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Daniele Piccini

La poesia, Don Chisciotte in viaggio nel Novecento
Dialogo con Daniele Piccini


Messi a lato i vani convenevoli, entriamo nel pieno della questione che volente o nolente divarichi con questa antologia: cosa significa nell’epoca del refrain (intonato da più bocche come una marcetta) ‘la poesia è morta’, lavorare con accanimento a una raccolta dei maggiori lirici in Italia?

È giusto partire da qui. Nella parte finale dell’Introduzione mi soffermo su quella che molti considerano come la crisi o, appunto, la morte della poesia. E dico che, a mio modo di vedere, è una petizione di principio inesatta, direi falsata. Cioè, mi pare che ad essere in crisi non sia tanto la poesia in sé, che ha continuato a produrre frutti significativi e maturi, ma la sua circolazione, la possibilità per essa di essere presente e influente nel commercio delle idee e nella diffusione tramite i mezzi tradizionali. In questo senso sì la parabola che inizia con la perdita d’aureola ottocentesca è giunta a un temibile punto culminante. La poesia è stretta dall’infinita proliferazione del linguaggio comunicativo - orizzontale o addirittura menzognero - e dall’altra dal rischio di rinchiudersi nella torre d’avorio di una letterarietà magari alta e nobile ma incapace di presa sulla terribile temperie epocale. Dico chiaramente nell’Introduzione che l’antologia, con i rischi che si prende, è un tentativo da parte critica di rispondere alla crisi (se mi si concede il bisticcio) che la poesia vive nel circuito della comunicazione-informazione. Mentre tutto (basta guardare alla piega presa dall’industria culturale) va verso l’abbassamento, il degrado, la concessione alle attese indotte dai media di massa, la poesia ha cercato nel secondo Novecento un contemperamento tra codice letterario e parlato, tra altezza di pensiero e accettazione del ‘magma’ del reale. Mi sembrava necessario ripartire da una scelta selettiva, al limite rischiando per eccesso di rigore, mostrando a un pubblico potenzialmente numeroso (si pensi al successo di forme surrogate di ‘poetico’) ma confuso, disorientato e disabituato al complesso gusto della poesia, alcune grandi personalità, scelte senza partiti presi e guardando a tutte le possibili linee di ricerca. Personalità forti, ma non riconducibili a un’unica corrente o idea della letteratura, che per mio conto potessero esemplificare l’esuberante vita della poesia secondovecentesca, capace di stare su forme e linguaggi diversificati, di parlare e sussurrare tra e dentro il brusio. Per suggerire un’idea che attraversa le scritture recenti, basta pensare a come alcuni poeti trattino il problema della poesia a fronte della orizzontalità della comunicazione giornalistica: da Sanguineti al Magrelli delle Didascalie per la lettura di un giornale. Io credo, come suona un titolo saggistico di Raboni, che questi siano I bei tempi dei brutti libri. Ho cercato con l’antologia di far vedere che esiste una poesia all’altezza dell’epoca, mettendomi in gioco nell’enucleazione di personalità importanti e imprescindibili: spero pertanto che questi nostri diventino i bei tempi dei bei libri.

Questione che segue di filato la prima: come si fa a fare un’antologia edificata attorno a “personalità singole, a volte isolate” quando gli sforzi critici attuali (penso ad esempio al recentissimo ‘catalogo’ allestito da Bertoni, utile per molti versi ma lavoro distante anni luce dal tuo) tendono perlopiù a fare un’accozzaglia di nomi perché, ennesimo refrain, ‘la situazione lirica attuale è così complessa da non poter essere districata’? Da dove ti giunge tutta questa miracolosa speranza?

