettante galline per fare delle omelette. Però come faccio le omelette è la mia ricetta e non quella di qualcun altro. Perciò è probabile che domani chissà prenderò qualcosa da questo mio colibrì che è mia moglie.
Cosa risponderebbe a un lettore affezionato che rimanesse deluso da uno dei suoi romanzi?
Io ho scritto ventisei libri, perciò è a questo punto impossibile che tutti e ventisei piacciano ugualmente a tutti. Ogni libro è un'esperienza soggettiva e ogni lettore può apprezzare un libro più o meno anche a seconda della sua situazione personale al momento in cui lo legge. Ci sono tuttavia libri che piacciono di più, soprattutto che piacciono di più in certi momenti rispetto ad altri. Recentemente ho incontrato un signore che mi ha detto "Io ho adorato tutti i suoi libri ma quella schifezza sugli egiziani non mi è piaciuta proprio per niente". Gli ho riposto "Come, non le è piaciuto Il Dio del fiume e Il settimo papiro?" "No, proprio per niente." "Ma perché? Quando li ha letti?" "Non li ho letti." "E allora?" "Ah, ma io lo so, fin dall'inizio, senza bisogno di leggerli!"



28 marzo 1997