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Fernanda Pivano
La frammentazione nella letteratura: l'influenza della società multietnica e i nuovi linguaggi dei giovani

È stato un anno importante per Fernanda Pivano questo 1997. Innanzitutto ha compiuto 80 anni, festeggiati con allegria e partecipazione da amici, conoscenti e lettori in Italia e negli Stati Uniti. Poi, ed è notizia recentissima, ha trovato una collocazione, la Fondazione Benetton Fondo studi e ricerche Fernanda Pivano, per la propria imponente collezione di testi (50.000 libri circa) che pensava di condannare alla distruzione dopo la sua morte.
Infine si riparla ancora di letteratura americana anni Cinquanta e Sessanta, per eventi tragici, come la morte di Allen Ginsberg o positivi come l'inaugurazione di una libreria di Ferlinghetti a Firenze e la rilettura di Gregory Corso, William Burroughs e gli altri. Eventi in cui lei non è semplicemente testimone, ma ancora protagonista. Con sguardo aperto e interessato verso il nuovo e soprattutto verso i tentativi delle giovani generazioni di cercare inguaggi originali e proseguire nel cammino che a lungo anche lei ha percorso.



Negli anni Cinquanta in America è "scoppiata" una certa cultura giovanile perché c'era una società apparentemente felice, ma appiattita. Secondo lei siamo di nuovo in una situazione in cui l'omogeneità è tale da permettere che questa cultura giovanile, per quanto nascosta (ma esiste?) possa riemergere?
Se io dovessi pensare che la cultura giovanile non c'è più, non so, forse mi ammazzerei perché l'unica speranza che possiamo avere, specialmente in questo momento, è che i giovani facciano qualcosa per salvarci. Se non ci salvano loro non ci salva nessuno, non sono certo i nostri governanti che ci possono salvare. E questi sono ragazzi fin troppo bravi, perché sono comandati da gente che è appena andata in galera, o sta per andarci o ne è appena uscita, con dei generali che ammazzano i prigionieri somali nelle prigioni, con i responsabili della sanità che nascondono i lingotti d'oro nei divani... Allora se noi non dobbiamo appoggiarci sulla loro comunicazione, sui loro sogni sulle loro speranze, sulla loro onestà noi possiamo pure cambiare pianeta. Sono sicura che riusciranno, che la cultura giovanile riemergerà.
E in quale forma di comunicazione, con quale linguaggio?
Q uale sia il loro linguaggio è molto difficile dirlo adesso, perché lo devono inventare loro il loro linguaggio, sta nelle loro mani inventare un nuovo linguaggio. Noi siamo tutti vecchi, tutti desueti, siamo dei fantasmi oramai, siamo solo capaci di rimpiangere quello che è successo anni fa, altro non possiamo fare. Loro invece inventeranno un linguaggio, io ho molta fiducia che lo inventeranno e che salveranno la situazione. Non c'è dubbio, per me non c'è davvero dubbio, che il linguaggio internazionale continuerà a esser quello dei giovani, com'è stato quando è nato, perché è proprio nato come linguaggio internazionale che si poteva parlare in tutti i paesi del mondo. Ci si capiva tutti, in qualche modo, quando c'erano le canzoni di Bob Dylan: tutti le capivano, non c'erano dubbi. E adesso ci sono naturalmente musicisti nuovi che mandano anche altri messaggi dal palco. Purtroppo ci sono meno messaggi pacifisti, questo è il mio dolore, ma io penso che poi rinasceranno anche questi. Insomma, ho un'enorme fiducia sia nel regno dei giovani, sia in quello che loro faranno, sia in queste canzoni che diventeranno ancora più belle di quello che sono state finora.
La letteratura americana di oggi riflette tutto questo?
Il problema più grave è che credo non si possa più parlare di letteratura americana come ne parlavo, non dico io che sono ottuagenaria, ma come se ne parlava qualche anno fa. Ormai in America proliferano libri di immigrati da Trinidad, da Santo Domingo, pubblicano i libri scritti in dialetto cherokee: sono proprio gli indiani cherokee, che scrivono in cherokee, poi non so chi li possa tradurre questo cherokee, però loro lo pubblicano... Per cui la frammentazione comincia già nella letteratura e prosegue nella musica in cui ho l'impressione che ci sia un disperato tentativo di riallacciarsi a quelle che sono le loro tradizioni, proprio le tradizioni anche del folklore in qualche modo.
