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Edward W. Said: un palestinese "Sempre nel posto sbagliato"

Pubblichiamo solo ora questa intervista, rilasciataci da Edward W. Said pochi giorni prima dell'11 settembre, perché nel periodo immediatamente successivo alla tragedia che ha colpito gli Stati Uniti non ritenevamo possibile una riflessione pacata su di una questione complessa come quella palestinese. Oggi, visti i drammatici sviluppi in Medio Oriente, crediamo che quanto detto da questo intellettuale rappresenti un contributo molto utile al dibattito.

La dichiarazione uscita dalla recente conferenza Onu di Durban sul razzismo: "Siamo allarmati dalla grave sofferenza subita dal popolo palestinese sotto occupazione straniera. Riconosciamo il diritto dei palestinesi all'autodeterminazione e a organizzare un proprio stato indipendente e il diritto di tutti gli stati della regione, compreso Israele a vivere in condizioni di sicurezza", secondo lei rappresenta una mediazione accettabile?
È un'affermazione abbastanza garbata, anche se minima, non crea grandi controversie, a parte la definizione di "occupazione straniera" che ha irritato Israele.

Ha parlato del sionismo come elemento discriminatorio, ma non razzista. Anche Rossana Rossanda su il manifesto è intervenuta al dibattito con un editoriale dicendo che è pericoloso dire che il sionismo è semplicemente razzismo.

Non considero il sionismo una forma di razzismo, ma di discriminazione tra l'essere e il non essere ebreo perché in Palestina tutti sono liberi, qualsiasi ebreo ha il diritto di esserci perché Israele è lo stato degli ebrei nel mondo, non solo dei cittadini che vi risiedono. Però bisogna tener conto che il 20% degli abitanti, gli arabi che vivono in Palestina, sono assolutamente discriminati perché non hanno diritto, ad esempio, di acquisire terre o di aprire imprese (e questa è una discriminazione nei confronti dei non ebrei). È come se si dicesse che in Italia solo i cattolici possono fare alcune transazioni commerciali, mentre protestanti o persone di altre religioni non possono farlo. Questa è chiaramente discriminazione, non razzismo.

Esistono delle responsabilità della Comunità Europea e in particolare degli Stati Uniti sul fatto che non si giunga ad una soluzione della tragedia?

Sì certo. La responsabilità ricade sull'Europa e sull'America per tre ragioni fondamentali: la prima è che Israele è stata creata dalle Nazioni Unite e in particolare dall'Inghilterra nel 1948 ed è stata supportata dal punto di vista militare, politico e finanziario dagli Stati Uniti. In quel momento i palestinesi sono stati spodestati. È naturale che per i tre milioni che vivono in quei territori (sotto occupazione e senza uno Stato) la responsabilità sia di chi ha creato Israele in quegli anni.
La seconda ragione è che gli ebrei sono lì a causa dell'antisemitismo europeo: sono fuggiti dall'Europa per le persecuzioni subite, ma siamo noi palestinesi a pagarne le conseguenze perché gli ebrei sono arrivati in un posto dove viveva un popolo e lo hanno scacciato. Siamo insomma le vittime delle vittime e la responsabilità principale quindi è di chi ha costretto gli ebrei a fuggire.
Il terzo punto è che dal 1948 ci sono state tante risoluzioni dell'Onu per l'internazionalizzazione di Gerusalemme, città importante per tutte le religioni, ma l'internazionalizzazione proposta penalizza in particolare i palestinesi. La Palestina non è una terra normale, ha una valenza, ha un significato simbolico per tutti.

Uscirà presto per Feltrinelli un suo libro che si chiamerà La fine del processo di pace in cui dice che Sharon è destinato al fallimento. Lei è uscito dal Consiglio palestinese di cui faceva parte, in polemica per l'accordo di Oslo: non pensa che adesso la situazione sia talmente precipitata che si debba tornare a quelle ipotesi che a lei non piacevano?

Il ritorno all'ipotesi di Oslo non è una soluzione, è un ritorno al problema: in quegli incontri non veniva detto nulla sull'occupazione e quindi non venivano date soluzioni. Nessun palestinese, tranne pochissimi, accetta questo compromesso, tutti vogliono ritornare alla situazione precedente all'occupazione, cioè prima del 1967: per questo Oslo è fallito.

Prima della vittoria di Sharon lei aveva detto che, singolarmente, gli israeliani sono persone normali, fanno una vita normale, puntano al successo personale, ma come popolo sono un disastro. Da cosa nasce la spinta che ha portato alla vittoria un personaggio come Sharon?

È difficile per me parlare di questo. Ci sono diversi tipi di israeliani, non sono tutti uguali, ma molti temo che vivano quasi fuori dal mondo: certi credono di essere a Los Angeles. Vivono circondati da mussulmani e arabi eppure pensano di essere negli Stati Uniti. È una specie di abbaglio collettivo: credono di essere legittimamente in quel posto, di aver diritto a quella terra e di poter mandare via chiunque, senza nessun problema, senza farsi alcuno scrupolo e oltretutto dicono di essere minacciati nonostante abbiano armi, elicotteri, aerei, tutto quello che vogliono dagli Stati Uniti. Ma minacciati da chi esattamente? I palestinesi che vengono uccisi sono come topi in gabbia. Dovrebbe cambiare qualcosa anche nelle loro scuole: la proposta di far leggere anche poesie palestinesi è stata rifiutata per non contaminare la purezza delle menti... Nelle scuole non viene data nemmeno la possibilità di conoscere autori o poeti non ebrei.

