foto Flavia Mastrella

Antonio Rezza
Non cogito ergo digito: Antonio Rezza e la sua scrittura irrazionale

Interno sera: Teatro Ciak di Milano, prima dello spettacolo Pitecus.
Arriva l'autore-attore-scrittore Antonio Rezza, un protagonista interessantissimo delle ultime stagioni teatrali e cinematografiche italiane, vincitore di numerosi premi anche nel settore dei cortometraggi.
Disponibile e assolutamente lontano da quel ruolo di mattatore che potrebbe tranquillamente rivestire (la sera della prima milanese nel suo camerino affollato si potevano vedere Umberto Eco, Tullio Pericoli, Emilio Tadini...), si siede nella sala vuota, in attesa del pubblico (quel pubblico sempre più vasto che lo segue e apprezza tutti i suoi lavori) per parlare del suo ultimo libro.
Immaginatelo nella veste dei suoi vari personaggi, e dimenticate questa immagine. Ora parla lo scrittore.



Un titolo piuttosto importante per questo libro: Non cogito ergo digito. Da cosa è nato?
N ell'ottobre 1996, dopo aver scritto e realizzato il film Escoriandoli, insieme a Flavia Mastrella, presentato alla Biennale di Venezia, ho deciso di dedicarmi alla scrittura al solo scopo di purificarmi dall'altra scrittura, quella che avevamo affrontato insieme per la sceneggiatura: lavoro tecnico e spesso faticoso perché bisogna fare i conti con un produttore che "caccia i soldi" e quindi... Si tratta sempre di un lavoro di fantasia, però dovendo un certo giorno girare in un posto determinato una scena prestabilita, chiaramente non è possibile far finta di essere totalmente liberi dai vincoli. Il cinema è la tecnica contemporanea di espressione più completa perché include il teatro, la letteratura, qualsiasi tipo di estetica ed è anche una tecnica internazionale: va più facilmente all'estero un film che uno spettacolo teatrale o un libro... Il suo "limite" sta nel non poter prescindere da esigenze contingenti, soprattutto dal fatto che un produttore paga per te...
Proprio per purificarmi da tutto ciò, mi sono messo a scrivere senza la pretesa di voler vedere pubblicato quello che scrivevo: ho scritto soltanto per cacciare fuori dal mio organismo tutta l'aggressività accumulata durante la realizzazione del film. E ho cominciato a scrivere, per l'appunto, in automatico, in apparente stato di transe (senza l'ausilio di alcuna sostanza stupefacente: basta il cervello, che è già uno stupefacente forte se viene disattivato): le parole fuoriuscivano completamente dalle braccia e non venivano sottoposte al filtro del cervello. Non le concepivo in stato di vigilanza perfetta perché scrivevo in modo talmente veloce che dopo mezz'ora o un'ora ero costretto a fermarmi sentendo una sorta di nausea, un peso localizzato allo stomaco causato da quelle parole non filtrate dal cervello. Quindi tutte le parole inventate, tutte le situazioni che leggendo il libro sembrano, anzi sono, concepite con velocità, sono frutto non della razionalità, ma delle braccia.
Tuttavia adesso, dopo aver affrontato un certo numero di presentazioni, mi sto rendendo conto che questo procedimento, che è sottolineato chiaramente dal titolo, probabilmente non risponde a quello che avevo pensato, perché può darsi che io, disattivando il cervello, diventi invece un animale razionale, cioè che la mia razionalità stia proprio nel non pensare. Quindi adesso sto abbracciando una seconda teoria (negando la prima) che mi vede completamente lucido solo in uno stato di non vigilanza. Perché effettivamente molte persone non riescono a credere che il libro sia stato scritto così, in apparente stato di disimpegno cerebrale.
Sì, in effetti è comunque un libro "difficile", perché è difficile entrare nel meccanismo della storia, che c'è e non c'è. Questa difficoltà sembra molto razionalmente voluta...
C erto. In ogni caso, non amo vendere una cosa per un'altra, perché se avessi voluto fare un'operazione commerciale avrei, come mi hanno proposto molte volte, scritto i testi dello spettacolo. Cosa che io non faccio...
Eccezionale dal punto di vista di un attore-autore. Adesso c'è la tendenza opposta...
