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Intervista a Marco Revelli
Le grandi e le piccole reti potranno salvarci

Marco Revelli, docente universitario, economista e sociologo, ha recentemente pubblicato un libro estremamente discusso (Fuori luogo, Edizioni Bollati Boringhieri), nato da una esperienza da lui personalmente fatta in un campo nomadi nei pressi della sua città, Torino. Il dibattito suscitato con quest'ultima pubblicazione non è il primo che le posizione assolutamente originali del suo autore hanno provocato. Innovatore, capace (ed è davvero uno dei pochi) di muoversi su strade non praticate, libero da schemi ideologici, Revelli è riuscito in questi anni a parlare un linguaggio inedito e a guardare la situazione attuale cercando strade non già percorse e già dimostratesi fallimentari: proprio per questo la sua riflessione è estremamente stimolante e ricca. Lo incontriamo e gli chiediamo di parlarci, in sintesi, del suo pensiero.


Può svilupparsi oggi un nuovo pensiero economico e un nuovo pensiero politico? E in che direzione?
L o stato della riflessione politica mi sembra davvero disastroso. Da qui la mia ansia, e il mio lavoro nasce proprio da questa angoscia. Ho l'impressione che buona parte degli apparati culturali e delle ipotesi politiche, in particolare relative alla sinistra del Novecento, stiano franando con una radicalità e una rapidità davvero molto forte. Gli ultimi decenni ce lo dicono: sta cambiando profondamente il mondo, stanno cambiando i rapporti sociali, le forme della produzione e noi ci troviamo con un armamentario che o diventa inutile o in alcune situazioni si rovescia nel suo opposto. Non serve cioè più a trasformare l'esistente, ma serve molto spesso come strumento di costrizione all'accettazione dell'esistente. Da qui quindi questa revisione critica del passato, ma anche il bisogno di innovazione e di una innovazione che non sia quella giuliva dei teorici del nuovo che non fanno nient'altro che riconciliarsi con il "senso della trasformazione". Una innovazione che ci porti a riprodurre una capacità critica adeguata alla sfida, che è molto alta.
Su quali temi si fissa la sua riflessione?
I l principale oggetto di riflessione è proprio quello che diceva: la politica e l'economia. Riflessione sul Novecento in cui la strana coppia Stato-Mercato (con la politica tutta identificata con lo Stato e l'economia tutta realizzata nel mercato) hanno bene o male dominato il campo. Sembravano avversari, e da un punto di vista ideologico lo erano, nella pratica però si sono sostenuti a vicenda e hanno dominato in modo totale e totalitario l'universo, cancellando un altro elemento che a me sembra cruciale: la società, i rapporti sociali, la dimensione sociale. Tra la politica e l'economia c'è la società, e questa è stata in qualche misura cancellata nel corso del Novecento. Anche perché sembrava che economia e politica alleate producessero una sorta di circolo virtuoso: occupazione, crescita, sviluppo, diritti. Io non mi nascondo gli aspetti positivi del Novecento, ma oggi tutti questi implodono, ricadono su se stessi: è il dramma di questa scarsa autonomia del sociale, del legame sociale. Questa è la mia ossessione: un legame che viene continuamente reciso, e ci sono molti coltelli che si affilano per tagliare i legami e creare individualismo spinto, atomismo, e incapacità di stare insieme. Questo problema, a mio avviso, oggi richiede un investimento diretto.
Che cosa si potrebbe fare praticamente?
T utte le mie prediche finiscono con la richiesta di un maggiore impegno per "fare società", investire energie intellettuali, tempo e disponibilità personale a spendersi per ricostruire questa capacità degli uomini di stare insieme, altrimenti dominano le megamacchine non più repressive (perché non c'è più bisogno di repressione), ma le megamacchine conformiste, le logiche plebiscitarie e nella sostanza autoritarie, la dimensione personale della politica e in fondo si apre la strada a disastri, alla guerra, come ad esempio quella nel Kosovo che è la sintesi di questa crisi che oggi viviamo.
In epoca di globalizzazione la sua risposta è riscoprire la piccola realtà. Una risposta affascinante, ma difficile da far penetrare.
S ì, potremmo sintetizzare la mia tesi dicendo: scoprire il locale, dopo che la dimensione nazionale della politica novecentesca l'aveva in qualche modo cancellato. Riscoprire l'ambito nel quale gli individui possono realizzare un controllo e non devono delegare. Naturalmente il locale è pericoloso, pieno di trappole, di trabocchetti e di veleni: se diventa localismo, finisce per imputridire e lo vediamo negli esempi nefasti delle logiche etniche. Queste sono forme di locale che si blinda nei confronti dell'altro. Penso invece a un locale che abbia la forza di entrare in rapporto col globale. Da qui il mio interesse per la logica delle reti, per le nuove tecnologie che oggi ci permettono di non morire sul posto, pur riscoprendo il gusto di lavorare nel locale e di tessere relazioni sociali, ma attingendo nelle reti "lunghe" del globale valori, saperi, stimoli, contatti. Questa dimensione di mediazione tra locale e globale bypassa il vecchio stato nazionale che è in crisi ed è scavalcato da tutti i grandi processi. Scavalcato verso l'alto e verso il basso: le identità si riproducono in basso e le decisioni si svolgono al di sopra delle teste dei politici nazionali. È una grande scommessa.
Lei dà molto rilievo a quello che si definisce "privato sociale".
È la principale risorsa emersa in questa fine secolo, per certi versi lo paragono a quello che è stato all'inizio del secolo la grande fabbrica fordista taylorista che dava il segno all'epoca. La nascita di questo settore (che è molto di più di un settore, è un modello, un modo di vita, un tipo di atteggiamento) a mio avviso ha un grandissimo valore propositivo. Anche questo con moltissime ambivalenze e ambiguità, come avviene per tutti i fenomeni nuovi che nascono da un processo così impetuoso. All'interno ha enormi risorse: l'idea di un gran numero di uomini e di donne che cooperino tra loro non per il loro interesse individuale, ma per il bene comune, è straordinario, è la vera rottura epistemologica rispetto alle logiche novecentesche. Nello stesso tempo non mi nascondo che politica e economia stanno cercando massicciamente di conquistare questo terreno, di strumentalizzarlo, di metterlo al loro servizio, di colonizzarlo anche in modo inquietante. Anche le logiche "bocconiane" di trattare questo settore a colpi di budget, al conto di profitto e perdite, come una impresa, rischiano di disperdere la straordinaria carica di disponibilità umana che vi è presente.


Intervista a cura di Grazia Casagrande




17 settembre 1999