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Bapsi Sidhwa
Il Femminile, l'Islam, il Pakistan, la cultura parsi, le ragioni di una donna che fa rivivere attraverso una scrittura ironica, elegante e vitale personaggi e storie di un mondo lontano del quale scoprirsi affascinati osservatori e appassionati complici.

Di Valentina A. Mmaka

Bapsi ha un viso dolce e occhi intensi, scuri, occhi di chi vuole conoscere; curiosi e discreti al tempo stesso. Le sue mani calde gesticolano poco, delicate e composte sanno ricavarsi uno spazio equilibrato in cui muoversi. Mani lisce e calde che hanno scritto e scrivono, proprio come piace a lei, con la penna tra le dita e la carta liscia su cui far scivolare le idee, i pensieri, i sentimenti.
Cresciuta leggendo i classici della letteratura mondiale a cominciare da Piccole Donne regalatole per il suo undicesimo compleanno dal suo insegnante, Bapsi Sidhwa si lascia trasportare dalle letture dei classici della letteratura internazionale e dalla grande poesia Urdu.
Scrittrice di successo in tutto il mondo, Bapsi Sidhwa mi accoglie generosamente. Appena rientrata da un viaggio in Europa, Bapsi racconta se stessa, i suoi esordi letterari, le sue letture, gli anni dell'indipendenza pakistana, la condizione della donna musulmana, la cultura parsi, i suoi libri, l'ultimo pubblicato in Italia da Neri Pozza La sposa pakistana che racconta il coraggio delle donne e la loro capacità di adattarsi e sopravvivere in circostanze difficili. Il ritratto di vite durissime di donne che nascono e vivono in società povere e svantaggiate.



Intervista - Nota bio-bibliografica - Brani scelti


Bapsi, si dice che l'infanzia è il luogo dove prende forma il nostro essere. Che ricordo hai della tua infanzia in Pakistan?
Da bambina ho sempre ricevuto molto affetto e cure, anche perché ero ammalata di polio. Ho dovuto sottopormi a numerosi interventi chirurgici e per questo non ho frequentato la scuola regolarmente. D'altra parte questo mi ha privato della compagnia degli altri bambini facendomi sentire molto sola e portandomi ad essere introspettiva e bisognosa di fantasticare.

Che tipo di famiglia era la tua? Era una famiglia numerosa?

In famiglia eravamo in cinque, ho due fratelli. Mio padre è rimasto orfano molto giovane ed è cresciuto in una casa molto povera. Mia madre proveniva, invece, da una famiglia benestante. Solo in età matura, mio padre è riuscito ad avere un buon successo con la sua enoteca, la sua è stata la prima enoteca di tutto il Pakistan. Mia madre non ha mai lavorato ma si è sempre dedicata al volontariato.

Che tipo di educazione hai ricevuto all'interno della tua famiglia? Quali erano i valori che ti venivano insegnati?

I miei genitori mi hanno insegnato un grande rispetto per la verità, era più facile per noi dire la verità piuttosto che mentire. Mio padre ci diceva anche di essere parsimoniosi in tutto, ricordo che spegneva sempre le luci in casa.

Bapsi, tu appartieni all'etnia parsi. Mi parli un po' della tua cultura di origine?

I Parsi migrarono dalla Persia attorno al X secolo verso il Gujarat, in India, come rifugiati. Alcuni di essi si sparsero in altre regioni indiane, i miei avi si stabilirono nella parte settentrionale, nel Punjub. A quel tempo, quello che oggi è il Pakistan, era parte dell'Impero anglo-indiano. Ci sono ancora circa 3.500 Parsi in Pakistan. Durante la spartizione del paese, quei Parsi che si trovavano nella regione indiana divenuta Pakistan restarono lì.

In una tua intervista di tanto tempo fa hai detto che è difficile essere una Parsi in Pakistan, meglio essere una Parsi in India dove si può essere semplicemente considerati una pakistana. Come hai vissuto la tua identità in rapporto con la società?

