foto Effigie

Sapphire
Parole dal ghetto

La sua biografia ci aveva un po' intimorito (una "dura" Sapphire!), e invece l'incontro ci propone una donna bella e intelligente, dolce e molto disponibile, attenta al suo interlocutore.

Nella situazione di marginalità del ghetto che lei descrive nel suo libro, crede che sia la donna a soffrire di più?
Se la mettiamo sul piano della quantità di sofferenza io non so se si possa dire che la donna soffra di più dell'uomo del ghetto, perché io tendo a non quantificare la sofferenza. E' però un dato di fatto che la donna soffre di una categoria in più di abusi: cioè l'uomo soffre di razzismo e di classismo, cioè di povertà, la donna questi due e in più il sessismo.
Se guardiamo però le statistiche di mortalità, vediamo che i maschi muoiono di più di morte violenta, le donne hanno in più l'essere picchiate e l'essere stuprate, forse insomma c'è una equivalenza.
La sua esperienza di insegnante è stata importante per lei nell'ispirarle certe pagine di Push? Oltre a tutto è proprio un'istituzione scolastica che ridà speranza alla protagonista.
Sì, è così, voglio aggiungere che non solamente ho insegnato ad Harlem, ma vi ho anche vissuto e vi sono andata a scuola io stessa, ho frequentato il City College dove ho preso la mia prelaurea e perciò ho visto tutte le sfaccettature dell'insegnamento e della vita di Harlem.
Il suo libro so che è stato molto letto dai giovani di Harlem. Lei a che pubblico si rivolge, ai ragazzi del ghetto o è una denuncia rivolta ai benpensanti?
Io ho scritto per tutti e devo aggiungere che quando il libro era pronto sono andata alla mia casa editrice e c'erano lì 200 copie a mia disposizione perché le mandassi a chi volevo, e io ho cominciato a mandarne una copia alla moglie del Presidente, Hillary Clinton, a tutti i sindaci neri di città americane, a tutti i responsabili delle organizzazioni sulla sieropositività e l'AIDS, agli psichiatri e agli psicologi neri, ai bibliotecari, agli insegnanti o a gruppi che si occupano del recupero delle persone in difficoltà, a gruppi di donne. Perciò li ho mandati sia al mondo dei benpensanti, sia a quanti possono far sì che il libro sia veicolato, anche attraverso le biblioteche circolanti, e arrivi ad esempio a quelle povere ragazze che, magari, leggono qualcosa ma pensano che le loro storie non potranno mai destare interesse in qualcuno.
La famiglia d'origine della protagonista è un disastro. La presenza però dei figli, soprattutto del secondo bambino di Precious, è invece vista come elemento positivo e di speranza. Qual è la sua opinione sulla famiglia come istituzione sociale?
Forse la famiglia nucleare, quella fatta da madre, padre e bambino non è adatta alla forma di vita che hanno lì, nel ghetto. Ma una famiglia, che sia un gruppo di persone, che sia un sostegno e un nucleo forse è ancora qualcosa che ha un valore. Diciamo che il concetto di famiglia deve essere aggiornato a forme diverse che non sono quelle che noi abbiamo in mente. Precious soffre della violenza della propria famiglia, ma sa perfettamente, sia perché guarda la televisione, sia perché lo sente dentro di sé, che non è così che dovrebbe essere trattata. Lei non sa bene come dovrebbe essere trattata, perché gli stereotipi che vede alla televisione sono ben altra cosa. Non riesce però a capire come della gente che generazione dopo generazione è stata oppressa e maltrattata non possa che riprodurre l'abuso. Lei ha un minimo di fortuna in più: ha dentro di sé la capacità di essere una buona madre e lo vuole essere, poi Precious riceve, in quel momento, quel minimo d'aiuto che la fa scattare e che fa di una possibile "violentatrice" qualcuno che vuole essere proprio diverso da quello che ha subito.
Qual è la reazione delle giovani donne del ghetto alle violenze che subiscono quotidianamente?
Esistono due categorie: quelle che essendo state maltrattate riproducono le violenze e quelle che capiscono e cercano di evitare nella prossima generazione che la stessa cosa si perpetri.
Il linguaggio utilizzato è molto complesso: il libro è quasi interamente scritto nel linguaggio sgrammaticato della protagonista. Perché ha fatto questa scelta?
Io cercavo di mostrare quello che una Precious sente, quello che deve superare, quella che è la sua vita di tutti i giorni per lei, in questa sua incapacità di comunicare. Quando incomincia a scrivere quei pochi segni che scrive, la sua frustrazione deve essere al massimo, perché a lei nella testa ronza qualche parola, ma non riesce a mettere giù nemmeno una parola compiuta. Io mi ricordo di aver visto un film in cui si trattava della condizione dei sordi e se ne parlava, se ne discuteva, si cercava di far capire cosa provano e a un certo punto tolgono l'audio, mentre l'attore continua a parlare e così tutti si trovano nella condizione dei sordi. È quello che ho voluto fare io: mettere il lettore nelle stesse condizioni di Precious, perché a volte deve lottare con la pagina per capire che cosa diavolo vuol dire questa ragazza, ma lei deve farlo sempre per cercare di comunicare.
Il traduttore deve aver avuto grandi difficoltà a tradurre queste pagine. Quali sono stati i suoi contatti col traduttore?
No, io l'ho incontrato solo oggi a pranzo, ma è a sua volta un poeta, un insegnante e ha insegnato ai bambini dislettici. Questa combinazione ha fatto sì che questa fosse una traduzione particolarmente felice, ma per il resto io non l'ho potuto seguire, non parlando a mia volta la lingua italiana. Forse questo è però un caso molto particolare. Anche per le traduzioni in altre lingue, è capitato che accettassero di tradurre il mio libro persone che avevano un coinvolgimento particolare, perché, siamo seri!, il mestiere del traduttore non è molto pagato e non conviene a nessuno perdere tempo a cercare un tipo di linguaggio che adatti a un'altra lingua una situazione che è irriproducibile nella propria. Sono stata fortunata, mi sono imbattuta in persone che hanno voluto, per ragioni loro, fare questa traduzione.
Quali sono i suoi nuovi progetti?
Ho due cose in cantiere, una raccolta di poesie e un altro libro che è "un qualcosa", non so ancora bene. Adesso io viaggio su questo doppio binario di narrativa e poesia.
Narrativa e poesia, come pensa di unire queste due forme di scrittura?
Per essere un poeta si può essere ciechi, perché la poesia viene da un ritmo interno. Io ho fatto anche la ballerina (non sono stata un granché come ballerina), ma comunque significa avere un certo senso del ritmo, qualcosa che ti gira nella testa e che anche se non vedi niente intorno c'è lo stesso. Ecco io non penso che avrei potuto essere una buona narratrice se invece che cieca, fossi stata sorda, perché lì bisogna ascoltare e bisogna tendere l'orecchio a tante sfumature. Io quando mi metto nel mio ruolo di scrittrice e non di poeta, vado a parlare con molte persone, mi guardo molto in giro e tendo tutti i sensi, la vista e l'udito per cercare di captare cosa dicono le persone e metterlo nella scrittura.


Il libro di cui si parla nell'intervista è: Push. La storia di Precious Jones - pag. 173, Lit. 24.000 - Edizioni Rizzoli, (La Scala)



18 aprile 1997