Un folklore a volte deleterio, come accade in certi filoni della letteratura dove si possono incontrare fenomeni incredibili come quello di quel tal McCarthy che ha riportato la letteratura alle storie bucolico-avventurose con la casa isolata nel prato e la brava mucca, il bravo cavallo, il bravo cane, il cattivo lupo e lui che va a cavallo come John Wayne, cercando il cattivo lupo per punirlo perché ha morsicato la brava mucca... Insomma queste sono delle cose terribili eppure questo McCarthy ha venduto 10 milioni di copie in un mese, dunque bisogna prendere atto di questi fenomeni, non si possono mica negare. La musica mi pare che non sia da meno: Springsteen si è messo a riposare in una casa di campagna... Questa smania di andare tutti nella casette del Vermont e finire alcolizzati, perché questo è l'inevitabile destino di chi vive in campagna... Non so, non so più che eroe cercare. A me piacciono gli eroi. Ma adesso c'è questo McCarthy... Gli eroi che piacciono a me non sono quelli che piacciono poi all'estableshment cattivo, come il cattivo lupo.
Qualche figura particolare può riassumere questa idea di frammentazione multiculturale?
Non esistono figure come musicisti o scrittori che possano riassumere in una persona sola questa frammentazione. Probabilmente ci sarà uno scrittore di musica cherokee, come ci sono gli scrittori di narrativa cherokee; ci saranno immigrati da Trinidad e Santo Domingo. Ed è musica americana questa? È letteratura americana questa? Non lo so. Dove sono finiti i giorni è forse il caso di dire, ma questo è probabilmente a causa della mia nostalgia. Sicché non vorrei troppo insistere su questo fatto.
Alcuni "eroi" della letteratura sono quelli che lei ci ha fatto conoscere. Uno dei principali messaggi di questi scrittori era la voglia di cambiare il mondo. Questa voglia si ritrova ancora nella letteratura attuale?
Ma forse questo c'è soprattutto nel cinema, più che nella letteratura. Nella letteratura vedo questa specie di sopraffazione da parte di tutti gli immigrati. A parte il fatto che la cultura del Sudamerica ha preso posto nella fantasia, nell'immaginario collettivo: tutti pensano che quella sia la letteratura in questo momento. Però sta il fatto che non riesco a vedere l'unicità americana se non la vado a trovare tra i cultori del giallo, i cultori dell'horror, di questa varie frammentazioni.
La memoria come valore. Anche nei suoi ultimi libri lei affronta il tema del ricordo. Quale parte di questa memoria è più sentita dai giovani, più amata e cercata?
Quella aneddotica. Quello che mi chiedono i ragazzi sono sempre gli aneddoti, le curiosità, gli incontri, le cose più "birichine". Purtroppo soltanto questo interessa il vasto pubblico.
Si va sempre più vicino all'autobiografismo. D'altronde Emerson, Burroughs, tutti i classici americani hanno detto che la letteratura sarebbe andata verso l'autobiografia. Dove, appunto, ci sono ricordi in forma di memoria.
A un ragazzo che vuole affrontare le prime "letture importanti" cosa consiglierebbe?
La Bibbia e Shakespeare. La realtà.
Cosa pensa di Internet e quali saranno secondo lei i possibili sviluppi in campo letterario?
Conosco Gibson, uno degli inventori di Internet. Sa cosa mi ha detto? "A sì, io sono contento perché gli uomini sono tanto felici di questa invenzione ma non datemi altre informazioni perché non saprei dove metterle". Lui è un uomo straordinario, un vero genio del nostro tempo, a parte che è un bellissimo ragazzo...
Sono troppo vecchia per poter capire l'Internet. Bisogna chiederlo a un bambino di dieci anni: sono loro che sanno parlare di Internet, loro e i più adulti di poco. Perché è veramente un'espressione dei giovani. Il nuovo mondo sarà quello di Internet e ci saranno grandi sviluppi e grandi possibilità anche in campo letterario. Ma, ripeto, non sono io che posso immaginarli.




31 ottobre 1997