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Tom Robbins
Uno scrittore lungo la strada

Tom Robbins non passa inosservato. Innanzitutto è alto, ha un'andatura lenta, meditabonda, che ricorda il suo modo di parlare. Sorride spesso e cortesemente si preoccupa che le sue opinioni, pronunciate in uno stretto americano, vengano appieno comprese. Alle dita ha otto anelli molto appariscenti "perché 23 non posso metterli", e dalle sue risposte capiremo l'arcano...

Lei usa Internet?
Non molto. Con mio figlio, che vive a Praga, nella repubblica Ceca, utilizziamo spesso le e-mail per comunicare. Non navigo in Internet.
Il tema del viaggio ricorre nelle sue opere. Ma è un viaggio reale o immaginario?
Conosciamo così poco della realtà. Il 95% di tutto ciò che accade nell'universo è troppo veloce o troppo lento, troppo grande o troppo piccolo per essere percepito dai sensi umani... In definitiva può essere considerato un viaggio reale involontariamente immaginario.
Il viaggio in Internet per i giovani è paragonabile a quello "on the road" degli anni Sessanta o Settanta?
Il viaggio su strada e il viaggio su strada elettronico?
Sì, esattamente.
I giovani così non consumano le scarpe, non si stancano le gambe... La domanda mi interessa molto, ma è per me un tema da sviluppare, su cui dovrei riflettere. Potrebbe essere un argomento per un prossimo romanzo. Nello scrivere un romanzo parto sempre da un titolo, poi giro la pagina e scrivo la prima frase...
Quali differenze vede tra la generazione di giovani attuale e la "beat generation"?
Sono molto più informati. Ho un figlio di 25 anni. Sa molto di più di quello che sapevo io alla sua età; i giovani adesso sono molto più preparati. Penso che la principale differenza stia proprio nella preparazione e nella conseguente capacità critica. Il mondo è diventato cosmopolita e i giovani sono molto meno 'naive' di quanto lo fossi io.
Di conseguenza, pensa che ci siano parti dei suoi romanzi scritti allora, che i giovani adesso non riescono più ad afferrare appieno?
Non credo. Ci sono giovani con grande apertura mentale, ma anche persone più anziane dotate di apertura mentale particolare. Non si tratta secondo me di una differenza generazionale, ma di capacità di afferrare i concetti. Persone che non abbiano una rigidezza di pensiero, con immaginazione, dotate di 'sense of humor' sono quelle che amano i miei libri e li capiscono, al di là dell'età.
I suoi personaggi, quale parte della società rappresentano?
Le persone eroiche, o particolarmente importanti. I "grandissimi" [in italiano nell'intervista n.d.r.]. Mai persone ordinarie o vite ordinarie, figure straordinarie. Ma queste persone non sono necessariamente immaginarie. Ci sono nella vita persone straordinarie.
E quale parte ha il paradosso in questi personaggi?
Per tutti quelli che hanno studiato la vita, è ovvio che esista il paradosso. Nei paesi orientali dell'Asia non si dubita di ciò. In America non è invece accettato e tutti sono un po' spaventati all'idea che la vita in sé contenga un paradosso. Quando scrivo un passaggio particolarmente serio, alla fine cerco sempre di mettere una parte umoristica, una parte divertente o di sottolinearne l'aspetto "cattivo", o straordinario e di inserire sempre un paradosso finale. Come qualcuno che tiri improvvisamente un tappeto da sotto i piedi, io tolgo le certezze acquisite e lascio la storia "in aria". Cerco sempre di parlare al mio lettore e quando questo è arrivato quasi al "torpore" cerco di dargli uno scossone.
Quanto si identifica con il suoi personaggi?
Non c'è mai un personaggio in cui identificarmi. Anche il dottor Robbins de "Il nuovo sesso: cowgirls" aveva il mio nome ma non ero io. Voglio evitare tutto quello che può essere autobiografico, non voglio riprodurre me stesso. È però vero che in tutti i personaggi c'è qualcosa di me, anche in quelli femminili. Quando ho pensato ad Amanda, il personaggio che c'è in "Uno zoo lungo la strada", cercavo di affrontare la parte femminile che c'è in me. I personaggi non sono neanche basati sui miei amici o conoscenti, sono semplicemente una combinazione di vari fattori. Non so perché molti autori vogliano scrivere della loro vita, anche perché spesso non hanno vite molto interessanti... Per scrivere i miei libri impiego molto tempo, perché voglio pensare al ritmo della frase... Talvolta impiego anche due anni, tre anni. Essendo chiuso in una stanza per due o tre anni con i miei personaggi voglio almeno che questi siano interessanti: ad esempio donne indipendenti, forti, dinamiche e mai veri e propri "cattivi". Voglio proprio evitare di stare chiuso tanto tempo in una stanza con personaggi antipatici...
