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Giuseppe Pederiali

Con Camilla nella nebbia Giuseppe Pederiali, narratore a tutto tondo, debutta nel cosiddetto "giallo all'italiana", con un romanzo poliziesco ambientato nella sua Modena, che mette a nudo i torbidi retroscena della ricca vita di provincia. Delle donne dell'alta borghesia sono state uccise e poi inspiegabilmente travestite da prostitute: a condurre le indagini è un'ispettrice, Camilla Cagliostri, che subito conquista i lettori per la sua autenticità, e perché segue le sue convinzioni anche a costo di comportarsi in modo spregiudicato.


Nel suo percorso di romanziere si può dire abbia attraversato i generi più diversi: questo è il suo primo giallo?
Già negli anni Settanta avevo pubblicato, con la Fabbri, il giallo Povero assassino ed ero presente nella antologia Rusconi riservata ai giallisti nostrani: Buon sangue italiano. Posso ritenermi un pioniere. Ma io non mi fermo mai su un genere, scrivo perché mi diverte e ho un sacco di storie da raccontare. Questa di Camilla nasce dalla voglia di mostrare l'altra faccia della Padania cosidetta Felix, ovvero cosa cova dentro questa provincia toccata dal benessere, ma anche dalle inevitabili contraddizioni, con peccati piccoli e grandi (qualche volta mortali), amori, e la memoria sempre più corta per quel che riguarda storia, tradizioni e come eravamo, compresa la fame.

In Italia è stato probabilmente Umberto Eco, con il suo Il nome della rosa, a ridare dignità letteraria a un genere che era un po' screditato; oggi il giallo è di gran moda: da dove nasce, secondo lei, questa preferenza del pubblico?

A sdoganare il romanzo giallo italiano direi che sono stati scrittori come Sciascia e Camilleri. Un vecchio direttore dei Gialli Mondadori disse una volta che era poco credibile un indagatore nato a Gallarate o Battipaglia. Camilleri, e gli altri giallisti italiani, di carta o di televisione, hanno dimostrato che non è vero, conquistando anche le collane di narrativa non specializzate. Il pubblico li premia perché finalmente trova narratori italiani che non raccontano le solite menate autobiografiche. Il giallo costringe a una vera trama, o non funziona.

Creando il personaggio di Camilla, che speriamo di ritrovare in una lunga serie di romanzi, si è ispirato alle donne della sua terra?

Naturalmente: sono le migliori; e soprattutto sono quelle che conosco meglio. Quanto a proseguire la serie, perché no, se il pubblico dimostrerà di aver gradito questo debutto.

In tutta la sua produzione letteraria, pur tanto diversificata, Modena e il suo territorio sono dei riferimenti forti, quasi irrinunciabili: qui Modena è addirittura protagonista, sia nella sua storia - che Camilla conosce bene, fino a dialogare con le statue della cattedrale - che nella sua attualità, con riferimenti ai due miti della Ferrari e di Pavarotti. Addirittura la rivelazione finale è collegata alle leggende padane che hanno animato parecchi dei suoi romanzi: si tratta di una strizzata d'occhio a quei lettori che le chiedono di ritornare al mondo incantato dei suoi romanzi fantastici?

Camilla nella nebbia è un romanzo ben radicato nella realtà di una piccola città di provincia. È Modena, perché appartiene alla geografia che conosco meglio, ma potrebbe essere un'altra delle piccole, ricche città del nord, come Brescia, Treviso, Parma, Alessandria o Ferrara. Reali e attuali anche gli "strumenti gialli": movente, meccanismo dei delitti, soluzione con colpi di scena. L'elemento fantastico è presente solo come citazione di una tradizione e come identificazione di un territorio. Un giallo deve essere un giallo e basta, io odio le contaminazioni tra generi.

Allora possiamo dire che il costante riferimento letterario al suo paesaggio interiore è anche un richiamo alla necessità di non dimenticare - in questo mondo globalizzato - le tradizioni della nostra civiltà?

Questo è uno dei temi ricorrenti di tutta la mia narrativa.

Di Daniela Pizzagalli




31 ottobre 2003