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Michele Serra
La crisi del giornalismo d'assalto: le risposte di Michele Serra

Il crollo delle ideologie, il rifiuto di un giornalismo ad effetto si riflettono nella prima prova narrativa di questo "splendido quarantenne".
Parliamo con lui del suo romanzo Il ragazzo mucca


Quanto c'è di autobiografico nel tuo libro? Anche il protagonista del tuo libro è un giornalista, ha circa quarant'anni...
La domanda è inevitabile, un giornalista di quarant'anni che scrive di un giornalista di quarant'anni non può che far pensare a un romanzo autobiografico. Potrei rispondere con Flaubert (che non era un'adultera né tanto meno una donna) e con la sua famosa frase "Madame Bovary c'est moi". Voleva dire proprio questo: quando si scrive si fa sempre ricorso ai materiali della propria vita, della propria esperienza. C'è sicuramente una forte ambiguità autobiografica, ma detto questo vorrei rivendicare una assoluta autonomia del mio libro da quello che io sono, dal personaggio pubblico, dal giornalista conosciuto.
Quali analogie e quali differenze sostanziali ci sono tra e te e il tuo personaggio?
L a storia del libro ha una sua totale libertà da me, nel senso che faccio vivere a Antonio Lanteri delle situazioni molto più sgradevoli di quelle che corrispondono alla mia esistenza. Questo protagonista vomita tutto il giorno: a me, fortunatamente, non capita così frequentemente... Il protagonista del mio libro è una persona malata, sulle cui spalle ho scaricato dei problemi miei, ma aggravandoli. Perché mi piaceva raccontare la storia di una persona che sprofondasse in fondo a una crisi. Io sono molto meno indifeso, ho, più o meno, risolto i miei problemi, infatti continuo a fare il giornalista e mi diverto quasi sempre a farlo. Invece tra Lanteri e il giornalismo e la società dei media la frattura è totale, irreversibile. Il libro va letto cercando anche di liberarsi di me, dimenticando che sono io che l'ho scritto.
Il momento storico, la società che vengono descritte ricordano molto l'Italia dell'oggi.
La politica non è molto importante in questo libro: il protagonista è di sinistra ed è un ex comunista, ma in fondo poteva anche essere buddista, o interista, o qualsiasi altra cosa, poteva anche essere liberaldemocratico... Il tema vero del libro, il problema centrale è il rapporto con il giornalismo. Certo ci sono punti di contatto con l'oggi, ma perché questo è il mondo che mi vedo intorno. Io ho iniziato a scrivere questo libro tre anni fa, quindi non è assolutamente legato all'attualità.
Quindi tu vuoi fissare l'attenzione del lettore sul problema dell'informazione?
Ripeto il tema centrale, il punto di crisi, quello che viene messo in discussione è il giornalismo col suo bisogno di ridurre tutto a "notizia" veloce, immediata, senza riflessione, non i giornalisti.
Rispetto alla scrittura giornalistica, il linguaggio che usi nel romanzo è molto diverso, c'è anche una esplicita dichiarazione messa in bocca a Lanteri, il tuo protagonista, relativa all'importanza delle parole.
Lo scopo di Lanteri è dire alla giornalista che lo vuole intervistare che è necessario compromettersi. I giornalisti spesso usano le parole per mascherarsi, mentre lo scrittore che sta dietro a Lanteri pensa che sia assolutamente necessario "sputtanarsi", essere molto, molto più generosi, nell'usare le parole. Non c'è solo una differenza quantitativa tra lo scrivere un 15 righe per un giornale e più di cento pagine per un romanzo, penso che ci sia soprattutto una differenza qualitativa.
Antonio Lanteri dimostra ben poca pratica nell'accudire la figlia, tu invece hai più volte dichiarato di essere molto coinvolto nella routine familiare quotidiana.
Questo dimostra ancora una volta che il libro non è autobiografico. Io mi do molto da fare con i miei figli, sono stato impegnatissimo a cambiare pannolini, mi sono sempre svegliato la notte. Ho vissuto la paternità un po' per mio trasporto, un po' per ovvie necessità (dato che mia moglie lavora) in modo molto pratico. Recentemente è uscito un articolo su una rivista, di cui non faccio il nome, di una giornalista di cui non faccio il nome, in cui si diceva che chi non si sa nemmeno fare le valige (il protagonisa del mio romanzo) non ha certo il diritto di attaccare i giornalisti. Io giuro di sapermi fare le valige da solo. Ecco, fare un articolo in cui il protagonista del mio libro viene preso a pretesto per attaccare me, mi sembra piuttosto "sciocchino".
Insomma è il mondo del giornalismo italiano che viene messo in discussione nel tuo libro?
Non ce l'ho coi giornalisti, ma col giornalismo. Ci sono molti giornalisti che conosco, che stimo, che scrivono bene, che sanno fare bene il loro mestiere. Credo che quello che oggi sia più da mettere in discussione sia proprio il giornalismo. C'è qualcosa di stridente che credo tutti avvertiamo. Per esempio questa necessità di inquadrare tutti i giorni con grande rapidità e finta disinvoltura, cose che in realtà ci sfuggono. Non dico che siccome la realtà ci sfugge ed è più complicata, si deve fare a meno dei giornali. Io sarei il primo che se andassi in edicola e non trovassi i giornali mi angoscerei. Penserei alla censura, al colpo di stato... Il malessere che ho non è neanche circa il modo di fare delle singole persone, è la condizione che è spaventosa. A tutti è capitato di leggere titoli di articoli che non hanno nessun legame con l'articolo stesso, ma solo la capacità di attirare il lettore. Nei telegiornali poi certe frasi che appaiono scritte sul video a sintetizzare quello che il giornalista sta dicendo, perché così capiamo proprio tutti... Ricordo qualche mese fa, un titolo di Canale5 che appariva alle spalle di Mentana mentre dava notizia della guarigione del Papa: "Il Papa è OK". Per me quella frase era spaventosa, terrificante...
C'è una figura che nel romanzo ha una particolare importanza, è lo "zio d'America", ricchissimo, comunista che disperde tutto il suo denaro per tentare nuove forme di organizzazione del lavoro.
Lo zio Siro. Non è autobiografico, perché la mia famiglia è di destra da generazioni e miliardario proprio nessuno. Quindi ho voluto inventare un avo comunista e miliardario proprio per risarcirmi di cose che io non ho mai avuto. Il personaggio è forse il più scoperto, il meno ingenuo del libro, rappresenta l'ideologia, l'utopia, rappresenta il ricordo di quando la speranza di poter rovesciare il mondo come un calzino era ancora intatta. Questo è il significato dello zio Siro che, non a caso, forse per potermi liberare definitivamente dei miei rapporti con l'ideologia... ma non diciamo il finale, il finale non può essere rivelato...




26 settembre 1997