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Roberto Pazzi

Di Valentina A. Mmaka

Il tempo, la memoria, il rapporto padre-figlio, il sogno: tutto questo è L'erede, il nuovo romanzo di Roberto Pazzi edito da Frassinelli. Intervista con l'autore che, come Michail Bulgakov, si lascia coinvolgere dal misterioso conflitto tra il Bene e il Male


Intervista - Nota bio-bibliografica - Brani scelti


Roberto Pazzi, ad un anno da Conclave, ha ambientato il suo nuovo romanzo, L'erede sempre in Vaticano. Che cosa l'ha affascinata e l'affascina di questo mondo?
Mi affascina la separatezza, il segreto, il mistero degli ambienti negati allo sguardo televisivo e alle chiacchiere dei grandi gazzettieri di questo circo Barnum che è l'informazione. Il Vaticano si nega a Bruno Vespa e a Enzo Biagi, per fortuna della Letteratura che lo può reinventare.

Non sarà che la fantasia e la visionarietà si nutrono meglio in un contesto "formale" come quello dell'istituzione religiosa nel caso specifico de L'erede?

Non è solo un contesto formale, ma sostanziale, per chi ha fame di sacro e deve accontentarsi di quel che in Italia passa il convento ... la vecchia religione cattolica alleata sempre dei Potenti lungo la Storia.

Il romanzo è una lunga lettera che il papa in carica scrive a suo erede di pontificato. Non ne conosce il volto, né il nome, eppure scrive, scrive, si confessa. Il papa scrive. È giusto dire che la scrittura per il papa assume quella funzione terapeutica permettendo di "liberarsi" dai rimpianti, sensi di colpa, rimorsi?

Sì, la scrittura è questa terapia proiettata nel rapporto misterioso padre e figlio, il cui grado di mistero è già tutto visibile nel mistero della Trinità fra padre, figlio e spirito santo.

Parliamo del Tempo. Nel romanzo il tempo si dilata e si sviluppa su tre piani temporali: il presente (il papa) comunica con il futuro (l'erede) attraverso il passato. Il presente scrive al futuro la vita trascorsa, gli anni vissuti seguendo il corso degli avvenimenti. La scelta della epistola è voluta qui per creare la tensione che il papa, vicino alla morte, sente nei confronti della vita?

La scelta dell'epistola è un'astuzia dilatatoria di vitalità, quasi una strategia per allungare in avanti, rubacchiando alla morte qualche altra giornata, con la scusa di parlare del luogo passato. Ma si rivelerà una trappola perché costringe il papa a scrivere la propria fine, il finale dove scrittura e vita della morte coincidono.

La lettera non è una sorta di sortilegio per rallentare il tempo che passa e scongiurare la sua imminente fine?

Sì, la lettera è questa trappola, questo sortilegio. Ma è anche la finzione di un dialogo con un Tu che invece è solo travestimento dell'Io.

Qual è il suo rapporto personale con il tempo che passa?

Orribile, perché sento fino allo strazio il passare, il fluire delle forme sensibili, soprattutto della bellezza, della giovinezza. Ma è da questa ipersensibilità che nasce la forma di protesta tutta particolare della poesia e della narrativa.

C'è chi insinua che il tempo non esista, che in effetti il tempo sia solo la sensibilità con cui viviamo le esperienze della vita. E se così fosse, che peso avrebbe la memoria nella vita dell'uomo?

La memoria è per gli uomini ciò che l'acqua è per i pesci, l'elemento vitale. Non c'è un uomo se non c'è coscienza della storicità passata e proiezione in quella futura.

A proposito di memoria, nel romanzo c'è un bellissimo verso, mi conceda l'espressione trattandosi di una bella suggestione poetica, "Il rumore della memoria". Saprebbe descrivere il rumore della memoria?

Il rumore è quello dell'acqua. Di ruscello da giovani, di un fiume possente e lento come il Po da maturi, di una cascata da vecchi.

Lei ha detto che siamo fatti di memoria. Ci sono delle situazioni in cui le memorie di cui siamo fatti si sottraggono alla nostra attenzione, come gli uccelli di Platone che vanno e vengono senza preavviso. Come evitare l'oblio ed essere sempre presenti a noi stessi?

L'oblio si evita esprimendo quanto più possibile il proprio vissuto interiore agli altri, a costo di farne una specie di platea invisibile. Sto parlando della scrittura, più che della parola orale. Anche se la poesia è molto legata alla oralità della narrativa.

L'erede allude anche al rapporto tra padre e figlio. In questo caso il rapporto di parentela non è carnale, essendo il padre il papa che si rivolge al figlio, il suo erede spirituale. Il papa, scrivendo del suo pontificato, in qualche modo cerca di avvisare il suo erede delle difficoltà che incontrerà nella sua vita di pontefice. Uscendo fuori dalla finzione letteraria, qual è il senso di un rapporto tra padre e figlio in una società attuale dove si ha la sensazione che manchino punti di riferimento concreti?

