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Intervista a Guido Quarzo

Guido Quarzo, laureato in pedagogia, ha lavorato per molti anni nella scuola elementare sia come insegnante sia come formatore. Si è occupato in modo particolare di teatro per ragazzi, scrivendo testi, organizzando laboratori e spettacoli. Dal 1989 ha iniziato a pubblicare testi di narrativa per bambini e ragazzi con i quali ha vinto numerosi premi letterari. Nel 1999 ha lasciato l'insegnamento per dedicarsi completamente alla scrittura.
Chi meglio di lui può quindi parlarci di letteratura per l'infanzia?



Lei è ormai un affermato scrittore di libri per bambini. Ma quando e perché ha scelto di dedicarsi a questo tipo di scrittura?
P robabilmente il fatto di aver lavorato sempre nella scuola elementare ha condizionato le mie scelte di scrittura. In effetti mi sono sempre occupato molto di teatro per ragazzi e inizialmente il mio interesse è stato quasi esclusivamente rivolto alla scrittura di testi teatrali adatti alla fascia d'età delle elementari. Era una scrittura funzionale anche al mio lavoro di insegnante. Per quanto riguarda la narrativa devo dire che originariamente sono stato soprattutto un lettore di storie: leggevo per me e per i miei alunni, e a forza di leggere, a un certo punto mi è venuta voglia anche di scrivere.

Come ha esordito e quali sono state le difficoltà iniziali?

H o esordito nel modo più semplice: inviando ad un certo numero di editori una piccola raccolta di racconti, nati dal particolare interesse che in quel momento avevo per la fiaba. Uno di questi editori, la EL di Trieste, ha acquistato la raccolta, pubblicata poi col titolo "Seconda storia del principe Faccia da Maiale". E' stato comunque molto più difficile pubblicare il secondo libro!

Che consigli darebbe a un giovane autore che volesse cimentarsi nella narrativa per l'infanzia?

P rima di tutto di leggere molto, di leggere gli autori più recenti, di farsi un quadro aggiornato della letteratura per ragazzi contemporanea. Suggerirei anche di provare a leggere a voce alta le proprie storie, perché, tra l'altro, questo è il tipo di lettura che i ragazzi prediligono: un buon testo di narrativa infantile deve conservare marcate caratteristiche di oralità. Infine raccomanderei di non scimmiottare il linguaggio dei ragazzi, di non scrivere mai nulla con l'intento di compiacere i lettori e meno ancora per 'educarli' o 'edificarli' in qualche modo.

Quali sono stati i suoi modelli "di riferimento" tra gli scrittori italiani o stranieri?

I ndubbiamente le prime storie di Roberto Piumini sono state inizialmente un modello di stile di scrittura. E' stato inevitabile poi tenere conto di Dahl. Ma sono per me punti di riferimento anche molti autori non per ragazzi, come il primo Marquez, o Paul Auster, insieme al grande Kurt Vonnegut.

Gli italiani adulti non leggono, ma i bambini sì. Perché secondo lei si perde il gusto per la lettura?

I n questo momento la situazione mi sembra molto contraddittoria e davvero mi piacerebbe capirne un po' di più: da una parte c'è la scuola che è sicuramente responsabile del fatto che molti adulti non amino la lettura, però è pur sempre grazie alla scuola che i bambini si avvicinano ai libri e diventano lettori. Io credo comunque che si perda il gusto della lettura quando a questa attività si associano compiti e doveri che non hanno nulla a che fare con il piacere del leggere.

Quali sono le storie che i bambini gradiscono maggiormente oggi?

P iù che un problema di contenuti, ne farei una questione di linguaggio: i bambini amano le storie veloci, le frasi semplici ma non banali. Attenzione però, non si tratta certo di scrivere in "bambinese". Io credo che il bambino desideri anche confrontarsi con il linguaggio adulto, perché tutto quello che un bambino fa, lo fa per scoprire il mondo e per crescere. Dunque anche la lettura.

Ha avuto modo di parlare direttamente con i suoi piccoli lettori e, se sì, cosa le hanno suggerito, comunicato o contestato?

O rmai, a parte la scrittura, dedico tutto il mio tempo agli incontri con i lettori, nelle scuole, nelle biblioteche e a volte in libreria. Mi sono accorto che le maggiori perplessità riguardano sempre i finali delle mie storie, che il più delle volte sono finali 'aperti'.
I bambini hanno bisogno di punti fermi, questo lo so bene. Ma hanno anche bisogno di pensare, e allora io dico sempre che lo faccio apposta a lasciare il finale aperto, perché in questo modo, dopo aver chiuso il libro, sono costretti a pensarci ancora un po'.




Di Giulia Mozzato




24 novembre 2000