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Moises Saman

Presentato a Milano in anteprima mondiale il libro di un giovane fotografo, Moises Saman, che ha fissato nelle sue immagini i dolenti attimi delle guerre contemporanee, dall’Iraq all’Afghanistan alla Palestina.
This is War (edito da Charta) è un libro drammatico che tuttavia apre inattesi spiragli di normalità, offrendo un contributo concreto alla denuncia della inutilità e della crudeltà cieca della guerra, a favore della pacifica convivenza.
Ecco come Moises Saman ci parla del suo libro in una intervista-riflessione che non dimentica la difficoltà e i pericoli del suo lavoro, le scelte e i problemi pratici che questo comporta.


La fotografia è un modo per "leggere" la guerra e per interpretarla, con la crudezza della realtà, ma sempre interpretandola in modo soggettivo. Quale sentimento, quale messaggio pensa di trasmettere attraverso la sua lettura?

Spero che attraverso le mie foto le persone riescano a connettersi intimamente con i soggetti che vedono, cerco di far vedere la gente normale che deve sopravvivere con la guerra intorno, mostrare la loro dignità dentro al caos.

Le immagini contenute nel volume hanno spesso la rapidità del reportage, altre volte sembrano più "posate". È così?

In certe situazioni ho più tempo per lavorarci, posso aspettare il momento giusto, il momento che cerco. In altre gli eventi scorrono così velocemente che sarebbe molto pericoloso indugiare e devo lavorare con rapidità.

La sua esperienza di fotoreporter l'ha portata su tre fronti di guerra: Palestina, Afghanistan e Iraq. Sono situazioni analoghe o vi sono differenze sostanziali tra queste tre realtà? E per svolgere il suo lavoro quali difficoltà incontra nei tre paesi?

L'unica cosa che cambia è il posto, il circondario, ma gli effetti della guerra sulle persone sono gli stessi: la morte, la distruzione, il dolore, l'affanno, la sopravvivenza sono caratteristiche comuni delle guerre. È difficile lavorare come giornalista in questi tre conflitti. La Palestina è difficile perché le forze israeliane hanno la tendenza di considerare "target" i giornalisti, bersagli. Durante la guerra in Iraq è stato difficile lavorare perché il ministero iracheno delle informazioni ha rafforzato le restrizioni per i giornalisti. E ora è ancora più difficile a causa della difficoltà di viaggiare per la paura di essere confuso con una spia o una parte delle forze della coalizione. L'Afghanistan era più aperto era più facile muoversi, indagare e senza troppe restrizioni ma comunque molto pericoloso.

Come sceglie un taglio, una inquadratura? E' tutto casuale o, come credo, frutto di un progetto?

Cerco di concentrarmi molto sull'inquadratura nelle mie foto, voglio trovare i momenti delicati, i momenti privati che dimostrano il rispetto e la dignità del popolo che soffre per la guerra.

Alcune delle immagini del volume sono molto forti, ma credo che lei ne avesse anche di più crude. Come ha selezionato quelle qui raccolte?

In questo libro non volevo mostrare solo il sangue e scene pornografiche di morte ma ho tentato di scoprire l'anima e la dignità della gente che mi ha permesso di fare da testimone alla loro sofferenza.

Un libro come questo può a suo parere alimentare il dissenso nei confronti di ogni guerra?

Spero che di fronte a queste foto chi guarda possa stabilire una connessione con le persone ritratte e comprendere le loro difficoltà. Vorrei far capire la terribile realtà della guerra, rendere umana, concreta, l'infinita sofferenza, concentrando l'attenzione sull'individuo.

Tecnicamente, con quali macchine lavora e quali pellicole utilizza abitualmente?

Le foto di questo libro sono state fatte con una digitale Nikon Dix, soprattutto con la lente 17,35 mm.

Di Giulia Mozzato




1 giugno 2004