foto Effigie

I libri di Natasha Radojcic-Kane sono ordinabili presso Internet Bookshop


Natasha Radojcic-Kane

Quando la Nato ha bombardato Belgrado, una personal trainer di New York ha sentito l'esigenza di scrivere un libro sulle devastazioni che la guerra provoca nei cuori e nelle menti degli uomini. Si chiama Natasha Radojcic-Kane, ha trentasei anni e da quando ne aveva diciotto si è trasferita dalla natia Belgrado a New York, senza mai dimenticare la sua identità serba. Dopo una lunga gestazione, il suo romanzo d'esordio è uscito l'anno scorso negli USA meritando un vasto consenso. In Ritorno a casa il reduce Halid scopre che il suo villaggio è profondamente cambiato, la guerra ha reso la convivenza tra diverse etnie e religioni è impossibile, e perfino i più fondamentali sentimenti umani sembrano aver perso significato.
Abbiamo parlato con l'autrice, in Italia per la presentazione del libro, e le abbiamo posto alcune domande.



Che cosa l'ha spinta a tornare, seppure attraverso un libro, alla sua terra martoriata?
L'America è soltanto il posto in cui vivo, ma io appartengo sempre alla mia terra, dove vive la mia famiglia. Il villaggio che descrivo è quello di mia madre, dove ho passato tutte le vacanze della mia infanzia. Anche se ero in salvo negli USA, ho seguito le vicende della guerra nella ex Jugoslavia con grande tormento: è stato in un certo senso per liberarmi dall'angoscia che ho voluto scrivere la storia di questo giovane che torna dalla guerra ma capisce che le conseguenze non finiranno mai, che niente sarà più come prima.

Ritiene quindi che non sarà possibile tornare a una convivenza pacifica fra i diversi popoli della ex-Jugoslavia?

Nel villaggio di mia madre i diversi gruppi etnici e le diverse religioni vivevano fianco a fianco in piena tolleranza, perché c'era un certo benessere, ed è facile condividere il benessere ma poi, con il crollo dell'economia, c'è stata una lotta per la sopravvivenza che ha scatenato odi e diffidenze. Nel mio romanzo il migliore amico del musulmano Halid, prima della guerra, era un cristiano, ma poi lui è morto dilaniato da una mina e Halid è continuamente perseguitato dal pensiero che avrebbe potuto essere stata messa da lui; ci vorranno generazioni per dimenticare paure e rancori. Spero però che risollevandosi l'economia si possa tornare alla tolleranza.

Da quando ritorna al suo villaggio dopo la guerra, il protagonista Halid non fa che prendere decisioni sbagliate, andando incontro alla tragedia: è la guerra che l'ha cambiato, o la guerra ha solo fatto emergere le sue debolezze?

Non è un debole, ma è molto sensibile, per questo la guerra lo ha sconvolto. Volevo mostrare che la guerra compie le più grandi devastazioni nell'animo: Halid ha compiuto atti che lui stesso non si potrà mai perdonare, per questo non vuole andare a trovare la madre, perché davanti a lei si troverebbe davanti a se stesso, e non vuole accettare quello che è diventato.

Ci sono figure di donna molto forti, nel suo romanzo: pensa che le possibilità di una normalizzazione siano affidate alle donne?

Sicuramente, è sempre stato così. In Serbia gli uomini non muoiono di morte naturale: da generazioni la maggior parte delle donne sono vedove sotto i quarant'anni. Io ho conosciuto soltanto le nonne, non i nonni, e anche per mia madre è stato lo stesso. Quindi la trasmissione della cultura è affidata alle donne, che devono allevare i figli e pensare alla sopravvivenza quotidiana: per questo sono forti, e penso che sarà grazie a loro che arriverà la ripresa.

Di Daniela Pizzagalli




30 maggio 2003