Un Parsi si sente più a suo agio dove ci sono altri Parsi. Ogni volta che ho vissuto a Bombay, ad esempio, dove i Parsi sono circa 60.000, mi sono sempre sentita integrata nella comunità. Tuttavia in Pakistan non ci siamo mai scontrati con il resto della comunità, anzi siamo aumentati di numero.

I Parsi credono nel Zhoroastrismo, qual è il tuo rapporto con la religione?

I Parsi sono discendenti dei Magi, quindi discendiamo dai tre saggi che seguirono la stella di Gesù. Il Zoroastrismo è una delle prime grandi religioni monoteistiche. Personalmente non credo nel rituale religioso, tuttavia non potrei mai pensare di cambiare la mia fede, mi sento piuttosto a mio agio ad essere una Zoroastriana.

Nel tuo secondo romanzo Il talento dei Parsi racconti la saga della tua famiglia.

I Parsi non sono mai stati raccontati in un romanzo, avevo voglia di raccontare le loro vite, trasmettere il loro fascino e il loro grande senso dell'umorismo prima che potesse andare del tutto perso nel dimenticatoio. Guardando alla mia scrittura credo che inconsciamente sia sempre stata motivata dalla necessità di far conoscere realtà, popoli e culture marginali e sconosciute.

È vero che hai avuto problemi all'uscita di questo libro?

Quando pubblicai Il talento dei Parsi venne presentato in un albergo di Lahore e subii un attentato. Mi resi conto che la comunità Parsi si era molto risentita del mio libro. Una comunità così piccola, molto discreta, si era sentita come messa a nudo.

Quando hai cominciato a scrivere?

Piuttosto presto. Cominciai scrivendo un articolo per una rivista femminile di Bombay, si trattava di un breve racconto sulla nascita di mio figlio, scritto in chiave comica. Successivamente scrissi un articolo sull'Autostrada del Karakorum. Da lì venne fuori anche la storia de La sposa pakistana.

Qual è il tuo rapporto con la scrittura?

La scrittura è stata per me una salvezza, il mio hobby e il mio amore. È la musica di sottofondo della mia vita. Senza di essa mi sarei trovata a muovermi nel ristretto ambito della famiglia, come madre e moglie. Scrivere è la mia passione.

Hai detto che hai scritto il tuo primo romanzo La sposa pakistana, uscito per ultimo in Italia, in segreto. Come mai? Questa esperienza mi ricorda Jane Austin che scriveva di nascosto su un quaderno tra una mansione di casa e l'altra.

Ho scritto il mio primo libro in segreto perché appartenevamo ad una famiglia che si occupava di affari. Non ci poteva certo aspettare da me che scrivessi. Tutti i nostri amici erano persone d'affari e avrebbero potuto prendersi gioco di me se avessero saputo che scrivevo, avrebbero magari pensato che scrivessi storielle da poco. C'erano pochi scrittori all'epoca che scrivevano in inglese in Pakistan.

Vista la segretezza della tua scrittura, come hai trovato un editore?

Dal momento che non si pubblicava in lingua inglese in Pakistan, mandai La sposa Pakistana e Il talento dei Parsi ad un agente di New York. Per due anni tentò di farli pubblicare presso un editore, ma venivano sempre rifiutati perché nonostante la mia scrittura fosse apprezzata, a quel tempo non c'era spazio per una voce dal remoto Pakistan tra il pubblico occidentale, così pubblicai in proprio Il talento dei Parsi a Lahore, successivamente un amico lo inviò ad un agente di Londra e da lì lo acquistò Johnatan Cape che lo pubblicò nel 1980.

A proposito di lingua. Tu scrivi in inglese, hai mai pensato alla possibilità di scrivere nella tua lingua d'origine? Non pensi che scegliere una lingua coloniale comporti inevitabilmente una perdita sotto il profilo emotivo, culturale, ideologico?

I Parsi parlano il Gujarati, che è la mia lingua madre. Parlo anche l'Urdu e il Punjabi. Dal momento che nessuno mi hai mai insegnato a leggere e scrivere in Gujarati, l'unica lingua che posso leggere e scrivere correttamente è l'inglese. L'inglese è una lingua molto diffusa nel subcontinente e io la considero una lingua indiana. Non ho alcun problema a descrivere la cultura a me familiare in inglese. Non penso di perdere nulla scrivendo in inglese.

