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Meir Shalev

Uno scrittore che dalla grande tradizione ebraica ha ereditato la passione del narrare e il gusto dell'apologo.

Credo che lei sia appassionato ad ogni tipo di narrazione e a ogni forma di affabulazione.
Sì, ho anche raccolto molte delle storie che mi sono state raccontate quando ero bambino dalla mia famiglia: la nonna, il nonno, alcuni zii, direi molti membri della mia famiglia erano grandi narratori orali. Inoltre i miei genitori mi hanno insegnato a leggere e a scrivere molto presto, così ho cominciato a leggere libri già da quando avevo quattro anni.

Amante della lettura come un suo personaggio, il gemello scrittore de Il pane di Sarah?

Io e il mio personaggio abbiamo lo stesso problema di una vista che non funziona bene e a entrambi non è piaciuto, da bambini, indossare gli occhiali, così come amiamo, da adulti, trascorrere il tempo libero in libreria proprio perché un libro lo si può avvicinare e leggere bene anche senza occhiali, mentre molte altre cose diventano difficili da fare per un miope se non ha a portata di mano le sue lenti... Devo anche dire che l'amore per la lettura mi è stato sollecitato fin da piccolissimo: in casa ero letteralmente circondato dai libri.

A proposito di vista, ha un significato simbolico il possesso di un unico paio di occhiali che i due gemelli nel romanzo si scambiano?

Il significato è che le loro strade, a un certo punto della vita, si separano: fanno una scelta chiara. Jacob vuole usare gli occhiali, vivere in pieno contatto con la realtà. Diventa panettiere, ma la vita non sarà mai molto facile per lui. Isaù invece, si toglie gli occhiali, legge libri sceglie un mondo di finzione e di inganni.

Però, tra i due fratelli, Isaù è l'unico che ha una vita normale e rapporti umani più facili.

Ha una vita confortevole, ma non felice. Non ha una propria famiglia, è stato quasi maledetto dalla madre... La sua vita è più facile ma non è migliore, non è soddisfatto di sé ed è geloso del fratello perché riesce ad essere una persona reale.

La letteratura quindi è una specie di schermo che ripara dalla vita?

No, non è proprio così perché la letteratura non è molto affidabile. Quando si scrive un libro si ha la possibilità di non dire la verità e infatti in inglese si parla di 'fiction' quindi non è uno schermo, ma una vita parallela, è un processo differente.

Il tema del pane è importante nella sua scrittura. Perché?

Il pane è molto semplice, antico, è un elemento basilare e noi non possiamo vivere senza cibo. Non serve solo al nostro stomaco ma anche alle nostre emozioni, al nostro piacere, non è soltanto cibo è una sorta di medicina. E poi ha molto a che fare con la nostra storia, con la mitologia e la religione. Racchiude dei simboli: è il cerchio della morte e della rinascita. Esiste la materia che dà vita e i batteri che la minano, ma nel pane vengono uccisi dal fuoco del forno. Il forno è sia l'inferno sia il ventre materno che dà la vita. È il centro della famiglia e della casa.

Che importanza ha per lei la famiglia?

È molto importante. Lo dichiaro nei libri e lo realizzo nella vita. Tutta la mia scrittura riguarda la famiglia. È tanto basilare, mitologica e antica quanto il pane.

Anche il ruolo della madre mi sembra molto importante per lei.

Non in tutti i libri. Ne Il pane di Sarah lo è, mentre nel romanzo che sarà pubblicato l'anno prossimo la madre è un personaggio negativo. Nella mia vita personale mia madre è stata il pilastro centrale della casa.

La madre del suo ultimo romanzo decide di annullarsi alla morte del figlio.

Si seppellisce viva, nel letto e nella stanza del figlio: un sintomo di depressione, una reazione di tipo patologico.

La sua scrittura è spesso fiabesca: come è possibile descrivere la realtà unendovi elementi di tipo leggendario e fantastico?

Non si tratta di tecniche, si tratta di come e del perché si scrive. Quando scrivo un libro lo faccio prima di tutto per me stesso. Sono il primo lettore e il primo critico. Diventa quasi un gioco a due: io gioco con la storia e la storia gioca con me. Ci sono alcuni aspetti curiosi che riguardano il mio metodo di scrittura: annoto tante piccole storie su foglietti di carta e poi ha inizio una specie di gioco, spargo i fogli sul pavimento e li sposto, come in un puzzle, per decidere quale sarà la struttura del libro. Prima trascrivo tutte le immagini che mi vengono in testa, le varie "fotografie" della realtà, in un secondo momento decido la struttura del libro, infine creo le connessioni fra le diverse situazioni..

