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Daniela Pizzagalli

Con La signora della poesia si arricchisce di un nuovo tassello il grande mosaico del Rinascimento al femminile di Daniela Pizzagalli: la poetessa bresciana Veronica Gàmbara è un nome senza dubbio poco noto, se non agli studiosi.

Non teme di scoraggiare i lettori, con questa figura decisamente minore?

Ho sempre sentito il desiderio di proporre ai lettori dei personaggi da scoprire, e per fortuna il successo delle vendite conferma che hanno apprezzato le mie scelte inconsuete. Bianca Maria Visconti, ad esempio, pur essendo stata duchessa di Milano, non è quasi mai nominata nei libri di storia, e neppure Bernabò Visconti, l’unico uomo della mia galleria. Della stessa Cecilia Gallerani, celebre solo come La dama con l’ermellino, era sconosciuta la vita. E quando mi sono cimentata con figure più note, come Isabella d’Este o Cristina di Svezia, ho comunque cercato di produrre materiale inedito, perché raccontare non mi basta, mi piace che i lettori si sentano condotti in un’avventura della conoscenza.

La scelta di una poetessa è da mettere in relazione con La signora della pittura dell’anno scorso?

Esattamente. Con Sofonisba Anguissola per la prima volta mi sono accostata a una donna artista, ed è stata per me un’esperienza entusiasmante, perché ho cercato di far emergere la sua personalità dai quadri, più che dai documenti, che scarseggiavano. È stato poi quasi inevitabile rivolgermi a una poetessa, per poter completare questo percorso intorno al rapporto tra donne e arte; un rapporto ostacolato, almeno fino all’800, dalla cultura dominante. Soltanto nel ‘500, grazie all’apertura culturale del Rinascimento, si sono concessi spazi alla creatività femminile: dopo, con l’avvento della Controriforma e del dominio spagnolo, in Italia questo spiraglio si è chiuso.
Dedicandomi a Veronica Gàmbara ho avuto la possibilità di lavorare sia sulle poesie che sull’epistolario, rendendomi conto che finora la critica, troppo frettolosa nei suoi confronti, l’ha sostanzialmente fraintesa, limitandosi a sottolineare la discrepanza tra la vivacità delle lettere e il formalismo dei versi, una discrepanza secondo me solo apparente, dovuta al codice letterario dell’epoca: è invece l’aspetto psicologico, estremamente ricco e sfumato, a dare unità a tutti i suoi scritti, che ci rivelano una personalità sfaccettata, dotata di acuta intelligenza, di ironia, di appassionati sentimenti, tendenzialmente pessimista ma estroversa, più portata alla riflessione che all’azione, eppure capace di reggere il governo con indomita energia.

Non soltanto un’artista, quindi, ma una donna di potere?

Ci sono diverse fasi nella sua vita: dapprima fu la giovane promessa della poesia in volgare, poi la sposa e madre felice, dedita solo alla famiglia; alla morte del marito Giberto, pur restando affettivamente inconsolabile, si dimostrò abile reggente della contea di Correggio e contemporaneamente riprese a poetare, facendosi apprezzare da tutti i letterati del suo tempo, da Ludovico Ariosto a Pietro Bembo, da Pietro Aretino a Bernardo Tasso.

Quali temi toccò nelle sue poesie?

La produzione giovanile è incentrata sull’amore, ma dopo la morte del marito si cimentò in tematiche d’alto impegno politico, morale e religioso. Erano tempi burrascosi, la lotta tra Francia e Spagna per il predominio in Europa devastava soprattutto l’Italia, diventata preda e campo di battaglia, e il dilagare della Riforma protestante lacerava l’unità dei cristiani, sfociando in tragiche lotte civili e religiose. Rivolgendosi direttamente ai sovrani, come l’imperatore Carlo V, e ai pontefici, come Paolo III, la Gàmbara li invitava nei suoi versi a riportare equilibrio e stabilità nei popoli e nelle coscienze”.

Fra le poetesse del ‘500, il nome più famoso è quello di Vittoria Colonna: ci furono rapporti tra le due?

Rimane un reciproco scambio di sonetti a documentare l’ammirazione e la sintonia che le legò; di sicuro ci fu anche un carteggio tra la poetessa del nord e quella del sud, ma non è stato conservato. La loro vita, così come la loro poesia, si svolse con un certo parallelismo: ho scelto di scrivere di Veronica perché era più immersa nel fluire della vita quotidiana, dovendo allevare i figli e assicurare la loro carriera, mantenendo attivi rapporti con le corti vicine. La Colonna invece dopo la vedovanza si dedicò soprattutto all’ascesi spirituale, ospite di conventi”.

Le signore di cui scrive sono soprattutto lombarde: Bianca Maria duchessa di Milano, Isabella marchesa di Mantova, la bergamasca Clara Maffei e la cremonese Sofonisba Anguissola: nella scelta di Veronica ha pesato la sua nascita bresciana?

Certamente: non per partito preso, ma, a dire la verità, per facilitarmi le ricerche. Infatti prima di mettermi a scrivere mi aggiro per diversi mesi tra archivi e biblioteche, per procurarmi tutto il materiale a disposizione sul personaggio scelto. È chiaro che vivendo a Milano, dove ho una famiglia che non voglio trascurare, sono portata ad orientarmi su soggetti vissuti in un ristretto raggio di chilometri, e la scelta non manca.

Di Grazia Casagrande




12 novembre 2004