Parliamo de La spartizione del cuore. Il romanzo è ambientato nel periodo dell'indipendenza pakistana dall'India. Come mai hai scelto il punto di vista di una bambina, Lenny?

Ho scelto il punto di vista di una bambina perché un bambino vede il mondo attraverso gli occhi dell'innocenza. Un bambino non conosce il pregiudizio dei grandi, né l'odio verso altre persone di diverse culture. Lenny però è costantemente informata da un adulto, una presenza sofisticata, cosicché essa non è sola. La voce unica di un bambino di per sé sarebbe risultata noiosa.

Scrivendo il romanzo hai rivissuto il tuo passato, come lo hai trasferito nel tuo libro?

È stato quasi naturale, poiché durante la spartizione dell'India io ero davvero una bambina. Lenny è un'innocente, sconcertata; quando vedi le cose attraverso i suoi occhi, le atrocità sono in qualche modo più agghiaccianti. Credo che uno scrittore arrivi ad elaborare tutto questo inconsciamente.

Come ha vissuto la tua famiglia quel difficile periodo? Che ricordo hai di quel 1947?

Io personalmente non sapevo niente della morte, ma ciò che mi accadeva attorno, gli incendi, le uccisioni, i saccheggi, erano l'inferno. Ero profondamente spaventata dalle grida della folla.

Sono trascorsi più di cinquant'anni da quella data storica. Com'è cambiato il Pakistan in questi decenni?

L'indipendenza non è ancora un capitolo concluso e sono dispiaciuta nel dover ammettere che la situazione è peggiorata rispetto al 1947.

Nel libro c'è una grande attenzione verso i particolari e un grande ironia. Quanto è importante l'ironia nella tua scrittura?

Penso che sia molto saggia. Ti dà la possibilità di guardare alle cose in modo differente. Mi piace leggere cose ironiche così come mi piace scriverle.

Dal 1983 vivi negli Stati Uniti e hai acquisito anche la cittadinanza americana. Sarebbe possibile per te tornare a vivere in Pakistan?

Ormai mi trovo bene qui, ho conquistato un senso della libertà a cui difficilmente potrei rinunciare. Se si vuole si può restare anonimi in America, mentre in Pakistan, ci si sente sempre sotto osservazione. Tuttavia ho ancora la mia casa in Pakistan e almeno una volta all'anno viaggio.

Essere americana ti ha permesso di avere più attenzione come scrittrice?

Sono molto popolare in Pakistan, tuttavia l'essere americana mi ha permesso di diventare una scrittrice riconosciuta in tutto il mondo.

In Italia è da poco uscito il tuo primo romanzo "La sposa pakistana". Qui analizzi il rapporto tra marito e moglie all'interno della cultura islamica. Spesso questo rapporto è segnato dalla violenza, dagli abusi. Perché è frequente anche in letteratura leggere di matrimoni islamici caratterizzati dalla violenza?

Secondo me, non c'è più violenza nei matrimoni islamici di quanto ce ne sia in altri di altra fede religiosa. Il modello di violenza è culturalmente determinato. Ci sono più di un miliardo di Musulmani sparsi in tutto il mondo e il loro comportamento è determinato dalla cultura e dalla condizione economica che si sviluppa all'interno dei loro confini geografici. Dovunque c'è povertà e ignoranza, dove gli uomini sono oppressi, è comune che scarichino le loro frustrazioni sulle loro donne, non conta la religione a cui appartengono. Nel subcontinente Indiano la violenza all'interno dei matrimoni musulmani, hindu, sikh è endemica tra le classi sociali povere.

La protagonista femminile del tuo romanzo si chiama Zaitoon. Ti sei ispirata ad un modello reale per questo personaggio?

