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Daniel Pennac
Daniel Pennac: lasciate che i bambini...

Monsieur Crastaing, irascibile professore di francese, un giorno confisca in classe un disegno che tre suoi allievi si stanno passando furtivamente sotto il banco: raffigura una folla inferocita in marcia dietro uno striscione con su scritto "Crastaing, ti faremo la pelle". Per punizione, il furibondo professore assegna questo tema: "Una mattina ti svegli e ti accorgi di essere diventato adulto. Vai in camera dei tuoi genitori e scopri che sono tornati bambini. Racconta il seguito". Comincia così Signori bambini, ultimo romanzo di Daniel Pennac (appena tradotto da Feltrinelli): dopo la turbinosa saga della tribù Malaussène, un'avventura in cui la fantasia diventa realtà e i "signori bambini" - Igor, Joseph e Nouredine - si ritrovano davvero a far la parte degli adulti. E in cui un adulto ormai defunto (Pierre, padre di Igor, ucciso dall'Aids a causa di una trasfusione) diventa la voce narrante, e conferisce alla narrazione una prospettiva inconsueta, di commovente distanza.


Daniel Pennac, qual è stata la maggior difficoltà che ha incontrato nel descrivere dei bambini che diventano grandi?
D evo dire che ho molti dubbi sulla nozione di maturità. Penso che la maggior parte dei bambini facciano i bambini, mentre gli adulti recitano il ruolo degli adulti. Pensate alla televisione, fornisce degli esempi molto utili per svelare questo gioco, questa recitazione degli adulti: quando viene inquadrata da una telecamera, una persona si sente obbligata a usare un linguaggio convenzionale e semplificato, ha il terrore di essere troppo personale: non è un esempio magnifico dell'infantilismo, dell'immaturità degli adulti?
Nel romanzo ci sono tre bambini: un francese, un marocchino, un ebreo. Secondo lei il futuro dell'integrazione razziale comincia nella scuola?
I l fatto che ci siano tre bambini di tre razze diverse riproduce una situazione reale, che vivo quotidianamente: nel mio quartiere si mescolano decine di etnie. Per ottenere la pace sociale nella Francia di oggi è importantissimo che le razze si mescolino e convivano.
Un giornale ha scritto: "Signori bambini è una favola che disegna un inno all'infanzia e all'immaginazione, una sorta di contraltare umoristico al saggio Come un romanzo. Qui non ci sono decaloghi, la regola è una sola: l'immaginazione non è mai una bugia". Cos'è?
S e l'immaginazione sia o no una bugia, è una domanda che i bambini non capiscono neppure. Eppure Craistang dice ai suoi allievi questa verità fondamentale, pure sapendo che non possono comprenderla in maniera profonda. Un'idea che sta alla base del grande patrimonio letterario dell'umanità, dai testi religiosi al teatro greco, da Dante ad autori italiani che amo molto come Gadda o Svevo. Ebbene, nel romanzo sembra che questa verità vada sprecata, però serve proprio a Crastaing: è così che lui la capisce e la fa propria.
Crastaing è un professore, proprio come lei.
C erto, Crastaing sono io. Ogni professore è un essere doppio. Ha un versante ufficiale e accademico: vuole essere utile, trasmettere il sapere, contribuire alla formazione culturale dei suoi allievi, e quindi insegna, assegna i compiti, controlla l'apprendimento. D'altro lato, sa ad esempio che il solo modo per insegnare la letteratura è per trasmissione diretta. Senza parole, solo con i comportamenti si può far capire che là, nella letteratura, ci sono la felicità e l'intelligenza.
Ma che cos'é l'infanzia per Crastaing?
C rastaing è il primo schizzo di un personaggio che vorrei descrivere più ampiamente. E' soprattutto un cervello, uno che possiede una conoscenza enciclopedica ma astratta, senza contatto con il reale. Pensate ai politici: smettono subito di fare le cose che fa la gente normale – rifarsi il letto, andare in metropolitana, lavare i piatti, prendere i figli a scuola. Questo provoca una totale perdita di contatto con realtà, che provoca a sua volta l'attuale delinquenza politico-amministrativa e va assolutamente evitata, a tutti i livelli della cultura.
Come è stato il passaggio da professore a scrittore?
V eramente scrivevo prima di insegnare, quando ero prigioniero. Da ragazzino ho passato sette anni in collegio, tornavo a casa una volta al trimestre. Leggere era impossibile, se non di notte sotto le coperte con una torcia. Così, ho cominciato a scrivere per raccontare storie a me stesso, ho cominciato a scrivere perché avevo voglia di leggere. Sono diventato insegnante molto più tardi: e dato che sono stato un pessimo studente, e quindi so che cosa sono i pessimi studenti, forse come insegnante non sono poi tanto male. Insegno per suscitare la curiosità, non per trasmettere certezze. Anche se il mio primo compito è rassicurare i bambini che si credono stupidi, perché gliel'hanno fatto credere.