Trovo che nella nostra società si è spesso sviluppato un rapporto di conflittualità fra padre e figlio che nasce dal mito del successo e dalla rimozione del lato in ombra della vita: la vecchiaia, la malattia, la morte. Certo anche Cronos odiava i suoi figli e Saul non poteva vedere apparire Davide giovinetto senza infuriarsi, ma oggi è tutto più massificato e moltiplicato questo processo.

Anche la solitudine (del papa) è un tema ricorrente. Il papa soffre la solitudine impostagli dalla forma, dalla sua carica istituzionale. LA solitudine lo spinge a "corrompere" due dei suoi fedelissimi segretari per poter uscire dal Vaticano in piena notte e girare da uomo libero per le strade di Roma. Crede che la solitudine sia oggi più diffusa di un tempo?

La solitudine è la misura della società di massa. Una folla ha un'anima, come ho scritto nel romanzo, una massa no, e senza anima è sola, terribilmente sola.

"Una barca si dirigeva veloce verso riva, quel giorno come sempre, assolutamente deserto. Riuscivo a distinguere l'unico passeggero che portava, una piccola sagoma scura..." In questo passo dantesco che ricorda il traghettatore Caronte, il papa descrive uno dei suoi incontro ravvicinati con Satana. Crede che nella vita degli uomini per così dire "Potenti", questo conflitto sia più accentuato che non nella vita di uomini comuni? Se sì, perché? Sensi di colpa, rimorsi, rimpianti di aver disatteso ciò che la platea si aspettava da loro?

Il Potere è il Male, ciò che trasforma Robespierre da utopista in tiranno, Lenin da rivoluzionario in sanguinario, Napoleone da rivoluzionario in Imperatore.
Aveva ragione Simone Weil, la giustizia è una transfuga dal campo dei vincitori. Per questo credo nel Cristo. E' l'unico che vince rinunciando al Potere scegliendo la via della sconfitta della debolezza, dello scacco, con la crocifissione. Per questo Cristo è l'unico rivoluzionario vero della Storia.

"Il male ha la folle pretesa di mostrarsi come il vero Bene quando legittima qualsiasi violenza sulla carne per poterne salvare l'anima." Dopo Conclave il conflitto tra Bene e Male torna anche ne L'erede. Crede che nella vita degli uomini per così dire potenti, questo conflitto sia più accentuato e ricorrente che non nella vita di uomini "comuni"? Se si, perché? Sensi di colpa, rimorsi, rimpianti?

Nella vita degli uomini di potere l'ingresso nel Male è una regola. Anche per questo mi astengo dalla politica, forse perché il vero potere dovrebbe redimersi o attraverso la religione o attraverso l'arte.

Il Mistero di non conoscere il proprio successore, non è anche questo motivo di inquietudine a fertilizzare il terreno per il Male?

Il Mistero è lo stesso della santissima Trinità, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Questa ignoranza alimenta la tentazione diabolica i plasmare il proprio successore a propria immagine e somiglianza come Dio fece con l'uomo. È un risvolto inquietante della paternità che offre la scrittura, il libro diventa il figlio, il doppio di noi, noi che viviamo ancora dopo la nostra morte. Ma è un figlio di carta. Dice Roland Barthes: "si scrive per essere amati e si è letti senza poterlo essere."

Anche Orfeo passeggia tra le pagine del suo romanzo. Il sogno è una presenza costante. I sogni del papa, le visioni ad occhi aperti. In molte culture il sogno è visto come segno rivelatore di accadimenti futuri. Il sogno è per il papa l'illusione del tempo che si prolunga?

Il sogno dilata l'Io e la voglia di non morire più, ma è anche il campanello d'allarme con cui la morte si annuncia nella prima pagina del romanzo con l'incubo del cavallo che salta addosso al papa che nell'ultima pagina del romanzo si chiarirà essere la salvezza dell'asinello della Sacra Famiglia venuta in soccorso.

Qual è il suo rapporto con i sogni?

Un rapporto ottimo perché me li rammento tutti appena sveglio e anche durante il giorno tornano ad accendersi. Li uso nella mia scrittura, quando posso.

Per bocca di Elga, uno dei personaggi del libro, la nipote di un cardinale tanzaniano, dice: "La morte non è la fine ... ma l'inizio". Sicuramente questo concetto della morte appartiene più alla cultura animista o orientale. La cultura occidentale è radicalmente tanatofobia. Perché c'è questa grande paura della morte, anche in un religioso così illustre che si suppone abbia la possibilità di spiegarsi la morte come una sorta di tappa di passaggio?