Ho ascoltato la storia di Zaitoon quando ho visitato un campo d'armi sulle montagne del Karakorum.
Avevo 26 anni, l'esercito stava costruendo l'autostrada che avrebbe collegato il Pakistan alla Cina. Io e mio marito fummo invitati in un accampamento remoto sulle montagne del Karakorum, qui apprendemmo la storia di una giovane donna che dalla pianura venne portata sulle montagne da un vecchio indigeno. La stava conducendo attraverso il fiume Indo nell'ingovernato territorio della sua tribù per darla in sposa a suo nipote. Un mese dopo si venne a sapere che la ragazza era fuggita. E una moglie che lascia il tetto matrimoniale è un gravissimo insulto per la società tribale.
Considero quell'esperienza sulle montagne un esperienza mistica che mi ha emotivamente coinvolta. Così ho voluto così raccontare la storia di donne come quella che era fuggita e che riflette la vita di milioni di donne che non hanno il controllo delle loro vite. Volevo scrivere della dura vita dei Kohistani, una tribù orgogliosa che vive nascosta nei meandri delle montagne. Mi sono seduta per scrivere un racconto e ne è venuto fuori il mio primo romanzo.
Ho impiegato quattro anni per scriverlo e da questa esperienza ho scoperto quanto amassi scrivere.

Nel romanzo Zaitoon si ribella ad un matrimonio violento, dove trova il coraggio di fuggire?

Zaitoon trova il coraggio nella preghiera. È una donna giovane e forte e sa che deve sopravvivere, ma sceglie una strada diversa da quelle migliaia di donne che con sofferenza e abnegazione restano accanto ai loro mariti violenti.

Secondo te oggi le donne musulmane sono più coscienti dei loro diritti e della possibilità di trovare ragioni di essere anche al di là del matrimonio?

Le donne musulmane che hanno una educazione e appartenengono ad un ceto medio alto, sì. Molte di esse lavorano e la capacità di guadagnare denaro dona loro uno status di tutto rispetto all'interno del nucleo familiare, del matrimonio. Posso dire che in linea generale sono maggiormente soddisfatte e serene. C'è un sentimento molto forte di sorellanza tra le donne a causa della natura segregazionista della società islamica che vuole le donne e gli uomini separati. Dal momento che le donne e gli uomini conducono la vita separatamente, le donne generalmente non competono tra di loro come succede invece nella società occidentale. C'è molta unità, un legame molto forte e poi l'educazione ha senz'altro reso più coscienti e consapevoli le donne musulmane riguardo ai loro diritti.

Com'è vissuta la sessualità dalle donne musulmane di oggi, e quali sono le differenze con il passato?

Il comportamento sessuale delle donne musulmane non è differente da quello delle donne hindu, sikh o cristiane. Infatti nella società musulmana, a causa della segregazione, c'è una grande tensione e ciò si spiega in una visione romantica dell'amore che ancora c'è. Gli uomini si comportano con molta cavalleria quando se ne presenta l'opportunità. Penso di aver reso questo atteggiamento ne La sposa pakistana nella relazione tra il Maggiore e la giovane donna americana Carol. Nel mio libro lascio parlare i fatti. Le condizioni dure di vita degli uomini all'interno delle loro tribù, li rende rigidi, duri a loro volta.

In occidente, dove ora tu vivi, come sono i matrimoni musulmani? Ci sono delle differenze tra quelli contratti nei paesi dell'area islamica?

I musulmani che vivono negli Stati Uniti normalmente adottano le norme e le tradizioni della cultura occidentale, così come farebbe una cristiana che vivesse in un paese islamico, adotterebbe senz'altro le abitudini del paese in cui si trova. Una donna cristiana che vive in Pakistan, ad esempio, si sentirebbe in forte imbarazzo a mostrare le gambe in pubblico. Ribadirei il fatto che il comportamento dei musulmani non è determinato tanto dalla religione quanto dalla società e dalla cultura in cui si trovano a vivere.

Chi è il lettore ideale per La sposa Pakistana?

Molte persone mi hanno detto, sia in Pakistan che all'estero, che questo romanzo è il loro libro preferito. Questi sono i miei lettori ideali.

Ti sei definita una scrittrice Parsi, Punjabi, Pakistana, riferendoti alle tue tre culture d'origine. Nei tuoi libri non ti discosti mai da queste culture originarie:

È molto più facile per me scrivere di persone del subcontinente indiano, perché quando scrivo di loro scrivo dall'interno. L'ultimo mio lavoro, tuttavia, An American Brat (non ancora tradotto in Italia) ha una collocazione geografica e personaggi della attuale società in cui vivo.

