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Helga Schneider

È stata istituita ufficialmente in Italia "La giornata della memoria", che cade il 27 gennaio di ogni anno, ma pensiamo che certi tragici eventi della storia contemporanea vadano ricordati ogni giorno e che non sia sufficiente dedicare un unico momento all'anno (pur dovuto ed emblematico) per rafforzare la coscienza degli uomini. Proprio questo infatti è il pensiero di Helga Schneider che, oltre a scrivere interessantissimi romanzi dominati dal tema della propria drammatica esperienza di vita (opere che l'hanno resa famosa come scrittrice) ha deciso di parlare, nelle scuole di tutta Italia, con gli studenti, di quanto ha personalmente visto e saputo del nazismo e della persecuzione degli ebrei.
Helga Schneider ci ha gentilmente concesso questa intervista in cui ci parla di sé e delle sue scelte di vita.


Il suo ultimo libro così intenso e forte (Lasciami andare, madre), è arrivato dopo un percorso di vita molto particolare. Ci può parlare anche del suo percorso di scrittrice?
È molto lungo, perché scrivo da quando ero ragazzina e vivevo in Austria. Probabilmente per me la scrittura è sempre stata un'amica, un rifugio. Ho scritto sia romanzi che racconti e quando ho lasciato l'Austria nel 1963 sono rimaste, chiuse nei cassetti, tante pagine mai pubblicate perché non avevo trovato un editore disponibile: probabilmente non avevano nessun valore letterario. A volte, nella vita di uno scrittore, arriva il momento giusto e la storia giusta, ma non credevo certo che potesse essere questa. Nel 1994 (ormai vivevo stabilmente in Italia) scrissi un romanzo d'amore e un giornalista della Stampa di Torino, a cui avevo presentato il mio lavoro, mi chiese di dirgli qualcosa della mia vita perché doveva scrivere un articolo sul tema dell'Olocausto. Gli ho raccontato così la storia che poi sarebbe diventata Il rogo di Berlino. Al mio racconto si inquietò parecchio e mi rimproverò di scrivere "fantasie" avendo invece una storia così forte per le mani, oltretutto una "storia dentro la Storia" con molte implicazioni affettive, culturali, politiche. E mi spinse, in modo molto accorato, a parlare di quella vicenda: così ho deciso di iniziare a scrivere di me e della mia vita.

E il suo romanzo d'amore?

Quel giornalista pubblicò un articolo a tutta pagina sulla Stampa, dove parlò di me, ma molto, molto poco del romanzo. Mi invitarono in televisione e ne parlarono tutti i giornali: causando lo stupore dei miei amici scrittori: loro riuscivano a essere invitati in televisione solo se avevano scritto una nuova opera, io apparivo in tutte le reti televisive senza nessun testo da presentare. Così ho scritto il mio primo libro, pubblicato subito da Adelphi, che ha avuto subito un grande successo. Ne è stata tratta un'edizione scolastica e il rapporto con i più giovani mi ha fatto capire che non era sufficiente scrivere, dovevo anche testimoniare. Era importante che raccontassi ai ragazzi il nazionalsocialismo, cioè un regime terroristico poliziesco e antidemocratico: l'ho fatto e la voce si è sparsa tra le scuole, così molte hanno cominciato a invitarmi. Purtroppo il neonazismo da alcuni anni è riapparso ed esistono nuove forme di razzismo anche in Italia (basta leggere certi striscioni negli stadi), così mi sono domandata che opinione distorta possano essersi fatta i ragazzi del nazismo dato che Hitler ha penalizzato soprattutto la gioventù, ha costretto bambini di otto, nove, dieci anni a iscriversi alla Jungvolk e alla Hitler Jugend.

C'è stata in quegli anni molta attenzione all'indottrinamento.