C’è infatti un ulteriore rischio, insito negli sviluppi novecenteschi (italiani ma non solo) della parola poetica: cioè il suo costituirsi come un genere illusoriamente ‘facile’, anche per il venir meno di barriere metriche e linguistiche. Da una parte, dunque, c’è il grande inascolto contemporaneo, dall’altra una moltiplicazione delle scritture, col rischio di una circolazione endogena e insomma di un’asfissia. Ho cercato di mostrare, in sede introduttiva, come l’impressione di una sovrabbondanza di scritture, magari di medio livello, sia un fenomeno non certo degli ultimi anni. Pasolini alla fine degli anni Cinquanta lo aveva già notato. Si scrivono moltissimi libri di poesia e inevitabilmente il critico-storico contemporaneo boccheggia, perché è difficile sceverare ciò che è contemporaneo: mi pare, tuttavia, che accettare la resa di fronte alla moltiplicazione delle scritture, non andando a cogliere i punti di snodo e di svolta, sia un atteggiamento rinunciatario e anche pericoloso, per quanto detto sopra, per la stessa possibilità di ascolto della poesia in sé (oltre che cosa comoda: si scontentano meno persone, amici e amici degli amici, nell’infinita partita del do ut des). Compilando elenchi, regesti di poeti, in cui tutti hanno più o meno lo stesso peso (magari un testo o due), si rischia, per mio conto, di confondere le acque e le idee. Alla fine credo che troppi poeti significhi nessun poeta. Del resto di una storia fatta per enumerazioni e cataloghi ci sono ormai numerosi esempi: gran parte delle antologie vanno in questa direzione, seguendo il suggerimento del Pubblico della poesia del 1975, che ne enunciava la teoresi: dopo il ’68 non c’è più storia scrivibile, c’è da fare al massimo un referto, col solito retropensiero, per tornare all’inizio, della sostanziale morte della poesia. Diverse antologie recenti concedono molto all’idea di un canone talmente allargato da rischiare la casualità (perché se c’è il tale, può starci anche il tal altro, ecc.). Ebbene, ho l’impressione che il punto sia la nostra capacità di lettori di discriminare, perché è difficile che oggettivamente si diano quaranta-cinquanta grandi poeti (o di più!) in qualche decennio. Ho tentato perciò, su base storica, di prescegliere le personalità in cui le più diverse linee culminano e si coronano, nominando e discutendo, ma non antologizzando, gli altri (anche perché sennò sarei stato costretto a dare pochissimi testi, a non commentarli, a non curare a fondo i presenti: rischio in cui mi pare incorrano varie antologie). Il che, va da sé, non vuol dire cassare i non inclusi dal quadro. Ma un tentativo di storicizzazione per mio conto va fatto, pena la non fruibilità del materiale stesso, la perdita di ogni senso delle proporzioni. Del resto ci sono, come suggerisco, altri strumenti per rilevare e censire le presenze: riviste, annuari, dizionari di autori, che meglio fanno al caso (alcune antologie recenti si avvicinano piuttosto a questa illustrazione documentaria). Ovvio che non mi illuda di aver risolto il busillis, pur essendo convinto delle mie scelte. Mi auguro piuttosto di aprire una discussione serrata ma onesta, rigorosa, su base critica (e non rispecchiante ‘bande’ e gruppi poetico-aziendali): da ciò potrebbe venire luce su un’orografia complicata ma non illeggibile, se convergeranno le forze; e potrebbe venirne un interesse rinnovato da parte di un pubblico (magari non enorme) che di parole radicate, vitali, sostanziose è in cerca.

Postilla alla domanda precedente: è chiaro che la speranza che ti ho affibbiato è tutto fuorché ingenua e adolescenziale, e in effetti neppure tu puoi sottrarti dal riferire che le opere capitali degli anni Settanta-Ottanta sono ancora quelle dei ‘giganti’ Pasolini, Caproni, Bertolucci, Luzi (per non dire dell’ultimo Montale), piuttosto che dei loro pur talentuosi seguaci; credi che questa presenza sia stata in certa misura castrante per le generazioni successive, quelle in sostanza su cui si sofferma con maggior piglio il tuo sguardo? Queste ultime hanno già aggiustato i conti con i loro padri o dovremo attendere rasoiate meglio dirette dai ‘nipoti’ o dai ‘pronipoti’?

Credo proprio che il rovesciamento di ogni tradizione e codice che si verifica intorno alla metà del secolo (si pensi alla conversione luziana ed ermetica in generale ad una nuova forma di fedeltà al ‘vero’ o alla detonazione della neoavanguardia) e il darsi di personalità enormemente vivide e vitali, capaci di mettere in questione i nodi del linguaggio precedente, abbiano creato non poche ambasce ai poeti venuti dopo. La castrazione credo che sia in qualche misura effettiva soprattutto per i nati intorno alla metà del secolo: dagli anni Quaranta in poi. Vedere in che modo hanno risolto il difficile rebus costituito da una tradizione rovesciata e dissolta e da ‘padri’ così ingombranti è stato uno dei nodi problematici in base ai quali ho tentato di ‘leggere’ la poesia secondovecentesca. Sui nipotini, visti i tempi, temo che pesino sconvolgimenti anche più radicali, e staremo a vedere.

