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Intervista a Arturo Pérez-Reverte

L'avventura e la passione sono al centro della sua scrittura e ben sette romanzi sono diventati dei film: questo è Arturo Pérez-Reverte, uno scrittore spagnolo erede della grande tradizione europea della narrativa di genere.


Tutti i suoi romanzi sono d'avventura, ma ambientati in periodi storici molto diversi: in che modo decide il periodo in cui collocare il racconto?
U n romanzo è un fatto tecnico che richiede alcune adeguate modalità narrative a seconda di quello che si vuole raccontare e siccome io voglio narrare storie, così come scelgo dei personaggi adeguati alla vicenda che ho in mente, ugualmente decido il periodo in cui collocare quanto racconto. Per quanto riguarda il mio ultimo romanzo, avevo pensato a vari tipi di naufragi, a seconda delle epoche (il naufragio romano ad esempio, dato che il Mediterraneo ha presentato molti episodi del genere) ma poi ho capito che, per il mio scopo, era meglio ambientare la vicenda nel secolo XVIII.

Il primo nucleo è la storia?

S ì, la prima cosa è l'idea. In questo caso il nucleo è l'amore di un uomo per una donna che non corrisponde al suo sentimento, lo inganna, lo tradisce. La storia di un'ambizione, di una follia, di un odio. Quello che cerco sono gli elementi e i personaggi che mi permettano di sviluppare al meglio la mia prima idea.

Quali ricerche compie prima di scrivere? Ha molta importanza anche la sua esperienza personale?

I o sono quello che ho vissuto, quello che ho letto, quello che ho sentito. Ogni romanzo ha in sé una parte di quello che io stesso sono e che si rispecchia sia nei personaggi che nella trama. In quest'ultimo romanzo la parte autobiografica è più importante che nei precedenti: tutto quello che è mare, gioventù e memoria del protagonista è mia, gliel'ho solo prestata.

Il grande romanzo d'avventura tradizionale può essere rivisitato in chiave moderna?

C redo che tutti i generi letterari fossero già presenti nella Poetica di Aristotele, nel teatro di Sofocle o di Euripide, nell'Iliade e nell'Odissea, insomma nella grande letteratura classica. L'uomo, in determinati momenti della storia, adatta i grandi temi al momento in cui vive. È il "trattamento" che cambia: in alcuni periodi ha dominato il romanzo romantico, in altri il poliziesco, in altri il feuilleton. In questo particolare periodo storico la letteratura più richiesta partecipa a tutti gli stili narrativi che ho indicato. Viviamo in un mondo in cui la televisione e il cinema hanno fatto conoscere i vari generi al grande pubblico. Io gestisco i grandi temi di sempre cercando di adattarli al mondo in cui viviamo e con questo romanzo ho voluto dire che ancora oggi si può giocare a cercare un tesoro, e che i grandi temi dell'avventura (che noi abbiamo quasi come memoria genetica) possono adattarsi al presente.

C'è un forte rapporto tra la sua produzione letteraria e il cinema. Lei pensa, quando scrive, al possibile adattamento cinematografico?

S ette dei miei romanzi sono diventati film. Ma questa è una conseguenza del tutto estranea al momento letterario: io racconto storie, non sono uno scrittore che dedica esclusivamente la sua produzione alla riflessione, cerco di combinare riflessione e azione. I produttori cinematografici e i registi sono attratti da questi elementi. Il cinema però, eliminando la parte più riflessiva e lasciando solo l'azione, rende la vicenda "zoppa" e questo mi dispiace.

Quale film, tratto dai suoi romanzi, le è maggiormente piaciuto?

I l maestro di scherma, realizzato da Pedro Lea, un regista spagnolo. Protagonista era Omero Antoniutti, un ottimo attore italiano, per altro mio caro amico. Per il resto, compreso l'adattamento di Roman Polanski de Il club Dumas, ho avuto molte delusioni. Ma non mi aspettavo molto di più, sono abbastanza lucido per capire che il cinema è il cinema, quindi non si può pretendere che rispetti le regole di uno scrittore. L'errore sarebbe andare al cinema per vedere un romanzo o leggere il libro e aspettarsi un film.

Secondo lei è meglio leggere prima il romanzo e poi vederne la riduzione cinematografica, o viceversa?

S icuramente leggere prima il romanzo, perché in questo modo il film diventa un complemento, un divertimento aggiuntivo. Viceversa, se il film non è eccezionale, lo spettatore viene disincentivato a leggere il libro. I film hanno comunque un vantaggio: ci sarà sempre uno spettatore a cui verrà la curiosità di scoprire com'era il romanzo da cui è stato tratto il film e anche un solo lettore in più merita rispetto. Detesto gli scrittori che vendono i diritti al cinema e dopo lamentano che il loro romanzo è stato violentato: siamo tutti adulti, siamo dei professionisti e sappiamo bene a che cosa ci esponiamo.

Certi romanzi, come Il maestro di scherma, le hanno chiesto molto studio, molta preparazione?

S ì. Bisogna però considerare che io sono soprattutto un lettore che del tutto accidentalmente scrive: un romanzo nuovo per me è un pretesto per leggere ed entrare nel mondo di cui voglio parlare: la ricerca non è un lavoro duro, ma un piacere. Se trovassi una specie di schiavo che mi facesse il lavoro di ricerca preparatoria perderei buona parte della gioia che provo nello scrivere. Credo inoltre che il rigore in un romanzo sia molto importante e che lo scrittore debba mettere a punto delle trappole che rispettino però le regole del gioco; divertente è appunto vincere rispettando le regole e convincere il lettore che tu stai usando le sue stesse regole: questa è la situazione perfetta.

Lei cambia stile a seconda del periodo storico in cui il romanzo è ambientato?

C' è sempre una ricerca linguistica. In Il maestro di scherma, ad esempio, ho usato il linguaggio del XIX secolo facendo molte indagini preparatorie; nell'ultimo romanzo invece mi sono servito di un linguaggio colloquiale, talvolta dello slang, avendo il jazz come riferimento: interrompo un capitolo, torno indietro, come se improvvisassi. Il problema è non esagerare per non diventare artificiosi... Ho scritto una serie di romanzi, non tradotti in Italia, che raccontano le avventure di un sicario nella Spagna del XVII secolo che non permetto che vengano tradotti perché utilizzo uno spagnolo che non può essere reso in un'altra lingua.




Di Grazia Casagrande




15 dicembre 2000