Cioè parte da alcuni nuclei narrativi che collega successivamente. Ma l'ispirazione, l'idea di una storia da che cosa nasce?

Dipende dalla storia. In Per amore di una donna la prima idea era l'immagine di un agricoltore nella sua casa e di una donna che lavorava per lui. Ne Il pane di Sarah non c'era un'immagine iniziale, c'era solo il profumo del pane. La prima idea non erano i personaggi, ma il pane.

I sensi sono quindi fonte d'ispirazione?

Per me decisamente sì. Meno di tutti la vista, più di tutti il tatto, poi il gusto e l'olfatto. Secondo me la vista è il senso più primitivo, più superficiale e ha meno a che fare con la memoria rispetto all'olfatto.

Che importanza ha la memoria?

La memoria è il materiale grezzo della scrittura ed è proprio là dove si scava per estrarre emozioni, pensieri. Non riesco a pensare a nessuna forma d'arte possibile senza la memoria. Nella mitologia greca la dea della memoria è la madre delle nove muse.

Quanto c'è di autobiografico nei suoi libri?

Molto poco. Ne Il pane di Sarah c'è l'episodio degli occhiali e ci sono delle similitudini tra mia madre e la madre del libro. Un'altra esperienza ricorda una mia vicissitudine: il figlio di Jacob viene ucciso in un incidente nell'esercito e anch'io sono stato coinvolto in un incidente piuttosto serio da militare, rimanendo gravemente ferito.

E negli altri libri? In Per amore di una donna?

Si può trovare qualcosa nella storia dell'uomo che torna dagli Stati Uniti e trova la moglie incinta. È successo qualcosa di simile nella mia famiglia, il resto è fiction. La mia vita non è così interessante.

C'è un personaggio che sente particolarmente vicino?

Prendo sempre "parti" da persone che conosco, mai l'intera personalità. Ne Il pane di Sara mi piace molto Jacob ma come persona sono più vicino a Isaù, il narratore, che è particolarmente autocritico. In Per amore di una donna lo zio è il mio preferito anche se è un personaggio secondario.

Quali sono le note caratterizzanti la cultura ebraica?

Noi non siamo grandi artisti, non siamo grandi architetti, abbiamo dei musicisti e dei pittori ma non possiamo competere con gli italiani, con i francesi o i greci. Abbiamo però viaggiato nel mondo e così è stato più facile parlare, trasmettere parole, idee. Dai tempi in cui i romani hanno distrutto la nostra città e ci hanno mandato lontani, ci hanno cacciato, noi abbiamo a che fare principalmente con le parole: è molto facile per il mio popolo avere a che fare con il linguaggio.

Secondo lei da che cosa nasce il successo straordinario di questi ultimi anni della letteratura ebraica in Europa?

Non lo so. Innanzitutto questo vale per l'Europa e non per America. Negli Usa leggono un certo tipo di romanzi, invece l'Europa ha un interesse vivo per la letteratura di qualità. Forse noi abbiamo a che fare con questa caratteristica.

Forse l'Europa era satura di un tipo di letteratura americana tutta azione, invece quella ebraica è più riflessiva.

Perché avete bisogno della letteratura americana se i più grandi scrittori sono europei? Non conosco bene i contemporanei, ma se guardo indietro nella storia gli scrittori europei sono di sicuro migliori di quelli israeliani.

Qual è la sua posizione rispetto al problema israeliano-palestinese?

Appartengo alla sinistra. Ho sempre creduto nel movimento pacifista e nell'idea di restituire i territori occupati. Però voglio aggiungere qualcosa di nuovo rispetto ad altri scrittori israeliani: quando parlo di pace con i palestinesi cerco prima di tutto un certo tipo di accordo, non dico che adesso dobbiamo amarci, baciarci e abbracciarci però bisogna arrivare a una vera pace fra i due popoli. Se noi avessimo un tipo di relazione corretta forse ci potrebbe essere un'evoluzione verso una sorta di amicizia; se però cerchiamo una pace per così dire "emotiva", allora ne rimarremo di sicuro delusi.

Di Grazia Casagrande




6 dicembre 2001