Qualche ragionamento sui nomi, quelli, è auspicabile, su cui verrai maggiormente strigliato: mi pare che visto l’impianto (una raccolta che vada alla ricerca degli imprescindibili, facendo conto anche della loro ‘eccentricità’, o, parole tue, “alla disobbedienza al tema eventualmente portante in loro”), e affidandosi alla tua esplicazione delle ‘regole del gioco’, non risultino fragorose mancanze. Mi spiego: considerata la non militanza della raccolta (ma questo non limita il potere ‘aggressivo’ e detonante della stessa, tutt’altro, forse ciò carica con più forza l’esplosivo) tu raduni i nomi secondo un criterio oggettivo pur non disgiunto da scelte che sono sempre e comunque soggettive, ragione per cui non dimentichi, per dire di due autori molto lontani dalla tua visione di poesia (propositiva, forte, vitale, comunicativa), Sanguineti e Cucchi, effettivamente notevoli e fondamentali nel torno di anni che hai analizzato, alternandoli ad autori altrettanto necessari ma meno favoriti in altre circostanze (Piersanti, Ceni e la Lamarque, ad esempio, la quale ultima attraverso i testi che hai selezionato balza all’occhio come un’autrice complessa e spaesante, modernissima e tragica, pur celata dietro quel noto e poco compreso ‘filastroccheggiare’) e ad alcune scommesse “con una apertura di credito da verificare nel seguito del tempo” (mi riferisco a Rondoni); detto in questo modo raffazzonato, credo che gli ‘esclusi’ (i Bellezza, i D’Elia, i Conte, i Buffoni, i Riccardi, per dirne taluni, diverso il caso di Viviani che è davvero l’esclusione più sofferta) non siano così fatali. Vuoi spiegare meglio il criterio fondante tale ‘gioco della torre’?

Più che altro invito, se posso, a non ridurre l’antologia ai nomi presenti e a quelli assenti: nell’Introduzione generale e a volte nei cappelli ai singoli autori do conto di molti altri poeti e spiego su quali criteri ho fondato la mia scelta e soprattutto cerco di scrivere una storia della poesia recente: dei suoi movimenti, tendenze, spinte e contro-spinte, delle sue dinamiche d’insieme. Difficile qui richiamare le ragioni, diverse e complesse, circa i nomi che citi. In generale, il criterio fondamentale è stato il senso storico: vedendo in prospettiva, come un organismo che cresce, la poesia novecentesca, alcune presenze che ad una lettura schiacciata sul presente possono parere imprescindibili mi sono parse spiegabili e motivabili sulla base di altre esperienze maggiori. Per usare una parola un po’ forte, forme epigonali o comunque collaterali ad esperienze più energiche. Altro criterio è stato quello di una redistribuzione che, su alcuni nomi, ristabilisse un po’ di equità: autori marginali editorialmente e geograficamente si riprendono uno spazio che, credo, sia giusto dar loro (è il caso di Piersanti e ancor più di Ceni). Poi c’è la valutazione dell’impatto e dell’intensità della parola nel contesto di senso (o non-senso) dell’epoca in cui si genera. Il gioco della torre, come dici, è implicito nel piano di lavoro sopra descritto, ma io concepisco più che altro questa antologia come una casa o un edificio pieno di vestiboli e di margini: a ben leggere, ci sono segni di attenzione (insieme a osservazioni critiche) a diversi autori non antologizzati (ma discussi e acquisiti al quadro), come Alda Merini, Giampiero Neri, Cesare Viviani, Eugenio De Signoribus, Fabio Pusterla e altri. Dai vestiboli e dai margini potranno, chissà, entrare dentro e qualcuno degli abitanti nelle stanze interne uscirne, se è vero che la storia è un’opera collettiva che si scrive a poco a poco. Mi pare però, e spero di non sbagliarmi, di aver sempre motivato caso per caso le varie scelte, dando ragioni storico-critiche di tutte le preferenze. Torno a dire che io prima di tutto accolgo dei poeti: essendo impossibile accoglierne in modo onorevole (con un buon numero di poesie, con il commento ai testi, con la bibliografia) molte decine ho dovuto fissare una soglia, dei criteri, e accettarne un numero parco: diciannove per cinquant’anni circa. Seleziono per accogliere meglio, non certo per impormi, per antipatie, astio o distanze preconcette. Si trovano poeti antologizzati a me tutt’altro che graditi sul piano umano e magari poco congeniali, e diversi cari amici e anche discreti poeti (di cui mi sono occupato e mi occuperò altrove) assenti. Potrei dire che ho cercato di stringere un patto con il lettore più che con gli autori.

