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Paolo Poli
Dal testo raro allo spettacolo d'autore

Paolo Poli ci regala qualche minuto di raffinata e colta ironia. Un attore che non ha seguito mode, ma che anzi ha sempre anticipato tendenze culturali.

La lettura non è un'attività molto praticata in Italia e anche la letteratura è un po' in crisi...
Non è vero, solo perché adesso se ne sa di più. Io sono stato educato e sono cresciuto sotto il deprecato ventennio fascista in cui la letteratura straniera non giungeva in Italia oppure veniva filtrata attraverso la narrazione di Maria Tibaldi Chiesa che riduceva Guerra e Pace in quattro pagine perché non si poteva dir male di Napoleone che prefigurava la figura del dittatore che avevamo in Italia allora. Quindi per me questo casino che c'è oggi, questa confusione, questo cialtronismo... ben venga maggio e il gonfalon selvaggio... perché, anche se non leggono, anche se non vedono, però vengono offerte delle occasioni. In questo giardino fiorito di mille cose purtroppo vengono privilegiate, come sempre, le brutture, è sempre stato così. "Sull'Isonzo galleggia lo stronzo" mi diceva mia nonna... non è vero però. Ci sono tante brave persone, ma sono quelle che non parlano, quelle che non dicono...
Di quali "brave persone" parla?
Di tutti quegli studenti lavoratori che si laureano, anche se poi ci sono quelli che continuano a scaldare i banchi, però nella quantità si trovano tante brave persone. Ultimamente ho trovato un soldatino che mi ha detto: "Voglio iscrivermi all'Università, ma sono così isolato! Io sono sardo, quando sono qui a Roma mi chiamano 'il sardo', quando sono in Sardegna mi chiamano 'il romano', sicché non ho amici e da solo non riesco sempre a prendere gli appunti", certo che fa più fatica uno in queste condizioni, però ha anche la voglia di scoprire. Ogni tanto è bene anche che bruci la biblioteca d'Alessandria. Andremo a scavare nei palinsesti e troveremo, come diceva Eco, "Vola, colomba bianca vola", e si dirà: "Dio mio che cosa deve essere stata la metà del secolo ventesimo, una danza di fanciulle nella notte..." e invece era una canzone di Sanremo della povera Petronilla Pizzi, succederà così.
Lei ha riletto opere letterarie minori, ha riproposto una letteratura meno nota. È un'operazione che pochi fanno
Per forza, perché io sono una minoranza etnica. Son partito col piede sinistro fin dalla più tenera infanzia. Quando ho cominciato a lavorare nello spettacolo nascevano i teatri stabili (che stabili non sono, fanno gli scambi tra di loro e viaggiano in continuazione) il cui appannaggio era da una parte Brecht, noioso, lungo, e dall'altra Shakespeare che ha però una gamma molto variegata. Poi si approdò a Goldoni e con questa triade si procedeva tranquilli. Io invece andavo svolazzando sopra e sotto la letteratura e così sono arrivato alla tarda età e tutti i colpi che vengono vanno bene, perché sono gli ultimi.
E le sue letture di formazione?
Anche un libro brutto aiuta. Avevo otto anni e ho letto un libro pornografico. Oggi un bambino non sa neanche cosa sia un libro pornografico. Già travasare dalla scrittura all'immaginazione è difficoltoso. Per noi era quasi spontaneo vedere il cinema in bianco e nero e immaginare Ava Gardner con un vestito verde pavone, viceversa era grigio, ma non importa. Si faceva uno sforzo culturale, per quello era così educativo il cinema in bianco e nero, ci voleva una luce più magica, mentre ora per il colore si dà tutta una scoreggia generica e viene più piatta anche l'immagine. Mentre ricordo Dreier: fa passare un'ombra sulla faccia della donna che mente e passa un'ombra fuggevole, mentre dice la bugia. Con la luce, quando ce n'è troppa, non si possono fare queste finezze.
Ma il libro pornografico?
Mia madre che era una maestra montessoriana non mi sgridò. Mi disse "Non è un libro per bambini", "No, mamma, Storia di allegri costumi romani: la suocera di Tarquinio, è un libro bellissimo, un libro porcellone, non ci capisco nulla, ma lo voglio leggere tutto", "Va bene". Mia madre sapeva che anche dal male nasce il bene. Il male e il bene sono aggrovigliati nel cervello e nelle circonvoluzioni dei nostri meandri è difficile distinguere. E anche da una cosa come "alle lacrime di lei egli riprese con rinnovellato ardire e si diè a frugare le cappelle secondarie, e poi giunse nell'altar maggiore", tutte queste metafore a me non dicevano nulla. "Là dove il triangolo d'amore s'incorpava in una bionda peluria...", io non capivo niente però mi piaceva moltissimo. Perché c'era prima di tutto la suocera di Tarquinio sdraiata su una pelle di leopardo con la passera al vento. Perché alternava, così come fa il Leopardi nei suoi canti, linguaggio aulico a quello familiare. "La donzelletta vien dalla campagna", dalla campagna è come "la Marianna la va in campagna", mentre donzelletta è compiuta donzella, il Guinizelli. E così succedeva nei libri pornografici. "Stampando sonori sculaccioni sulle belle chiappe della cameriera Lucia" e poi c'era "là dove il triangolo d'amore s'incorpava in un misterioso anfratto..." e io non sapevo cosa fosse il triangolo d'amore.



11 luglio 1997