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Claudia Ronchetti

Claudia Ronchetti, autrice di racconti e poesie, si è cimentata anche con la categoria fantastica (ed è di questo che vogliamo parlare) nei libri Il Ladro d'Anime e il Gioco di Claude pubblicati dalla Todariana Editrice. Un filone che in tutte le sue accezioni, horror e fantasy incluse, sembra incontrare sempre più i gusti del pubblico giovanile.


Perché ai giovani piace tanto la letteratura fantastica?
Il fantastico in qualità di genere letterario, cinematografico o comunque artistico, si configura su due linee a mio parere antitetiche.
Da una parte la tradizione strettamene favolistica e mitologica (dall'Orlando furioso al Signore degli anelli); dall'altra uno sconfinato territorio che dal surreale si snoda fino all'esasperazione del genere psicologico a tinte forti, per giungere al thriller.
La letteratura neo-realista e storicista, come il minimalismo esasperato, hanno svolto la loro funzione innovativa , ma il romanzo sociale ed ideologico non esaurisce ed appaga l'intimità del lettore.
Desiderio-istintualità-nevrosi-possibilità, fantasmagorie dell'oggi, colorano il caos delle nostre esistenze. Tinte allusive ed emotive che poco hanno a che fare con una ricerca artistica di tipo realista e ornano invece le nostre solitudini conflittuali, colmano l'ansia di troppe incertezze e ancorano i sogni prima che diventino follia.
Il fantastico diventa così il vestito che indossa la psiche per presentarsi sul palco del mondo in occasione della sua grande recita. Evocazioni inconsce e storie personali si allacciano così a una coscienza comune che, memore del magico, ricerca le sue simbologie per le strade di New York e Milano, di qualunque metropoli della nostra civiltà esasperata, per poi fare irruzione, con tutta la sua seduttiva violenza, in un piccolo paese montano o in uno dei tanti, piccoli centri degli hinterland senza frontiere, che vivono all'ombra dei grandi destini mondiali. E noi, affascinati dall'eco di culture lontane nel tempo e nello spazio che si intersecano in una grande rete di confusione e novità, ci comportiamo come piovre imprigionate i cui tentacoli cercano in ogni direzione, senza conoscere quale sia la via giusta, per raggiungere se stessi.

Certamente ogni epoca ha le sue mode, i suoi gusti, le sue ribellioni, i suoi movimenti. Da qualche anno è apparso il filone letterario new age. Che cosa ne pensa?

Ogni tempo è l'humus di ogni produzione artistica.
Se new age significa èra nuova, mi sta bene; come pure mi pare affascinante pensare di essere entrata nell'era dell'acquario, ad alto connotato femminile. È il fascino dell'evocazione e del sogno, delle nuove possibilità per il terribile e splendido gioco creativo della mente. Niente ideologismi, però. Quello che amo è l'uomo in tutte le sue espressioni. Niente esoterismi e occultismi, ma attrazione per le esigenze che serpeggiano così sottili e diffuse, fra di noi. Non definirei mai l'anima quale entità concreta o teorica, ma accarezzo la percezione insita in noi di essere anche anima. Sono affascinata da tutto ciò che esiste di più inafferrabile, e che cosa lo è più della mente umana? Ma niente dogmi e niente proselitismi, soprattutto in un settore che tanto facilmente viene manovrato e utilizzato a scopi molto poco nobili. Ed è con questa riflessione che la realtà torna bruciante e crudele, Eyes wide shut di Kubrick ne è esempio cinematografico. Ed è a questo punto che si chiarisce anche il mio rapporto con il fantastico che non è un matrimonio di genere, ma un gioco a volte seducente, a volte violento, con la crudezza dell'immagine reale e indiscussa da reportage di guerra, che invade sovente la nostra vista.

Sono poche le donne che si sono cimentate nella letteratura fantastica. Quali sono le sue preferite, quelle che possono rappresentare un riferimento?

Il mio pensiero va a tutte le donne che scrivono con la lealtà e il coraggio che necessitano in un'attività per cui ci si trova inevitabilmente a vivere un doppio disagio esistenziale: l'affidarsi ad un tipo di comunicazione artistico con l'intensità d'animo che ciò richiede, sommato al disagio di essere donna che scrive e sente convinta che la sua intelligenza non sia un derivato di second'ordine degli scarti di Adamo, ma solo un'altra verità sul mondo, di ugual peso e consistenza. A tutte va la mia solidarietà e da tutte la vorrei, perché solo ognuna di loro conosce nei particolari anche più intimi, come incida sullo svolgersi dell'esistenza.
Non penso che il genere fantastico non sia congeniale all'essere donna, sono anzi convinta del contrario. Vedo la simbologia fantastica come una delle migliori traduzioni della sensibilità femminile in lingua letteraria; vedo oggi forse più di ieri la necessità di travalicare la forma diaristica e autobiografica che è stata molto usata in passato da chi mi ha preceduto.
A Silvina Ocampo, autrice argentina di I diari di Irene, va la mia ammirazione per la mano orgogliosamente femminile che ha guidato la sua scrittura nel felice incontro tra fantastico e '900 e di essere uscita dall'ombra del suo famoso compagno di vita con la convinzione di non essere solo discepola.

Come entrano i problemi "classici" delle donne nella sua narrativa?

Mi risulta problematico rispondere se non partendo dall'assunto banale e scontato che sono una donna. Come tale mi rapporto al mio tempo, alle eterne e insolute domande di tutti e all'altra metà di cielo e terra, l 'uomo..
I referenti che mi posso attribuire non sono di una letteratura al femminile, ma neppure di una cultura al femminile, che inevitabilmente si colloca alla riproduzione, contestazione o riassestamento di ruoli sociali (Madre, compagna, donna in carriera, ecc.).
Il problema che forse emerge più definito è la gestione dell'essere femmina tra immagine e sentimento; un tentativo di orientarsi fra le infinite sfumature dell'emotività femminile guidate dalla consapevolezza di non volere delegare niente di se stesse a nessuno. Un modo di condividere al femminile la stessa sorte del maschio.



27 gennaio 2004