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Rafik Schami

Come Conrad, Nabokov e Marai, Rafik Schami non scrive nella sua lingua madre, l’arabo, ma in tedesco, perché vive in Germania dal 1970, quando l’Università di Heidelberg accettò la sua domanda di iscrizione, offrendogli la possibilità di lasciare la Siria e di evitare il servizio militare. Rafik Schami avrebbe preferito andare a Parigi, ma la risposta di Heidelberg - come lui stesso ci racconta - arrivò prima e quello che lui voleva soprattutto era essere libero. Abbiamo parlato con lo scrittore siriano del suo romanzo appena pubblicato dalla casa editrice Garzanti.

Il lato oscuro dell’amore è un romanzo molto ricco, pieno di personaggi e di storie che coprono un lungo arco di tempo: quanto tempo le ci è voluto per scriverlo?

Ho impiegato trent’anni a scrivere il romanzo, con delle interruzioni in cui ho fatto altri lavori minori. E però questo è stato il mio progetto principale e segreto per trent’anni: il tempo necessario per fare delle ricerche e per capire gli aspetti delle strutture delle famiglie, dei clan, di tutta la società araba e delle implicazioni religiose che questa comportava. Inoltre volevo scrivere senza cadere nel moralismo, senza trasformare la storia in una predica sull’amore: volevo una storia leggibile come un libro giallo o come un romanzo d’amore e nello stesso tempo volevo fornire una descrizione di quel mondo.

Che metodo ha seguito nella stesura del romanzo: aveva già chiaro in mente ogni frammento delle storie?

Ho incominciato a scrivere in maniera ingenua, perché all’inizio pensavo sarebbe stato un romanzo breve. Scrivendo ho imparato che la forma migliore per quello che avevo in mente era quella del mosaico. All’improvviso ho avuto come una visione di tante piccole storie in cui dapprima i personaggi non erano chiari ma che poi hanno acquistato la loro identità, il loro modo di essere.

Più o meno a pagina 200 scopriamo che Claire è la nipote di Antonio Sciamico che era arrivato a Damasco da Venezia nel 1850 e aveva arabizzato il suo nome in Schami, e capiamo che questa è in parte la storia della sua famiglia: quanto c’è di lei stesso in Farid?

C’è molto di me in Farid, ma gli ho dato anche altre caratteristiche: non mi sono fidato a farlo troppo simile a me perché temevo di risultare noioso. Ad esempio, la provenienza veneziana mi è servita per fare un accenno storico ai commerci tra Damasco e Venezia. Per alcuni versi Farid ha goduto di circostanze migliori delle mie e per altri versi peggiori. Ho cambiato molte cose per esigenze narrative: io ho cinque fratelli e sorelle, ma sarebbe stata una catastrofe metterli tutti nel romanzo, sarebbe stato un rubare dello spazio allo stesso Farid. Insomma, c’è molto di me in Farid ma non sono io. Claire non è una donna coraggiosa, al contrario di mia madre che lo era: l’ho fatto di proposito perché non diventasse un’eroina e lasciasse che tutta l’attenzione fosse focalizzata su Farid. Coincide la data che è la fine del libro: come Farid, anche io nel 1970 ho lasciato Damasco.

Se guardiamo i titoli dell’indice, troviamo la ripetizione delle parole “amore”, “famiglia”, “morte”, “riso” e “divertimento”. C’è molto amore e molta morte nel romanzo, a volte vien da pensare che veramente ci sarà sempre una morte ad interrompere una storia d’amore.

Nel romanzo Amore e Morte sono i due poli della società araba, e, paradossalmente, dove c’è amore non c’è morte - l’amato non può morire mai e allora la morte si sente offesa e distrugge l’amore nel mondo arabo. Ho messo questa frase in bocca a Jasmin: “Io ho deciso a favore dell’amore”, e la morte non ha accettato questa decisione e Jasmin muore per mano del nipote Samuel. La vita nel mondo arabo è caratterizzata da questa tensione tra amore e morte.