S ì, perché si specula, si guadagna due volte sempre sulla stessa cosa. Questo genere di lavoro lo concepisco solo come documentazione, opera omnia dell'attività teatrale, per dare traccia di quello che è stato scritto per il palcoscenico e che viceversa andrebbe perso.
E come si è trasformato un lavoro nato per il piacere stesso di farlo in un libro destinato al pubblico?
D opo le prime dieci cartelle, ho iniziato a rileggere quello che scrivevo, trovandolo divertente perché estraneo a me al settanta per cento: la velocità mi impediva di razionalizzare quello che stavo scrivendo e mi divertivo. Ho pensato che si potevano divertire anche gli altri leggendolo e ho proseguito a scrivere nella speranza che venisse pubblicato. Elisabetta Sgarbi l'ha letto, le è piaciuto e l'ha editato per Bompiani: una cosa molto bella.
In qualche modo Carlo, il protagonista del tuo volume, ricorda i personaggi dei tuoi lavori teatrali, per lo meno nel loro comune aspetto surreale. Qual è il legame, il filo conduttore che lega il libro con i tuoi spettacoli?
È chiaro che il filo conduttore di tutte le cose che facciamo, cioè dello spettacolo fatto con Flavia Mastrella e del film, sempre realizzato con lei, è il fatto di staccarsi dalla realtà completamente. Quindi l'unica cosa che tiene legati i vari discorsi è questa vena surreale (forse possiamo chiamarla così) che tuttavia è proprio in me. Quindi non posso "staccarla". Non vedo la realtà, la rifiuto, mi fa schifo, quindi sono portato a immaginare tutto. Quello è l'unico filo conduttore. Però nel romanzo, per esempio, c'è uno scavalcamento del rapporto spazio-temporale che nello spettacolo non c'è: i personaggi dello spettacolo non si staccano dalla percezione spazio-temporale, anzi sono immersi fortemente nelle loro vicende. Nel libro i personaggi scavalcano proprio la percezione dello spazio e del tempo e quindi perdono di significato anche i comportamenti che hanno, perché tutti i nostri comportamenti sono condizionati dalla percezione delle ore, dei minuti, dei metri, dei chilometri e dalla nostra altezza, dalla lunghezza dei nostri piedi, dalle nostre braccia, dal fatto che uno è più alto e uno è più basso: noi viviamo incatenati dalla percezione della nostra larghezza, della nostra altezza e della nostra velocità. Una scrittura libera può prescindere dalla rappresentazione, quindi puoi scavalcare il rapporto spazio-tempo perché puoi mandare un personaggio a seicento chilometri all'ora senza che un produttore ti dica "come cazzo fai a mandarlo a seicento chilometri all'ora". Attraverso la scrittura puoi immaginare uno che va a seicento all'ora a piedi, ma non puoi immaginare di vedere uno che va a seicento all'ora se lo vedi direttamente.
Quali sono le tue letture, i tuoi "maestri letterari"?
L e mie letture al momento, purtroppo, sono piuttosto rade, perché non trovo molto tempo per leggere e questo mi dispiace. Per il passato citerei Tasso "Lettere di un uomo malinconico", il cui protagonista vive con degli spiriti che gli sottraggono oggetti e sensazioni che lui ha invece presenti, magari la sera prima. E questo succede molto anche a me, nella vita di tutti i giorni, contingente. Mi succede di non trovare per esempio venti paia di mutande per fare una tournée di venti giorni, mentre so di averle, ma ne trovo magari solo sette e le altre tredici non riesco più a trovarle, come se ci fosse uno spirito che le sottrae durante la notte...
E dal punto di vista teatrale, quali sono i modelli di riferimento, se ci sono?
A vendo inventato questa tecnica nuova, rifiuto gli accostamenti, di qualunque genere essi siano. Anche se spesso una critica incompetente e superficiale, che per forza deve rimandare ad accostamenti, ha provato ad accomunare quello che faccio io a trasformisti anche illustri del passato, mentre non posso assolutamente essere considerato trasformista. O soltanto per una mimica deformata accostarmi ad attori anche grandi della tradizione italiana, cosa che non condivido assolutamente.
Viviamo in un periodo in cui pare che la gente sia talmente deficiente, che quando un critico scrive la recensione di uno spettacolo debba fare per forza paragoni per far capire al pubblico di cosa si tratta, mentre la gente non è assolutamente stupida.