Dalle pietre agli uomini bomba. Non teme che si arrivi ad una Palestina totalmente islamica?

Più che altro credo che le armi che stanno usando i palestinesi, dalle pietre agli uomini bomba, non sono armi vere come le definiscono gli islamici, sono quelle dei deboli e dei disperati, di chi si vuole liberare da un giogo. Non si può dire che questo islamizzi i palestinesi. Se i buddisti si danno fuoco per liberarsi da un giogo non è detto che il buddismo esiga questo. Precedentemente era avvenuto in Vietnam. Sembra quasi un'isteria mediatica voler vedere questa cosa come un rito quasi medioevale. Ma la realtà è diversa.

Oltre ad Arafat c'è un altro interlocutore possibile?

La leadership di Arafat secondo me è finita, ma ci sarà, anzi c'è già una nuova generazione che nasce all'interno delle organizzazioni non governative, ingegneri, avvocati, professionisti di qualsiasi tipo, non conosciuti in Occidente, palestinesi della diaspora, e sicuramente da questo substrato emergerà una nuova leadership. Non è una cosa che può succedere adesso, ci sarà un periodo di instabilità, perché intorno ad Arafat ci sono personaggi che non godono dello stesso status, della stessa popolarità e probabilmente i "concorrenti esterni" verranno osteggiati. Ci sarà un lungo periodo di instabilità, se non addirittura una guerra civile, ma nel futuro questa nuova generazione emergerà. L'alternativa islamica crea interesse nella popolazione anche perché vengono forniti da parte dei gruppi religiosi servizi che la polizia di Arafat non ha mai dato, per esempio scuola, salute, cibo, casa, ma secondo me non ha futuro.

Che cosa possono fare i palestinesi?

Dovrebbero parlare molto di più, avere un contatto diretto con gli israeliani, soprattutto con i soldati dell'esercito che stanno sulle barricate, per far capire loro che stanno compiendo un crimine, obbedendo a ordini superiori: colpire i civili è un crimine, secondo la convenzione di Ginevra. Proprio ieri, ad esempio un uomo è morto in ambulanza perché gli è stato impedito di attraversare le barricate.

Qual è il rapporto tra scrittura e impegno civile?

È difficile per me separare la letteratura dal mondo, dalla storia anche se la letteratura ha convenzioni e aspetti che non hanno nulla a che vedere con la politica. D'altra parte il linguaggio della letteratura e della politica è lo stesso: può esserci una differenza di scopi, una differenza estetica ma il linguaggio è lo stesso.

Anche Montaigne introduceva, come fa lei, nei suoi scritti il proprio punto di vista e alcuni racconti di carattere autobiografico.

Ho sempre parlato per me stesso e nessuno mi ha mai detto che cosa devo dire o scrivere. Io sono l'unico responsabile di quello che scrivo e ovviamente scrivo della mia esperienza, del mio coinvolgimento con la questione palestinese, con il futuro e il destino del mio popolo. La mia esperienza personale, mi ha accomunato molto a Montaigne perché anch'io offro al pubblico le più intime riflessioni... Sono stato criticato dai palestinesi perché in questo periodo di forte crisi non concentro i miei attacchi su Israele, ma credo che non debba mai venir meno la capacità di fare autocritica.


Edward W. Said è stato per anni portavoce negli Stati Uniti della causa palestinese, arabo. Nato a Gerusalemme nel 1935, è professore di Letteratura inglese e comparata alla Columbia University di New York. In disaccordo con Arafat uscì, dopo gli accordi di Oslo, dal Consiglio palestinese di cui era membro.

Bibliografia

Said Edward W., La convivenza necessaria, 1999, 96 p., Lit. 10000, "La biblioteca di Internazionale", Internazionale (ISBN: 88-87028-13-3)

Said Edward W., Cultura e imperialismo. Letteratura e consenso nel progetto coloniale dell'Occidente, a cura di Saracino M. A., tr. di Chiarini S. e Tagliavini A., 1998, 430 p., Lit. 49000, "Orienti" n. 14, Gamberetti (ISBN: 88-7990-016-1)

Said Edward W., Dire la verità Gli intellettuali e il potere, tr. di Gregorio M., 1995, 128 p., Lit. 28000, "Elementi" n. 1, Feltrinelli (ISBN: 88-07-47001-2)

Said Edward W., Orientalismo, tr. di Galli S., 1999, 400 p., Lit. 80000, "Campi del sapere" n. 279, Feltrinelli (ISBN: 88-07-10279-X)

Said Edward W., La questione palestinese. La tragedia di essere vittima delle vittime, 1998, Lit. 34000, Gamberetti (ISBN: 88-7990-038-2)

Said Edward W., La questione palestinese. La tragedia di essere vittima delle vittime, tr. di Chiarini S. e Uselli A., 1995, 287 p., Lit. 34000, "Orienti" n. 6, Gamberetti (ISBN: 88-7990-005-6)

Said Edward W., Sempre nel posto sbagliato. Autobiografia, tr. di Bottini A., 2000, 312 p., ill., Lit. 50000, Feltrinelli (ISBN: 88-07-49011-0)

Said Edward W., Tra guerra e pace. Ritorno in Palestina - Israele, tr. di Bettini G. e Saracino M. A., 1998, 104 p., Lit. 25000, "Elementi" n. 23, Feltrinelli (ISBN: 88-07-47023-3)

Di Grazia Casagrande




26 ottobre 2001