Certo, e fin da piccoli! Questi ragazzi erano completamente condizionati: i maschietti dovevano avere un solo ideale, diventare bravi soldati, le femmine brave madri, mettendo al mondo molti figli. È stato tolto alla gioventù qualsiasi desiderio individuale ed è stato detto ai ragazzi: appartieni allo Stato, appartieni al Führer, quindi devi domandarti continuamente se il Führer sarebbe d'accordo con quello che fai. In un primo momento tutto questo sembrava bello, pieno di ideali: nessuno avrebbe mai potuto pensare che un giorno, dopo pochi anni, alla fine della guerra, Hitler avrebbe mandato a combattere a Berlino ragazzini di 12-13 anni o anche più piccoli.
Quello che nelle scuole si aspettano da me è che racconti i fatti senza spingere all'odio nei confronti dei nazisti, dei cattivi tedeschi, che racconti "dal basso" come si viveva, cos'era veramente il regime, perché i documentari che abbiamo a disposizione sono tutti propagandistici, sono stati tutti commissionati: la gioia sulla piazza, lo sventolare di bandiere, la gioventù che gridava "Mein Führer!" era solo propaganda. I ragazzi di oggi non possono avere un'idea reale dei fatti perché la libertà sembra scontata, così come l'ordinamento democratico; invece queste cose non lo sono mai del tutto, né oggi, né domani, né tra cinque o dieci anni. Bisogna costruire una cultura, una consapevolezza della democrazia che va scelta ogni giorno: questi ragazzi, che saranno i genitori di domani, devono volere quotidianamente la democrazia, i diritti umani e la pace.

Sono cose che vanno sempre conquistate.

La democrazia non è un diritto acquisito, va sempre conquistata perché ci possono essere sempre nuovi incantatori: ci vuole davvero poco ad incantare la gente purtroppo! Io sono diventata una testimone perché voglio lasciare nei ragazzi un seme di pace.

La sua attività di scrittrice le ha dato molte soddisfazioni.

Sono davvero felice di essere diventata finalmente una scrittrice: ora, con il quarto libro, ho concluso il discorso aperto con Il rogo di Berlino.

Quali fatti salienti della sua vita vengono descritti in quest'ultimo libro?

Il libro è nato da un fatto particolare: ho rivisto mia madre due anni e mezzo fa, ed era la seconda volta in tutta la mia vita. Molte persone, alla fine dei dibattiti, mi chiedevano che fine avesse fatto mio fratello Peter, o Opa, il nonno acquisito, o quali fossero i rapporti con mia madre. Quindi per concludere la narrazione della mia vita, che è abbastanza dolorosa, mi sono decisa a scriverne la conclusione, la chiusura terribile.

Quanta sofferenza le è costata scrivere Lasciami andare, madre?

È logico che mi abbia fatto soffrire, non voglio fare la drammatica, ma è una situazione che provoca dolore: mi ha fatto male rivedere mia madre, mi ha fatto male subito dopo scriverne e fa ancora male non avere avuto una madre e il pensiero quasi ironico che invece io l'ho, ma non ho potuto, o voluto, averla. Non ho potuto provare neppure la rassegnazione, come sarebbe avvenuto se avessi perso mia madre, da piccola, in un incidente. Ho scritto questa storia come una specie di monito. Qualcuno ha detto che i cattivi esempi servono più dei buoni e credo che sia vero: il mio libro penso faccia riflettere, mi illudo che sia utile.

Secondo lei che cosa ha impedito a sua madre di prendere coscienza delle sue responsabilità?