La famiglia non appare come un valore positivo: rivalità, odi, assassinii si trovano all’interno della stessa famiglia.

Ce l’ho più con i clan che con la famiglia: i clan sono violenti e hanno un sacco di potere e sono onorati da tutti. Le famiglie hanno i loro lati positivi e i lati negativi, ma quello che è negativo è l’influenza che i clan hanno sulla famiglia e tutta la cultura del mondo arabo. I clan distruggono anche la repubblica, 300 persone in parlamento hanno votato per la successione di padre in figlio con Assad. I clan di oggi hanno mantenuto solo gli aspetti negativi dei clan del deserto, solo gli aspetti criminali. E’ questo che fa sì che Samuel uccida sua zia, su istigazione del clan.

La visione esasperata dell’onore e della difesa dell’onore è qualcosa che accomuna i popoli mediterranei?

È il risultato della deformazione della società per cui gli uomini non vedono l’onore nel difendere la libertà dalla dittatura, ma mettono l’onore nell’imene della donna, e sono le donne a soffrire di questo. È assurdo che questa attenzione alla verginità arrivi al parossismo per cui ci sono dei settori della chirurgia che fioriscono sulla pratica di ricucire la verginità delle donne. E tutto per soddisfare il senso dell’onore maschile.

Le donne del suo romanzo sembrano vivere in due mondi: uno in cui sono spesso vittime degli uomini e poi in un mondo nascosto, in cui hanno amori illeciti, sono sensuali e libere. È conseguenza della religione e del costume islamico?

Anche questo è la conseguenza del sistema di vita della società maschilista in cui le donne non possono reagire con uno scontro frontale ma utilizzano l’astuzia per cavarsela e quindi si coalizzano per capire come uscire vincenti. Sheherazade ha conquistato il suo uomo grazie alle storie che gli racconta per placarlo: avvinto nelle sue storie, lui è nelle sue mani. Mia madre e le sue vicine di casa assumevano un doppio volto, da vittime e da dominatrici. In casa mia era mia madre che aveva l’influenza maggiore; mio padre portava a casa i soldi ma l’influenza dominante era quella di mia madre: rispettavamo mio padre ma l’amore era per la mamma.

La storia travagliata della Siria è dovuta in parte alla complessità del tessuto sociale?

La Siria ha una società complicata, per le molte etnie, le molte religioni- ci sono drusi, cristiani e musulmani -, le molte culture, dall’aramaica all’armena e alla palestinese e all’araba. Non è paragonabile all’Iran dove il 99% sono sciiti, e perciò una radicalità non è possibile. Proprio per questa popolazione variopinta la Siria è un paese adatto alla democrazia ed è per questo che i dittatori mantengono un pugno di ferro per evitare la democrazia.

Scrive in tedesco: aveva già scritto dei romanzi in arabo prima di lasciare Damasco?

Avevo già scritto delle storie brevi in arabo ma, da quando ho lasciato Damasco, non ho più scritto in arabo. Ho capito che non avrebbe avuto più senso pubblicare qualcosa in arabo e che dovevo imparare bene il tedesco: in un anno ho imparato quello che mi serviva per frequentare l’università, poi ho incominciato a leggere romanzi in tedesco per imparare la lingua letteraria. E dal 1978 ho scritto in tedesco.

E che cosa ha significato per lei scrivere in una lingua che non è la sua?

Scrivere in una lingua straniera è un’avventura. A volte ci si trova senza parole, non ci si riesce a esprimere, ma a volte consente di creare un nuovo genere. La mia letteratura non è letteratura tedesca ma è scritta in tedesco, scritta nel ricordo di Damasco: le immagini sono arabe, uso le metafore del mondo arabo per scrivere in un’altra lingua.

Di Marilia Piccone




17 febbraio 2006