Una volta hai detto che ci sono libri che solo una donna può scrivere. Che cosa volevi dire?

Le esperienze di una donna possono essere tradotte solo da donne. Le donne sanno meglio trattare le emozioni e la loro scrittura è molto più intuitiva e indulgente.

Sei stata una delle prime voci della nuova generazione di scrittori dell'Area Sud Asiatica. Credi che oggi la scrittura, che ha origine nel subcontinente indiano, stia acquisendo sempre più spazio e importanza anche negli ambienti occidentali?

Direi di sì. Penso che il futuro della letteratura sud asiatica sarà un futuro molto brillante. Ora c'è chi si occupa di promuovere la letteratura di questa area geografica, soprattutto dell'India. Anche l'avvento della tecnologia telematica ha favorito la proliferazione di nuovi scrittori che stanno sempre di più acquistando uno spazio di rilievo e non solo in India. Ora anche la società multirazziale degli Stati Uniti, comincia a confrontarsi con nuove realtà culturali più direttamente.

Ci sono dei libri che hai riletto e rileggi continuamente?

Gli unici libri che leggo e rileggo in continuazione sono Il circolo Pockwick di Dickens, Anna Karenina di Tolstoij, Passaggio in India di Edward Morgan Forester, e Una casa per il signor Biswas di Naipul.

Se dovessi consigliare ad una donna del Sud del mondo un libro fondamentale, quale consiglieresti?

Le donne nel Sud del Mondo hanno poche possibilità di leggere, quindi qualunque cosa esse leggano può essere benefico. Tuttavia ci sono due bellissimi libri di Germaine Greer che io ritengo importanti: La donna intera e L'eunuco femmina (editi in Italia da Mondatori).

SE cosa diresti ad una donna di queste aree svantaggiate che volesse scrivere?

Scrivere è un atto di gioia, le direi pertanto di autodisciplinarsi nell'impulso a scrivere, facendolo regolarmente. Poi le direi di scrivere il più semplicemente e chiaramente possibile e di non spazientirsi mai quando si tratta di dire ciò che esattamente si vuol intendere. La scrittura è ricerca e bisogna praticarla. E poi è meglio scegliere di scrivere ciò che si conosce, poche persone nascono con l'inclinazione verso la solitudine, il raccoglimento, occorre imparare a crearsi uno spazio proprio.

A cosa stai lavorando attualmente?

SSto scrivendo la versione cinematografica de Il talento dei Parsi e realizzando una raccolta di racconti e una di piccoli saggi.

Nota bio-bibliografica

Bapsi Sidhwa appartiene alla piccola comunità Parsi, nasce a Karachi in Pakistan, e cresce a Latore dove studia. Impegnata nel movimento per la difesa delle donne asiatiche, nel 1975 ha rappresentato il suo Paese in occasione dell'Asian Woman's Congress. Ha insegnato in numerose università americane.
Tra le sue opere letterarie tradotte in Italia ricordiamo: La spartizione del cuore (Neri Pozza, 1999 - Teadue 2000) è stato riconosciuto con il New York Times Notable Book nel 1991 e ha ricevuto in Germania il Literature Prize; Il talento dei Parsi (Neri Pozza, 19 ); La sposa pakistana (Neri Pozza, 2002).
Dal romanzo La spartizione del cuore è stato tratto il film Earth scritto e diretto dalla regista indiana Deepa Mehta.
E' stata insignita del prestigioso premio pakistano Sitara-i-Imtiaz nel 1991.
Oggi vive in Texas (USA) dove insegna scrittura creativa, con il marito e tre figli.