L'Occidente è malato di un'orribile malattia, l'ipertrofia dell'Io. E anche il papa-scrittore non si sottrae a questa malattia, la avverte acutissima. L'oriente forse è più immune da questa gabbia del narcisismo come ho cercato di descrivere nella scena dell'incontro fra il papa e il monaco buddista a Bangkog.

Qual è il rapporto con la morte di Roberto Pazzi?

Di angoscia e di dubbio, perché amo la carne e la bellezza della carne mi esalta; ma anche di liberazione e attrazione perché sono certo che la via sia una malattia da cui si guarisce solo con la morte... Diciamo che fiuto l'eternità come un fiume fiuta la foce, molto prima di arrivare al mare...

L'erede mette in discussione la religione istituzionale, anch'essa incapace di suggellare la pace tra gli uomini. Di che cosa abbiamo veramente bisogno per vivere consapevolmente la vita?

Di credere in un'utopia o fede, per trascendere l'orrenda gabbia dell'Io e dell'egoismo.

Ad un certo punto del libro c'è l'immagine del papa che nella solitudine di una passeggiata per i giardini di Castelgandolfo: "comincio a percepire i linguaggi degli animali nascosti.....l'apertura del cielo accoglie le varie correnti del vento che mi porta insieme alla sua forza l'energia della vita del bosco..." Se posso esprimermi, un senso religioso lato traspare dal suo romanzo. Forse è più una riflessione sulla necessità di recuperare valori più semplici, quelli accessibili a ciascuno di noi; sull'importanza di essere vigili nei riguardi di messaggi che le istituzioni, siano anche religiose, ci pervengono. E' così?

La religiosità è più grande delle religioni storiche organizzate, ma l'una non nega l'altra. L'importante è trascendere, guardare al dopo la vita, come alla vera destinazione di tutto. Se ogni giorno pensassimo almeno una volta che potremmo sparire fra due secondi compiremmo più il Bene che il Male. Dal pensiero della morte sale l'amore per gli altri, la compassione.

Sta lavorando ad un altro libro?

Non mi riposo. Ho scritto L'erede in trentadue giorni lavorando come un invasato. Ma sento che quella meravigliosa febbre tornerà presto e mi salverà nuovamente dalla quotidianità in cui mi disperdo in questi mesi.

Nota bio-bibliografica

Roberto Pazzi nasce ad Ameglia (La Spezia) nel 1946. Poeta e narratore, vive a Ferrara dove ha insegnato antropologia presso l'università. Tradotto in diciotto lingue, ha esordito in poesia con una silloge apparsa sulla rivista Arte e poesia nel 1970, prefata da Vittorio Sereni; tra le raccolte di versi Calma di vento (Garzanti, premio internazionale E. Montale 1987), Il filo delle bugie (Corbo, 1994), e La gravità dei corpi (Palomar, 1998). Il suo esordio narrativo avviene nel 1985 con Cercando l'Imperatore, prefato da Giovanni Raboni (Marietti 1985, Garzanti 1988, Tea 1997, premio Bergamo, premio Hemingway, premio Selezione Campiello 1985) "storia di un reggimento russo disperso in Siberia, durante la Rivoluzione Russa, in cerca dell'Imperatore", dalla critica concordemente collocato sulla linea fantastico-visionaria della nostra narrativa, quella meno frequentata nel Novecento italiano. Seguono poi alcuni romanzi, dove la storia si fa pretesto di reinvenzione fantastica su una linea di pensiero antistoricistica: La principessa e il drago (Garzanti 1986, finalista premio Strega 1986), La malattia del tempo (Marietti 1987, Garzanti 1991), Vangelo di Giuda (Garzanti 1989, superpremio Grinzane Cavour 1990, ristampato da Baldini&Castoldi nel 1999), La stanza sull'acqua (Garzanti 1991). Con Le città del dottor Malaguti (Garzanti 1993) la narrativa di R.P., pur rimanendo di ispirazione visionaria, approda al presente, alla cronaca italiana di questi anni, alla città dove il narratore vive, Ferrara. Ecco allora i romanzi successivi, Incerti di viaggio (Longanesi 1996, premio Selezione Campiello, superpremio Penne-Mosca 1996), Domani sarò re (Longanesi 1997) e La città volante (Baldini & Castoldi 1999), finalista al Premio Strega, presentato da Dario Fo e Sebastiano Vassalli. L'ultimo romanzo, Conclave è del 2001 edito da Frassinelli (Premio Scanno, Premio Super-Flaiano, Premio Comisso, Premio Zerilli Marimò, Premio Stresa); L'erede (Frassinelli, 2002). Nel maggio del 1999 ha ideato e diretto a Ferrara un convegno letterario internazionale su L'Immaginario Contemporaneo, che ha coinvolto, fra gli altri, Yves Bonnefoy, James Hillman, Alain Robbe-Grillet , Tzvetan Todorov, Tahar Ben Jelloun, Assia Djebar, Ben Okri,Viviane Forrester, Abraham Yehoshua e Dario Fo. Attualmente presiede Ferrara Letteratura e, dopo dodici anni di collaborazione esclusiva al Corriere della Sera, scrive sulle pagine culturali di diversi quotidiani italiani.