Forse i critici intendono anche dimostrare di saper fare citazioni, di aver letto...
V iviamo in un periodo in cui i protagonisti sono i "frustrati", cioè coloro che non hanno un'idea nemmeno a pagarla oro, e sfruttano le idee degli altri. Devono dimostrare continuamente di avere letto. Per me si impara non leggendo. Non puoi attraverso la lettura avere delle idee. Attraverso la lettura puoi riempire: se "cacci" parole in continuazione, certo devi leggere per rimetterle dentro, ma sicuramente la condizione privilegiata è quella dell'analfabetismo. Per realizzare qualcosa di veramente originale devi "ignorare" quello che hanno fatto gli altri. La non conoscenza è una condizione base. Oppure bisogna porsi di fronte alla conoscenza in modo completamente democratico e non speculativo. Non per carpire o per reinterpretare.
So che stai preparando un altro libro che uscirà in autunno.
S periamo. Lo sto già scrivendo. È un testo che non ha ancora titolo. Rappresenta un'ansia che mi è venuta recentemente: mi sono scandalizzato pensando come le parole e il cibo passino per lo stesso condotto e si incontrino. Cioè le parole escono e incontrano il cibo che va a farsi scarto. Non c'è nulla di più blasfemo, a mio parere. Ciò che costringe l'uomo alla condizione più umiliante, quella di generare rifiuti organici, crea uno scontro tra la materia che dovrebbe servire solo per il sostentamento, per stare in piedi, non per il piacere (a me non piace mangiare), e la parola, che invece dà vita alla poesia, alla letteratura, alle forme più alte di pensiero che si possano concepire come comuni mortali (quindi mai completamente "celesti").
Hai avuto già qualche genere di riscontro con i lettori del tuo Non cogito ergo digito?
S ì, piace moltissimo, mi dicono. Non venderà mai ottocentomila copie perché chiaramente il gusto è guidato dalla televisione e dai mass media. Io detesto la televisione e non voglio più andarci se non per progetti interessanti. Voglio andare in televisione solo dentro il telegiornale. Non voglio fare più nulla per quello strumento così umiliante. Quando mi serviva non me l'hanno fatta fare, perché chiaramente portavamo messaggi troppo nuovi, anche esteticamente. Adesso che, ovviamente, cominciano a propormela voglio rifiutare qualsiasi contatto con essa, non voglio andare in quelle trasmissioni che sono solo grossi contenitori. Se ci faranno fare cose totalmente autonome, le faremo. Il nostro spettacolo, per esempio, potrebbe benissimo passare integralmente in televisione, ma non lo passano. Dico integralmente e non in una selezione di piccoli brani.
E "Fuori Orario" o "Blob"? In fondo è stato un tramite importante per far conoscere il tuo lavoro a un pubblico più vasto.
G hezzi ha sempre passato cose nostre, anche piccole, a "Blob", ma anche integrali. E questo è positivo. Ho fatto anche il "Maurizio Costanzo Show", in piedi, non mettendomi seduto...
Del resto il Ciak è il teatro in cui Costanzo è direttore artistico e passeremo al Parioli anche l'anno prossimo. Ma non mi piace la televisione, è uno strumento non paritario sicuramente. Impone troppo al pubblico. Impone la conoscenza di quello che fanno gli altri e il pubblico si diverte nel conoscere e non nel sorprendersi. Quindi bisogna cambiare completamente rotta. Mi accorgo che le cose che ho fatto in televisione (che io ormai detesto di più) sono quelle che piacciono al pubblico. Ieri, dopo lo spettacolo, c'era un sondaggio di Radio Radicale che ho ascoltato in cui veniva chiesto agli spettatori in uscita: "Qual è il pezzo che ti è piaciuto di più". "Il primo, quello che avevo visto in televisione". E ciò è molto triste. La gente è abituata ad amare solo quello che conosce.
Prossimi spettacoli o film?
S tiamo scrivendo, con Flavia, il nostro secondo film, che sarà un film erotico, quindi molto impegnativo. Sarà diverso da Escoriandoli che era un film a episodi, con attrici di grido: Isabella Ferrari, Valeria Golino, Claudia Gerini, Valentina Cervi.
Inoltre stiamo scrivendo lo spettacolo nuovo che dovrebbe essere presentato a novembre, a Roma al Parioli.



27 marzo 1998