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Gabriella Pravettoni

Come internet può cambiare la psicologia umana.
Intervista a Gabriella Pravettoni docente di psicologia e autrice di Web Psychology, un saggio di grande interesse per chi, per lavoro o piacere, entra in Rete



Internet è certamente una delle rivoluzioni storiche per il mondo della comunicazione e della conoscenza; che cosa l'ha spinta ad occuparsene da un punto di vista psicologico?
La spinta ad occuparmi del mondo Internet è nata innanzitutto dalla curiosità, poiché anch'io sono un utente della Rete. Inoltre non si fa che parlare del Web, che è un medium di cui parlano tutti gli altri media. Tutti oggi cercano di avere a che fare con la Rete, la quale è stata soggetta a studi sociologici, antropologici o strettamente di comunicazione. Da qui l'interesse a valutare le reti in un'ottica psicologica: perché tutta questa attenzione verso Internet? Esistono ragioni psicologiche soggettive e/o di gruppo che possano giustificare questo interesse? Ho cercato delle risposte.

Quali nuovi "meccanismi" hanno messo in moto le chat line?

Le chat line, offrendo un ambiente di comunicazione condivisa, hanno innescato una serie di dinamiche di interazione, così come avviene per ogni nuovo medium sociale. La Rete è un medium sociale e nelle chat si esprime parte di questa socialità. La chat è la fase fluida del mezzo: in essa trovano posto le sperimentazioni di identità degli utenti, la loro voglia di essere ciò che digitano di essere, la loro possibilità di mascherarsi, ma anche di dialogare ai fini di una comunicazione produttiva di lavoro. Diciamo che la chat è un canale in più di relazione tra gli individui, il cui abuso, per certi versi, può nuocere alle relazioni sociali reali, che vengono, in Rete, ad essere private di componenti essenziali quali la corporeità, la comunicazione non verbale e l'emotività che, non a caso, si cerca di ricreare con l'uso di artifici linguistici quali le emoticons.

E l'uso così diffuso della mail (recenti statistiche hanno dimostrato che in Italia la maggior parte degli utenti accede a internet solo per utilizzare la posta elettronica)?

La diffusione della mail è senz'altro dovuta alla funzionalità del mezzo, alla sua rapidità e comodità, alla sua relativa semplicità. Quindi sicuramente l'uso funzionale è privilegiato, in quanto il fattore tempo è, al giorno d'oggi, sentito come vitale. Uno strumento, come la mail, che ci può fare risparmiare tempo non può che essere apprezzato ed usato. Sin qui si afferma l'ovvio. Da un punto di vista psicologico la posta elettronica permette alle persone timide di non accrescere la propria ansia, a quelle aggressive di mediare i propri istinti. Il grosso rischio è che comunicare sempre tramite mail non consente alle persone di approfondire le relazioni. L'aspetto più interessante della comunicazione è legato alla comunicazione non verbale, aspetto che, nella comunicazione via mail (e, in genere, in ogni comunicazione testuale mediata) perdiamo. Con esso la competenza sociale di chi fruisce solo della mail per comunicare tende a diminuire e, così, il tempo dedicato alle persone.

Esiste davvero quella che viene definita, in particolare da chi opera sul web, "comunità" e che cosa la caratterizza?

Sì, esiste sotto certi punti di vista, anche se occorre definirne bene i confini. In altre parole non è sufficiente un gruppo di individui che si connettono, anche frequentemente, alla Rete per definire una comunità virtuale. Essa infatti non è solo la somma, per dir così, aritmetica degli apporti dei vari membri. Piuttosto è un'entità propria, che genera identità, capitale di conoscenze e di competenze emotive, possibilità non solo di espressione, ma anche di costruzione e formazione della propria personalità. In una comunità virtuale non si è utenti, si è membri. Essa esiste se permane come valore verso cui le persone tendono, al di là di obiettivi di breve termine o di divertimento fine a se stesso. La comunità virtuale è il luogo che sprona l'individuo ad essere proattivo, a creare impegni, a solidarizzare con gli altri membri, in una parola, a "fare sistema sociale" tutti assieme.

Lei, nel suo saggio, analizza anche alcune patologie: internet ne è stato il recettore o il catalizzatore?

Sostanzialmente la Rete è un grande recettore, più che un catalizzatore. La Rete riceve dati, filtra dati, distribuisce dati. La formidabile capacità di acquisizione del mezzo fa sì che in esso si riversi un po' di tutto. Quindi la Rete favorisce nuovi canali per la pedofilia, oppure fagocita l'utente che già presenta disagi o patologie attraverso forme di dipendenza dal mezzo o da certi usi di esso. Io non credo che si possa dire che Internet crei una patologia, ma penso si possa essere concordi sul fatto che alcune forme di disagio possano venire esasperate da un intenso utilizzo del mezzo Internet.

L'apprendimento attraverso la Rete pone nuove problematiche di tipo didattico e di tipo cognitivo, ce ne può indicare le più significative?

Questa domanda consentirebbe di scrivere almeno altri tre libri, per cercare di fornire una risposta. Un punto focale può essere rappresentato dai problemi di attenzione, motivazione e tipologie di percezione che, nell'ambiente-Rete, sono il sine qua non per ogni forma di potenziale apprendimento. Pensiamo, ad esempio, alla formazione permanente on-line, che non dà esiti soddisfacenti proprio a causa della perdita di motivazione del discente. Il fatto di rimanere connessi e di utilizzare uno strumento dove non sempre c'è un'interazione costante, e quindi dove è più facile sentirsi soli, conduce ad una perdita totale di motivazione, che è anche perdita del discente e fallimento del progetto formativo.

Di Grazia Casagrande




4 giugno 2002