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Gilbert Sinoué

C’è un serial killer in Paradiso, che sta facendo fuori tutti gli angeli: l’arcangelo Gabriele affida le indagini a una scrittrice di gialli scozzese, e si può essere certi che non mancheranno le sorprese, ma la trama poliziesca del romanzo Il silenzio di Dio di Gilbert Sinoué (ed. Neri Pozza, pp.302, € 15,50 ISBN 88-7305-954-6) è un pretesto per presentare un’immagine di divinità molto diversa da quella delle religioni rivelate. All’autore di questo giallo teologico, franco-egiziano trasferito a Parigi e ora in Italia per la promozione del libro, abbiamo chiesto:

Quale era la sua intenzione nell’ideare una cornice mistery per un messaggio a sfondo religioso?

Il mio messaggio consiste in un invito a superare ogni dogmaticità, sottoponendo anche le religioni a un’analisi razionale: così si eviterebbero di perpetrare ingiustizie e persecuzioni in nome di Dio. Siccome volevo rendere questo messaggio accessibile a un pubblico vasto, quindi in un contesto di facile lettura, ho scelto il genere giallo in omaggio ad Agatha Christie, di cui sono appassionato ammiratore. Penso che un messaggio importante possa essere comunicato anche con leggerezza senza per questo sminuirlo.

In quest’ottica, il centro del romanzo sta negli interrogatori che la protagonista Clarissa Gray conduce via Internet con Mosè, Gesù e Maometto, tutti concordi nel lamentare l’incomprensione subita nei secoli, soprattutto da parte dei loro stessi seguaci, a causa dell’interpretazione letterale dei testi sacri?

Sì, questo è il nucleo, perché vorrei far capire che è assurdo, oltre che delittuoso, continuare a combattersi e uccidere in nome di pretese rivelazioni divine. E’ dimostrato che i testi sacri sono tarde elaborazioni di tradizioni orali, quindi inevitabilmente soggetti a deviazioni rispetto alle reali intenzioni di questi tre fondatori. Le mie obiezioni non sono improvvisate, ma sorrette da studi approfonditi.

Infatti lei non è il primo a discutere sulla tradizione critica dei testi sacri; quanto alla sua posizione personale, potremmo definirla ispirata al manicheismo, dato che presenta Satana come il fratello gemello di Dio?

Si tratta solo di un espediente narrativo per far comprendere come l’esistenza del male abbia l’avallo di Dio, come del resto si comprende dalla lettura del libro di Giobbe. Per quanto riguarda le mie credenze, io seguo la religione di Adamo, che aveva un rapporto diretto con Dio, senza bisogno di intermediari.

Il suo prossimo libro verterà ancora su temi religiosi?

Sì, sto scrivendo una biografia romanzata su Achenaton, il faraone che introdusse il monoteismo in Egitto: se il suo tentativo, molto precedente all’instaurarsi del monoteismo ebraico, fosse riuscito, la storia delle religioni avrebbe preso una piega completamente diversa.

Di Daniela Pizzagalli




12 marzo 2004