In Signori bambini l'infanzia si intreccia strettamente con la morte e il dolore.
T utta la letteratura cosiddetta per l'infanzia ha a che fare con la morte. Pensate a Pollicino, una fiaba che raccontiamo ai bambini perché si addormentino tranquillamente. Be', è la storia di due contadini troppo poveri per nutrire i figli, i quali per non vederli morire a casa li portano a morire nella foresta. Là quei sette bambini capitano in casa dell'orco, e la moglie dell'orco, l'unico personaggio simpatico della storia, li mette in guardia. Ma i bambini hanno così paura della foresta che preferiscono quella realtà, l'orco. Passano là la notte. Nel letto accanto al loro dormono le sette figlie dell'orco, ciascuna con una corona in testa. Pollicino sposta le corone e commette così un settuplo omicidio, perché l'orco al rientro mangia le proprie figlie. Poi Pollicino ruba i risparmi della moglie dell'orco e gli stivali delle sette leghe; e il re gli affida il compito di portare ai soldati in guerra i messaggi delle spose e delle amanti. E questa sarebbe una storia per bambini?
La voce narrante del suo romanzo appartiene però a una persona morta: come mai?
N egli ultimi anni ho perduto due amici più giovani di me. Mi mancano molto ma sono presenti, continuano a vivere dentro di me: il ricordo è il minimo di eternità garantito. Ho scritto Signori bambini quando ho trovato il narratore: mi piaceva l'idea di far parlare persona già scomparsa. Mi sono chiesto: che cosa succede ai morti? Se pensano al mondo, lo fanno con tenerezza, con una distanza commovente, perchè non possono più agire sulla realtà. E questo è un tema letterario che mi interessa: stare al di fuori e al tempo stesso parlare con coinvolgimento.
Lei parla anche della morte e della sofferenza con leggerezza: perché?
P er me è una questione di principio. Il problema è che passiamo la vita a rendere accettabile l'inaccettabile. Ma la drammatizzazione permanente non funziona, la tragedia permanente genera indifferenza. Di nuovo, la televisione offre una metafora perfetta: per uno spettatore normale, non mitridizzato dall'abitudine a vedere tutto il giorno e tutti i giorni sullo schermo l'orrore più brutale, un decimo delle tragedie e dei massacri che vengono trasmessi sarebbe sufficiente a scatenare il dolore più atroce, a far piangere. Invece nessuno è più capace di piangere quando vede, ad esempio, la tragedia algerina in televisione. I media non trovano un linguaggio affettivo capace di mobilitare davvero la gente. Siamo solo dei voyeurs. Per questo, per trasmettere il dolore preferisco porre una distanza umoristica tra la sofferenza e la comunicazione della sofferenza: solo parlare di cose tristi in modo scherzoso permette forse di far piangere, di commuovere.
Che cosa consiglia agli adulti perché siano "più matti e meno folli", come dice lei? Forse di rimpinzarsi di infanzia?
I l mio romanzo non lancia alcun messaggio, per una precisa ragione estetica: un romanzo riassumibile in un'idea centrale non è un romanzo. Io diffido di libri che hanno un messaggio, perché in realtà sono saggi mascherati da romanzi. E questa è una caratteristica francese: dopo Flaubert conta più l'intelligenza sistemica che quella artistica e metaforica, che al contrario della prima lascia la libertà al lettore. Come dico sempre, un romanzo è vero anche se è falso, mentre un saggio è falso anche se è vero.
La saga di Malaussène è finita?
B e', Signori bambini è stato un incidente. Anche Come un romanzo è stato un incidente, e anche La fata carabina è stata un incidente. Insomma, io ogni volta scrivo senza programmare quello che scrivo: avevo detto che la saga di Malaussène era finita, ma evidentemente mentivo, perché adesso sto scrivendone il seguito, in cui Thèrese si innamora. Ma potevo non raccontare una tale catastrofe?
Lei si rende conto di essere, per molti lettori soprattutto giovani, molto più di uno scrittore: un punto di riferimento, un personaggio?
F orse è così, ma è meglio che io non me ne accorga. E' meglio, perché non voglio perdere la libertà e l'abitudine di fare quello che amo: non voglio dover rispondere alle attese del pubblico, perché la scrittura è solitudine. E poi, sinceramente, quando un romanzo è finito, rimane lo scrittore. Ma è quello che rimane, appunto: invitereste mai qualcuno a cena per mangiare gli avanzi?





22 maggio 1998