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Tiziano Scarpa

Anche Tiziano Scarpa fa T!lT

Ecco perché lo scrittore veneziano ha scelto di partecipare al festival torinese e cosa sarà il suo Groppi d’amore nella scuraglia, messa in scena e “messa in volto” della parola.


T!LT, un festival nuovo che si aggiunge ai tanti organizzati in Italia in questo periodo. Perché hai scelto di parteciparvi?

Accetto quasi tutti gli inviti, vado dappertutto. In primo luogo nelle scuole, per fare laboratori di poesia e invenzione delle metafore, facendo conoscere grandi autori poco noti, è un dovere civico. Quanto ai festival, non è che abbiamo tutta questa scelta: dipende se i festival ti invitano o no! In questo caso mi ha chiamato il circolo letterario Sparajurij, un gruppo di scrittori torinesi che partecipano all’organizzazione di T!LT.

Il tuo intervento sarà la lettura scenica di Groppi d’amore nella scuraglia, un testo che uscirà il 14 giugno per Einaudi. Cosa vedranno/sentiranno gli spettatori?

È un monologo pieno di personaggi. Racconta la storia di un paesino del centrosud, che rischia di diventare una discarica di immondizie. Il protagonista parla in una lingua che può ricordare l’abruzzese, molto spassosa, ma che permette anche slanci lirici che in italiano forse suonerebbero stucchevoli. Si rivolge a Gesù, parla con gli animali. Il pubblico mi vedrà dare in escandescenze, mettere incinta una… (non lo dico!), formare ai miei piedi un “munnezzaro” di carta straccia…

Lo riproporrai anche in altre città?

Sì, il 16 giugno a Milano, il 7 luglio a Trieste, l’11 o 12 luglio ad Ancona, il 21 luglio a Reggio Emilia, il 5 agosto a Modena, il 23 settembre a Pordenone. A volte lo reciterò per intero, altre volte ne proporrò degli estratti.

Tu fai parte della piccola schiera di scrittori che crede nelle performance e riunisce i lettori anche in appuntamenti “dal vivo”. La tua esperienza in questo senso è ormai pluriennale. Il giudizio su queste iniziative è sempre positivo? Hanno in qualche modo influito sulla tua scrittura e sul tuo rapporto con i lettori? Pensi che il pubblico degli spettacoli sia lo stesso che legge i tuoi libri? Che proprio dopo averti visto sul palco vada in libreria a cercare i tuoi testi o, viceversa, pensi siano i lettori che già ti conoscono a venire ad ascoltarti? In sostanza: questi spettacoli sono una forma di promozione della lettura o no?

Groppi d’amore nella scuraglia non è ancora un libro, eppure da mesi lo recito lo stesso, per il piacere di farlo. Alcuni spettatori, alla fine della lettura scenica, raccattano i fogli appallottolati che ho gettato sul palco cercando i brani che gli sono piaciuti di più, se li portano via. Faranno lo stesso quando sarà disponibile il libro? Chi può dirlo. Per me in questi casi conta far bruciare la parola sulla scena. È un’esperienza esaltante, leggere in scena, vivere dentro le parole che hai scritto tu stesso, impersonarle, dargli voce, gesti. Non ha niente a che fare con il momento della scrittura, della redazione di un testo. È qualcos’altro, è una seconda vita dello scritto. Le parole che pronunciamo a voce alta fanno sussultare il nostro organismo, lo deformano: più che dire qualcosa, noi parliamo sorrisi, enunciamo smorfie, ogni nostra frase struttura intorno a sé una carnagione espressiva, plasma le nostre membra che pronunciano quella frase. Siamo sempre in stato di messa in scena, di messa in volto della parola.

Di Giulia Mozzato




7 giugno 2005