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Giuseppe Pontiggia

Uno dei maggiori scrittori italiani, punto di riferimento etico oltre che letterario, ci ha concesso questa ampia e ricca intervista


Da Nati due volte a questa raccolta di pensieri e di riflessioni, che cosa è intercorso? Da che cosa nasce questa raccolta di riflessioni e di pensieri?
Più che di una scelta è il frutto di una situazione in movimento. Scrivo narrativa quando sono spinto dalla necessità di raccontare qualcosa che sento importante non solo per me, ma potenzialmente anche per il lettore. Prima di affrontare un romanzo ho bisogno di crederci veramente, invece i racconti possono nascere da uno spunto immediato. Tra quest'ultimo libro e Nati due volte vedo non tanto una frattura quanto una continuità, sia pure su un piano diverso: in fondo non faccio altro che approfondire, in chiave saggistica, quell'allargamento dell'io che sto perseguendo da alcuni anni. Intendo dire un io non esibizionistico, edonistico o narcisistico, ma che vuole andare a fondo di se stesso e anche del mondo che lo circonda. Ho scelto come titolo Prima persona, per indicare la scrittura come la scoperta di se stessi, ma anche della società e degli altri, in chiave etica.

È in quanto scrittore che lei si pone ad analizzare la società e la realtà, supportato anche dal suo bagaglio di letture.

Sì, anche se non credo alla funzione pubblica di un intellettuale o di uno scrittore che prenda posizione su tutti i problemi che la società pone e offra per tutti una possibile soluzione. Credo piuttosto che lo scrittore debba porre domande. Deve saper spostare e modificare lo sguardo, rispetto ai problemi. Sappiamo che in Italia spesso i problemi vengono presentati o in una prospettiva faziosa, o utilitaristica e propagandistica. Lo scrittore dovrebbe offrire un punto di vista eccentrico ma non gratuito, non futile, radicalmente sincero. E quindi in questo senso vorrei non solo compiere un percorso di acquisizione e di piacere, anche se non dimentico mai l'importanza dello stile e il piacere dello stile, ma anche concorrere a modificare lo sguardo di fronte ai problemi della società e di noi stessi.

Uno dei temi che mi sembra ricorrente in Prima persona è quello della giustizia. In una lettura non faziosa, come è giusto vedere il tema della pena e della colpa?

Quello che mi disturba e mi dispiace è che la società contemporanea tende alla deresponsabilizzazione (per usare un termine che non ho mai usato perché astratto), alla cancellazione della responsabilità personale, della colpa. Ecco, noto che c'è la tendenza a svuotare molti reati, anche i più gravi, della responsabilità morale che implicano, a preoccuparsi esclusivamente della pronta riabilitazione anziché del giusto risarcimento per quello che hanno patito le vittime. C'è un profondo squilibrio: è molto importante la riabilitazione dei colpevoli, infatti sono contrario alla pena di morte e alle forme punitive che offendono la persona, ma lo è altrettanto la sicurezza della pena. Se un individuo ha commesso una colpa grave è giusto anche che paghi e questo va considerato sia come strumento di riabilitazione per il colpevole, sia come risarcimento per la società; per questo la pena ma non va cancellata. Invece c'è la gravissima tendenza a dimenticare questo secondo aspetto e la cosa genera nei cittadini un senso di frustrazione e di angoscia.

Ci spieghi meglio questo concetto.

Quando uno ha la casa devastata dai ladri e sa che i ladri non saranno puniti, quando ha un parente che è stato investito da una macchina pirata e sa che il colpevole se la caverà con poco o niente, allora la vittima prova un senso di abbandono e di angoscia. Penso che questa società, indebolendo la certezza della pena, tolga alla giustizia una delle sue funzioni più importanti cioè quella di deterrente: molte persone sicure dell'impunità commettono reati. Pensiamo a quello che è successo recentemente alla Malpensa, per parlare di un reato non dei più atroci ma comunque grave: il crimine è stato commesso da persone che erano state scagionate o comunque non punite in un precedente processo. Domina purtroppo l'idea assurda che usando l'indulgenza si agevoli l'esercizio della giustizia, invece si offende la vittima, privandola del giusto risarcimento, si favorisce la replica del reato, anzi la sua moltiplicazione matematica, e si genera uno stato di angoscia nei cittadini.