Parliamo invece dell'umorismo e della satira e del ruolo che svolgono nei suoi romanzi.
Non uso molto la satira. Distinguo un umorismo "importante" da quello che non lo è. Esiste un umorismo fine a se stesso e un umorismo che serve. Perciò non uso molto la satira, bensì l'umorismo perché secondo me questo può rendere la commedia, la trama inappropriata, blasfema, può rendere il testo maleducato e perciò serve ai miei fini. Non mi serve invece la satira perché la satira è, appunto, fine a se stessa. Posso fare una satira del governo, ad esempio, ma alla fine il dito sarà puntato sul governo, invece io voglio che la cosa più importante sia il testo. L'umorismo è "autonomo", la satira non mi permette di arrivare ai miei fini, di concentrarmi sulle parole, sul testo, sulla dinamica del testo. Il mio umorismo è anche particolare e se un lettore non è particolarmente attento o "portato" verso questo tipo di umorismo non sa mai quando sto scherzando o quando invece non scherzo. Può essere anche irritante, però se una persona ha la capacità di "andare a fondo" riuscirà a capire benissimo quando mi prendo gioco di una cosa e quale è il mio scopo.
Come spiega il successo, l'interesse che, a distanza di 25 anni, ancora suscita il suo romanzo "Another Roadside Attraction" (Uno zoo lungo la strada)?
Non ho idea. Credo perché il valore sia ancora gran parte delle conoscenze umane. Sento che ovunque io vada c'è un grande desiderio nella gente di qualcosa di rituale, qualcosa di cerimoniale, di più profondo della vita quotidiana, una ricerca del mistero, del "grande mistero". Penso che la gente ne abbia un gran bisogno e lo ricerchi ancora nei libri. Venticinque anni non hanno cambiato la situazione.
Cosa pensa delle recensioni?
Abitualmente non leggo le recensioni, da molti anni ormai. In una recensione del New York Times un critico affermava: 'Tom Robbins dovrebbe capire se vuol essere serio o vuol essere divertente. Perché non si decide?' A questo io rispondo che lo deciderò quando Dio lo deciderà, perché la realtà stessa ha una parte comica e una parte tragica. Quindi di fatto non posso essere io a deciderlo.
Perché nei suoi libri ricorre così spesso il numero 23?
È il mio numero fortunato. Il 23 è un numero di estrema "rottura". Ne "I Ching" il numero 23 è l'esagramma della spaccatura, sia in senso positivo che negativo. E poi ci sono 23 geni nei cromosomi, il mondo ruota attorno ad un asse spostato di 23 gradi... Il 23 è anche un numero associato ai disastri, particolarmente quelli aerei. Statisticamente spesso gli incidenti aerei sono legati al volo numero 23, o contano 230 morti, o 23 feriti... Non prendo mai un volo numero 23, ma in altre occasioni invece scelgo sempre il 23. Ad esempio la stanza 23 negli alberghi, perché so che vi accadrà qualcosa di interessante, potrà essere terribile, meraviglioso, comunque mai qualcosa di ordinario. In effetti leggendo i miei libri (non in "Uno zoo lungo la strada" perché a quel tempo non avevo ancora messo a fuoco questa idea) il numero 23 ricorre molto spesso.
Quali sono i romanzi della sua "formazione" che reputa immortali e che consiglierebbe a un ipotetico lettore?
Huckleberry Finn (Mark Twain), Alice nel paese delle meraviglie... Questi sono stati i primi. Poi ho scoperto gli autori dell'avanguardia francese: Alfred Jarry, Apollinaire, Baudelaire.
Sta lavorando a un nuovo romanzo?
Il mio prossimo libro si chiamerà "Polmonite galoppante". Gli Stati Uniti soffrono di polmonite galoppante. Si tratta di una malattia che non lascia prevedere le conseguenze. L'America ne soffre ma non sa quanto sia grave la sua patologia. Penso che sia molto interessante vivere in America, ma anche molto scoraggiante, nel senso che tutto sembra fatto apposta per far diventare stupida la gente: la televisione, Hollywood ecc. Fattori che istupidiscono la gente anziché renderla più acuta. L'America è come il numero 23: ottima sotto un certo punto di vista e pessima sotto un altro. Non presto troppa attenzione ai problemi politici degli Stati Uniti. Non che non ci siano o non siano importanti, ma il problema più grosso dell'America è secondo me di ordine filosofico e spirituale. Finché non saranno risolti questi problemi, quelli politici continueranno ad esserci e a riprodursi. Non saranno risolti finché l'essere umano non cambierà.



28 febbraio 1997