Ha mai sentito parlare di sette religiose, dove gli adepti subiscono un lavaggio del cervello? Queste forme di plagio sono una cosa molto seria e a volte richiedono anni di psicoterapia per recuperarne le vittime. Così è successo col nazismo. Conosco grandi capi nazisti che non si sono mai staccati idealmente e realmente dal nazismo, dal fascino negativo di Hitler che era una persona di un grandissimo carisma capace di dominare personaggi come Rommel, un generale, una persona dura. Lui stesso ha detto: "Non so che cosa mi capiti quando vado davanti a Hitler, mi cedono le ginocchia". Mia madre probabilmente è un caso irrecuperabile, non è stata capace o forse non ha voluto tornare indietro. Invece moltissimi si sono ravveduti, hanno capito l'orrore del nazionalsocialismo. La cosa infernale e incredibile è che tutto ciò è successo nel cuore dell'Europa, in un paese, la Germania, culturalmente progredito, che ha avuto grandi scrittori, grandi musicisti, grandi scienziati. Ed è ancora incomprensibile come tutto quello che è successo sia potuto realmente accadere. Alcuni nazisti hanno solo finto, di fronte alla società tedesca, di essersi ricreduti e ci sono tuttora degli anziani pieni di nostalgia per quei tempi. Quando sono stata recentemente in Germania ho sentito molte persone dire, constatando che i tempi sono diventati un po' lassisti e si rispettano molto meno le regole, che ci vorrebbe ancora un po' di Hitler. Forse vogliono solo un po' più di rigore... Inoltre in Germania succede una cosa strana: dopo tanti anni non è ancora permesso scherzare su Hitler, non sono ancora capaci di ironia, in un certo senso è ancora intoccabile: vengono pubblicati molti saggi sul Terzo Reich, ma non si può ancora scherzare sul Führer. Significa che non lo hanno ancora totalmente elaborato.

Lei, per anni, ha quasi rifiutato la sua lingua materna. Come è potuto avvenire?

La lingua materna non si può dimenticare perché ce l'abbiamo nel sangue, fa parte di noi, è nei nostri geni. Quando sono venuta in Italia, dove mi sono sposata, ho deciso di chiudere con l'Austria, paese che non mi ha dato nulla. Sono stata in conflitto sia con mio padre che con la sua seconda moglie che non mi ha mai accettata, tanto che mi hanno fatto crescere in collegi, e per questo ho maturato del rancore nei confronti di mio padre, pur amandolo molto. Mio padre era un bravissimo disegnatore, uno scrittore, un uomo intelligente, di cultura, ma io non l'ho potuto godere, e in Austria sono stata costretta a cavarmela da sola: ho studiato e ho lavorato nelle birrerie per mantenermi agli studi, come facevano molti studenti. D'estate ho posato come modella in vari studi fotografici sempre per arrotondare lo stipendio. A Salisburgo c'era Kokoschka che insegnava all'accademia e ho posato per lui, ho fatto tutti i lavori possibili, ho condotto una vita un po' bohemienne, mi sono arrangiata da sola, ma sempre col rancore di non avere una madre e di non avere in pratica neanche un padre. L'Austria non mi ha dato nulla se non fatica e sofferenza. Con la Germania avevo già chiuso da un pezzo perché Berlino mi aveva tolto tutto, e prima di tutto l'infanzia, anche se in realtà non è la città che mi ha colpito ma la situazione politica e familiare.

Così ha scelto la lingua italiana.

Mi sono gettata letteralmente sulla lingua italiana e, negli anni Settanta, ho cominciato a scrivere per alcuni giornali italiani (non solo per Il resto del Carlino, ma anche per varie testate regionali), perché mi piaceva molto il giornalismo. Alcuni anni dopo ho iniziato a scrivere dei romanzi in italiano e poi ho fatto una cosa strana: ho evitato di parlare con gente che parlava tedesco. Ad un certo punto mi sono spaventata e mi sono accorta che non riuscivo a parlare più in tedesco. La prima volta in cui ho parlato con una austriaca mi sono accorta che non riuscivo a parlare, cercavo le parole e mi esprimevo in italiano. Era solo una rimozione, però è anche vero che dal '63 fino a tre anni fa non ho più parlato tedesco. Quando Il rogo di Berlino fu acquisito da un editore tedesco mi chiesero naturalmente se volevo tradurlo io stessa e risposi di no, chiedendo solo di fare la supervisione; ho continuato a leggere in tedesco, però per me formulare frasi intere è diventato difficile. Ieri ho parlato con la nipote di un personaggio molto vicino a Hitler e mi sono scusata più di una volta perché inciampo su molte parole. Ho recuperato in parte la mia lingua grazie a una mia cugina, che vive in Germania, e tornando in quel paese mi accorgo quasi di giorno in giorno che sto recuperando l'uso del tedesco. È un po' come andare in bicicletta...

Di Grazia Casagrande




8 febbraio 2002