Utilizza spesso la chiave dell'ironia, talvolta però diventa più severo e giunge al sarcasmo. Che cosa la fa maggiormente indignare?

Direi soprattutto la menzogna che viene divulgata attraverso il linguaggio, attraverso l'informazione, attraverso la propaganda e, purtroppo, attraverso la stessa cultura.

Non è molto tenero nei confronti di un certo mondo culturale.

Tutte le volte che osservo forme di tradimento "trionfale" ho un senso profondo di frustrazione e di inganno. E questo anche in campo politico o nella vita civile e culturale. Quando vedo non tanto il peccato (siamo tutti peccatori), ma il trionfo del peccato, provo un grande fastidio.

Avevo letto un suo bel dialogo con Ottiero Ottieri. Qual è il suo ricordo di questo intellettuale scomparso recentemente?

Ottiero Ottieri è stato un grande autore e ha scritto libri molto importanti sia sul piano letterario sia come aiuto alla comprensione della nostra realtà storica. Anche i romanzi e i poemetti sono molto intensi per lo scandaglio di una interiorità tormentata, in particolare quelli legati al racconto dei soggiorni in clinica. Nelle ultime opere ho osservato anche una grande energia etica che crea un clima straordinario e permette di affrontare con coraggio estremo la nostra sofferenza esistenziale.

Il tema del dolore è sempre da lei accompagnato a una visione di serenità profonda. Da che cosa nasce questa sua serenità?

Non so se è serenità o lucidità. È probabile che di fronte al tema della sofferenza e del dolore assuma un atteggiamento particolare: non acquiescenza passiva o espiazione rassegnata, ma assunzione della propria responsabilità. Nel mio romanzo il protagonista riconosce le sue colpe, senza assolversi né condannarsi, e questo per me è importante, perché vorrei che si sostituisse la consapevolezza della colpa al senso di colpa. La prima è una acquisizione etica, mentre il secondo produce una sofferenza per qualcosa di cui spesso non siamo responsabili. I sensi di colpa patologici nascono da nevrosi e io non intendo parlare di quelli. Parlo invece della colpa e della coscienza che se ne deve avere, del coraggio necessario per accettarsi, della lotta per riscattarsi. Il mio atteggiamento di fronte al dolore, come di fronte alla colpa, è un atteggiamento che richiede in entrambi i casi molto coraggio.

Pur essendo considerato da molti anni uno dei maggiori scrittori italiani però ha raggiunto la notorietà di massa solo con Nati due volte. Secondo lei come mai questo romanzo ha ottenuto una popolarità così diffusa?

Perché è stato un libro che ha emozionato molte persone. E per me è stata una esperienza straordinariamente intensa. È un libro che ha costituito per molte persone l'occasione di un riconoscimento di se stessi e della propria esperienza. Penso di aver scritto anche altre opere che per me hanno un significato forte, però può darsi che con questo romanzo io abbia raggiunto un pubblico più ampio grazie a un pathos molto forte in cui il lettore si riconosce. Ho avuto testimonianze che non posso paragonare a quelle avute con altri libri, ma con questo non voglio trarre una deduzione definitiva circa il valore dell'opera: per me comunque è stata una esperienza inedita. Probabilmente ho toccato temi molto coinvolgenti e non certo per l'argomento, infatti l'handicap è stato trattato in moltissimi altri romanzi. La mia è stata una prospettiva in cui il lettore si è riconosciuto e nella cui verità il lettore si è identificato.

È anche la dimostrazione che un'opera se ha un valore intrinseco non ha bisogno di nessun supporto pubblicitario.

Penso che la pubblicità serva solo per una frazione iniziale e per una parte molto circoscritta di pubblico. Un testo raggiunge un pubblico ampio per quello che si comunicano tra di loro i lettori e soprattutto perché percepiscono che il libro possa riguardarli personalmente; per un allargamento ulteriore del pubblico c'è sempre dello spazio scoperto, perché moltissime persone non sono raggiunte dall'informazione che arriva in modo frammentario e parziale. Quindi per questo, ma anche per altri libri, il pubblico potenzialmente interessato di fatto può non conoscerne l'esistenza.

In un momento di eccesso dell'informazione, questa in realtà non arriva.

Io l'ho constatato con il libro. L'hanno letto persone che magari non avevano alcuna preparazione specifica e invece non è stato visto da chi potenzialmente era un lettore fortemente interessato.

Di Grazia Casagrande




27 settembre 2002