Per saperne di più su Bapsi Sidhwa visitate i siti
http://members.aol.com/_ht_a/bsidhwa/index.html?mtbrand=AOL_US e www.neripozza.it



Brani scelti

da La sposa pakistana


Quasim ebbe l'impressione di essere rimasto solo. Si mise in marcia lesto, evitando i tratti illuminati, ben sapendo che doveva passare al di là del confine prima dell'alba.
Aveva fatto pochi passi quando un essere piccolo e indistinto gli si gettò addosso emergendo dal buio. Col cuore che gli batteva all'impazzata, si bloccò. In quello stesso istante però si accorse che si trattava di un bambino, anzi più precisamente di una bambina.
Aggrappata alle sue gambe, singhiozzava: "Abba, Abba, mio Abba!"Per un attimo Quasim credette di svenire. La piccola aveva la statura della sua Zaitoon persa tanto tempo prima. Poi, liberandosi brutalmente dalla presa, si mise a correre.
La piccola cercò di stargli dietro inciampando e piangendo terrorizzata.
Temendo che quel pianto attirasse l'attenzione di qualcuno. Quasim si lasciò raggiungere dalla bambina. Infilò la mano sottola maglia e fece scattare il coltello a serramanico. Gli comparve nella mano una piccola lama sottile. Con le dita dell'altra mano cercò a tentoni la nuca della bambina, che però gli si strinse addosso chiedendo protezione.
Quasim rimase senza fiato. Era uno scherzo della luce? Pian piano richiuse il coltello con le due mani. La bambina guardò in su e nei tratti di quel viso bagnato di lacrime lui colse una strana somiglianza con la figlioletta nel momento in cui veniva squassata dall'ultimo spasmo di dolore.
Le si inginocchiò davanti e ne serrò il visetto tra le mani.
La bambina lo fissò. Tu non sei il mio Abba", disse con sorpresa risentita.
Quasim l'attirò a sé. "Come ti chiami?"
"Munni".
"Solo Munni? Tutte le bambine si chiamano Munni".
"Solo Munni".
"Avrai ben un altro nome ... com'è che si chiama tuo padre?"
"Si chiamava Sikander".
L'uso del passato lo fece trasalire. Denotava un coraggio e una forza di sopportazione degni della sua orgogliosa tribù.
"Avevo anch'io una figlia una volta. Si chiamava Zaitoon. Le somigli tanto..."
Lei gli si appoggiò, tremando, e lui, sentendosela così vicino al cuore, capì quanto fosse tenera e fragile. Si sentì pervadere da un'immensa tenerezza e, considerando che quella tragica notte li aveva fatti incontrare, disse: "Munni, tu assomigli alla liscia, scura oliva, la zaitoon che cresce dalle nostre parti, sulle montagne ... questo nome ti sta bene ... ti chiamerò Zaitoon".
(La sposa pakistana, pag.30-31)



Gli uomini l'avevano tenuta prigioniera per due ore. Quando Zaitoon riprese coscienza, il suo corpo urlava di dolore. Piangeva, mentre infilava le gambe tremanti nello shalwar. Tra gli strappi si vedeva la pelle scura. Da giorni non si guardava le gambe e ora le fissò con disgusto, tremanti e smagrite com'erano. Una macchia rossa comparve sulla stoffa, tra le cosce. Strinse subito le gambe e coprì la macchia con il fondo della camicia. Era una stoffa a fiorami d'un lilla sbiadito, tutta strappata davanti e sulle spalle. Strinse le palpebre e si scostò i capelli che le coprivano quasi il volto. Invece di ricaderle sulle spalle, le stavano sulla testa irti e arruffati.
La sua condizione le si presentò chiara, senza veli. Solo tre mesi prima a Latore, se lo ricordava bene, aveva goduto di frizzanti giornate invernali, di serate impregnate del profumo dell'erba, e se ne andava a spasso sotto immensi alberi fruscianti - eucalipti altissimi, banyan che allargavano i rami fino a formare ombrosi pergolati, panchine di legno intorno ai ceppi dei tronchi tagliati, manghi di dimensioni gigantesche che riempivano il cielo. Quell'inizio di novembre ora le appariva come un'era preistorica, la sua giovinezza vista come da una lontananza immensa.
(...)
Fluttuava attraverso scene felici del suo passato. Erano di una lividezza affascinante. I ricordi si dissolsero nell'allucinazione, e il delirio cessò. Di tanto in tanto riprendeva coscienza del momento presente quanto bastava per dirsi: "Devo trovare il ponte, devo uscire di qua..."