Un appunto sui dialettali: i quattro che hai inserito alla lettura paiono imprescindibili quanto gli altri, in alcuni casi ancora di più. Lo ‘sciamano’ Pierro, il ‘leopardiano’ Baldini, il narratore Loi, quella sorta di trovatore trapiantato ad Ancona che è Scataglini, non sono lì a dimostrare una particolarità lirica tutta nostra, tutta italiana, ma sono inseriti davvero a motivo di un’inestricabile potenza che li eleva a poeti tout court senza se e senza ma…

I quattro dialettali sono mondi a sé di inestimabile valore. Devo dire, non perché è mancato da poco, che impressione enorme mi suscita ad ogni rilettura Baldini, con una nota altissima per me (leopardiana in senso filosofico-conoscitivo) nell’ultimo Intercity. Scataglini, meno canonizzato degli altri, mi pare che giunga con El Sol ad esiti oggettivamente mirabili (i suoi settenari sembrano prolungarsi all’infinito e inscriversi in una necessità espressiva assoluta). Di Pierro ho cercato di mostrare l’innesto tra ‘pascolismo’ lirico e coralità folclorica. Loi è un poeta epico, quanto Baldini è tragico-filosofico, ed è capace di affondi di complessione dantesca.

Parere tutto mio: credo che Alessandro Ceni costituisca il fulcro netto e perfetto del lavoro. Amplifico: da un lato egli risponde a quelle caratteristiche oggettive di esclusività che metti alla base del tuo lavoro, dall’altro richiama e risiede in quelle facoltà che giudichi migliori in un poeta: è cioè visionario ma senza ‘sbracare’, senza straripare, grazie a un lavorio tecnico all’interno del verso che ha del finissimo artigiano, che non gli fa smarrire un certa qualità comunicativa, porta una sorta di pietà collettiva nei confronti del mondo e dell’uomo ma non la esaurisce banalizzando il problema del male. Insomma: rivoluziona sì ma tramite una ben radicata sapienza letteraria. Mi confermi questa ipotesi?

Che qualcuno possa vedere in Ceni, certo l’autore meno canonico dei diciannove, il punto di forza del lavoro mi pare un augurio, come per una traccia di vitalità dell’antologia. Speriamo tu abbia ragione. Io l’ho inserito in base a considerazioni analoghe a quelle che tu riporti. Rappresenta un tipo di lavorio sulla lingua che non si esaurisce in sperimentazioni a freddo ma ha la materica densità della visione incarnata nella parola. La “funebre uccella siberiana” e tante altre figure verbali di Ceni credo che incidano a fondo la disperazione dell’epoca, che abitino senza un solo cedimento affettivo lo spazio della lingua, cercando l’indistinta matrice del mondo al di là del discorso antropocentrico. Un lettore acutissimo di Ceni in questa direzione era stato il bravo Remo Pagnanelli.

Alziamo il tiro: la tua antologia (che è e rimane un’opera aperta, in attesa di nuove acquisizioni) ha un obbiettivo dichiarato che è quello di ricostruire un territorio critico sano e non insozzato da quelle facili ideologie che poco hanno a che fare con la letteratura e con il disvelamento del genio. Credi che tale attività ‘terroristica’, silenziosa, celata della poesia, al riparo da ogni celebrazione e possanza mediatica e ideologica, possa produrre buon frutto in un futuro non chilometricamente distante?

Penso che la poesia continui a tenere teso il filo del linguaggio, facendo memoria di una potenza che nell’uso comune esso possiede soltanto ‘in sonno’. Si tratta di un risalire alle correnti vitali, magari terribili, del mondo, al di fuori di ogni cedimento al linguaggio suasorio, pubblicitario, plastificato, ecc. Quanto più dura si fa la lotta (la resistenza), tanto più la poesia appare necessaria. Quanto all’esito, credo che la parola poetica, pur nella sua invisibilità, vada a colpire il punto discriminante e capitale: la coscienza, la percezione individuale. L’educazione all’ascolto della poesia credo che immunizzi da molte forme di servaggio e renda spuntate le armi della retorica, vanifichi ogni seduzione pacificante, banalizzante o omogeneizzante (come pietra di paragone, essa scaccia la falsa moneta che sempre più in dosi massicce ci viene propinata).