(da La sposa pakistana, pag. 247-249)


da La spartizione del cuore


Il mistero delle donne recluse nel cortile si infittisce. Di notte le sentiamo gemere, i loro lamenti hanno accenti quasi disumani. Qualche volta non riesco a capire da dove provengano quei pianti, se dalle donne o dalla casa di fianco alla nostra dove si sono furtivamente introdotti i nostri attuali invisibili vicini.
Di giorno c'è un grande viavai. Camion che entrano ed escono dal cancello di lamiera che protegge il cortile, donne che gridano; ma nemmeno un accenno del pandemonio e dei lamenti che ne erompono di notte.
Più vicine, e altrettanto sconvolgenti, le voci soffocate dei nostri genitori che litigano nella loro camera da letto. Mamma che piange, che scongiura. Le frasi gelide e arroganti di Papà. Tonfi spaventosi. So che litigano soprattutto per questioni di denaro. Ma nei loro battibecchi ci sono anche altri motivi che non mi sono chiari. Talvolta odo Mamma dire: "No, Jana; non ti lascerò andare! Non voglio che tu vada con lei!" Rumori di zuffa. Ma Papà se ne va lo stesso. Dove va nel cuore della notte? Da chi? Perché ... dal momento che Mamma gli vuole tanto bene?Sebbene Papà non abbia mai alzato le mani su di noi, un giorno sorprendo Mamma nel bagno e scopro che sul suo corpo ci sono segni di percosse.
E all'alba l'insistente ruggito del leone dello zoo mi insegue in qualsiasi punto della terra io cerchi di nascondermi per sfuggire ai miei incubi.
Il risultato è che non riesco a dormire. Adi piomba nel sonno dopo pochi minuti, mentre io giaccio con gli occhi spalancati, fissi sulle ombre che hanno incominciato a frequentare la mia camera. Il soffitto, alto più di sei metri, si ritrae, e vi si infila la debole luce che lascia in ombra le ventole, assumendo le sanguinanti forme di fantasmi di neonati usati come bandiere, di ferite aperte a forma di mezza luna, e delle esili sapienti dita di Massaggiatore che nel buio della camera vanno cercando Ayah.
Quando finalmente sprofondo nel sonno, gli slogan delle orde rimbombano nei miei sogni, attraversati dai lamenti e dagli urli delle donne ... mi sveglio chiamando Ayah.
Mamma accorre e si siede vicino a me. Nella fioca luce della lampadina da notte vedo la sua mano che si agita sopra il mio corpo, simbolicamente acchiappando e scacciando gli spiriti maligni con un sonoro schiocco delle dita e, contemporaneamente, mi soffia addosso, imitando le minacciose folate dei venti ululanti: "Uuuuuuuuu! Uuuuuuuu!" Questo lamento è talmente inquietante che sarebbe in grado di scacciare qualsiasi presenza, naturale o soprannaturale. Mamma mette sotto il materasso un chiodo di ferro lungo una quindicina di centimetri, benedetto dal mistico parsi Mobed Ibera, discepolo di Dastur Kookadara, per tenere lontane le paure.
Talvolta mamma si corica accanto a me, il suo contatto fresco e rassicurante come la luce del giorno, e mi racconta la vecchia storia del topino dalle sette cose. Saggiamente Mamma ne ha ora cambiato il finale: " E quando rimase solo con una coda", dice, "il topino tornò a casa facendo: Ha!Ha!Ha!" Il riso simulato di Mamma rimbalza contro le pareti con un'allegria che disperde ogni paura, e anch'io mi metto a ridere. "E il topino disse", continua mia madre, "Mammina, mammina, nessuno mi ha preso in giro. Hanno invece detto: 'Topino con una sola codina. Topino carino con una sola codina!"
Sono troppo grande, ormai, per apprezzare ancora questa storiella, ma l'intima dolcezza che ne promana placa i dubbi e i timori del mio animo che si sta facendo adulto.

(da La spartizione del cuore,- pag. 237-239)

Di Valentina Acava Mmaka




9 aprile 2002