Visto che non hai paura di mettere le mani nei gangli della nostra storia recente e che hai redatto un’antologia scomoda, che non risparmia osservazioni critiche a nessuno, come giudichi la poesia delle generazioni più giovani, avallate anche da antologie non tecniche ma di successo, in cui in molti sembrano ‘bravini’ e ‘perfettini’, ma rarissimamente severi e infine decisivi? Credi che abbiano alla lunga più fiato loro dei colleghi narratori, che pure godono di assai maggior successo?

Mi pare che la stragrande maggioranza della produzione narrativa sia ormai abbandonata a preoccupazioni e leggi extra-letterarie: fondamentalmente si occupa della vendibilità, del mercato, finendo per collimare pericolosamente con la fiction come una forma di intrattenimento fra le altre. Solo autori di forte spicco, magari disposti a pagare in termini di incomprensione e solitudine, possono dare qualcosa di non previsto, offrire sorprese. Credo che la poesia conservi, per la sua stessa snellezza formale, per la sua non lusinghevole secchezza, per la sua inservibilità merceologica, una maggiore incisività; insomma che per la sua stessa ‘sfortuna’ prometta qualcosa di più quanto a ricerca e conoscenza. E anche fra i giovani si vedono cose interessanti, per quanto nell’antologia io mi fermi ad un autore, Rondoni, già quarantenne, e della leva seguente mi limiti a dare qualche nome indicativo perché mi pare oggettivamente presto per valutare.

Ultimissima: credo fermamente che la letteratura, la scrittura si dia solo se è in grado di cambiare la vita o comunque alcune circostanze, percezioni del lettore, altrimenti non c’è, pecca, fallisce. Ciò significa che la scrittura ha un valore unicamente ‘carismatico’, non c’è nulla che ne faciliti l’evento, nulla che lo semplifichi. Ciò significa che con se stessi, come scrittori e come lettori, non bisogna mai abbassare la guardia, mai cedere alla parola vana e al cicaleccio tuonante, ma sorvegliarsi, tendersi trappole, lavorare con la massima sicurezza il che solitamente s’associa a una grande umiltà. Se anche tu hai questo sguardo sui fatti di scrittura sei un folle. Siamo dei folli?

Da critico e se vuoi da storico mi limito a cercare di fare compagnia, di accompagnare con l’interpretazione questi che tu chiami ‘folli’. Certo a partire almeno dal Don Chisciotte, della cui prima edizione proprio quest’anno ricorre il quarto centenario, si è consumato un doloroso divorzio fra la letteratura e il mondo: la scrittura è diventata un’attività celata e senza guarentigie ma anche potente, forse in qualche modo utopica tanto è tesa nel desiderio e nell’aspettazione (penso a Leopardi). La vicenda del Cavaliere dalla Triste Figura che non si rassegna alla scomparsa dell’immaginoso dal mondo, che non accetta i limiti, le meschinità e le regole e vuole rimettere in corso la moneta della leggenda, della vastità fantastica, è parlante e profetica. Nell’antologia c’è una bellissima poesia di Giudici, Alcuni, tratta da O beatrice del 1972, in cui si dice qualcosa di simile: “Pensando di loro ti scrivo queste parole / oggi che dirci insieme è dire nessuna speranza / sbarrati da ogni saggezza sbarrati dalla storia / ormai più di passato che di futuro nutribili. // E chiamandoti a un futuro di penuria / io chiedo la tua insania perché la mia abbia forza / perché si possa dire che è una cosa reale / quella che due distinte persone vedono identica”. Se è così, se la poesia moderna assomiglia a un don Chisciotte in viaggio, mi auguro che anche gli amici lettori (come sembra chiedere Giudici) si rivestano di almeno un po’ di scudieresca insania.
Davide Brullo lavora come redattore del settimanale di cultura il Domenicale e fa parte della redazione della rivista letteraria Atelier. Ha pubblicato un libro di versi (Annali, Atelier Edizioni, Borgomanero [Novara] 2004) e un ‘tradimento’ di alcuni testi del Vecchio Testamento (Scanni, Raffaelli Editore, Rimini 2003).

a cura di Davide Brullo




4 maggio 2005