Si possono leggere poesie di Roberto Pazzi anche in inglese e francese sul sito www.italian-poetry.org/Pazzi.htm



Brani scelti

Il brano tratto dal capitolo XIII, si riferisce all'incontro tra il Papa e il Male.

"Che cosa vuoi di nuovo da me?"
"Nulla che già non abbia, sei tu che mi cerchi."
"Non verrei da te, se non fossi tu a chiamarmi."
"Menti, non ti ho chiamato, anzi ho sempre temuto che tu tornassi."
"E' questa paura la tua chiamata, la paura di aver bisogno di me. Ed eccomi qua, per servirti..."
"Non ho bisogno di te, forse tu ne hai. Lascia in pace un povero vecchio che ha già svolto il suo compito. Non ho più futuro da venderti. Ora sono libero."
"Ma che povero vecchio...ma che libero... libero di che? Di morire, senza aver potuto porre alcune domande, senza aver capito se la tua scelta era giusta? Se non avresti potuto farne una migliore sposandoti, avendo dei figli e non ... un successore, quello a cui scrivi di nascosto ogni giorno, sul quaderno che non hai ancora deciso a chi consegnare. Deciditi, è pericoloso lasciarlo in giro, potrei anche custodirlo io..."
"Non prenderti gioco di me."
"Quel tuo successore lo corteggi come se lo volessi educare e nemmeno lo puoi vedere in volto, non sai neppure come si chiama ... e farà tutto ma proprio tutto diversamente da te, anzi rivoluzionerà quel che tu credi di aver stabilito per sempre."
"Non è questo che mi pesa di più, non sai indovinare il mio pensiero..."
"Sì, lo so, lo so che ti senti il padre dell'umanità e sei in ansia per la sua sorte ... Ma ti sei mai chiesto se l'umanità avesse davvero bisogno di un padre come te?"
"Mi sono chiesto molte cose, che si chiedevano gli uomini prima e si chiederanno dopo di me, è il prezzo che si paga per giungere alla mia età."
"Che nobile affanno ... e intanto che sei qui, nell'ozio lussuoso del tuo palazzo, la gente crepa in tante parti del mondo di fame o di stenti o nella lotta per la sopravvivenza."
"Non cambierebbe nulla di quei disgraziati se vivessi in un bungalow di Colleferro."
"E se avessi speso meno denaro per i tuoi inutili viaggi? Se li avessi devoluti a chi ne aveva bisogno? Lo so che ogni tanto te lo domandi anche tu... Son stati miliardi, in quasi trent'anni... E quanto sperpero di lavoro, che fatiche per chi doveva garantire la tua sicurezza! Quanti hanno imprecato contro il tuo esibizionismo travestito da spirito missionario!"
"Non potevo restar fermo a Roma, il mondo ha bisogno della parola di Dio."
"Sempre a nasconderti con l'alibi della tua missione, ma a me non la fai, io so che sei un attore nato."
"Ognuno deve mettere a frutto i suoi talenti... Anche tu dovevi farlo, invece di vantarti di poter sfidare Dio... In fondo ho sempre saputo che c'era dell'amore nella tua ribellione, un'infinita ammirazione per chi volevi superare ... Da giovane ti avrei domandato tante cose sulla tua..."
"Lascia perdere... le domande le faccio io... è inutile che tu cerchi d'incantarmi con la tua comprensione. Tanti teologi l' hanno saputo far meglio, e alla fine li ho avuti in pugno."
"Le domande al papa? Ma tu dimentichi chi sono?"
"Non lo dimentico, non lo dimentico, santità! Che presunzione ..."
"Non è mai piaciuto nemmeno a me che mi chiamino così, ma è la tradizione."
"I talenti ... bel frutto hanno dato ... lo vedi come il mondo corre ai miei piedi, come corre all'autodistruzione."
"Mi vuoi persuadere che sia stato tutto inutile, è una vecchia storia la tua che hanno sentito molti santi prima di me .... Ma non ci casco."
"Non sei un santo tu, hai un io così grande che non può entrarci niente. Sei un vaso troppo pieno per accogliere lo Spirito, sono i vasi vuoti quelli che si lasciano riempire ... e quelli sono i santi."
"Ho pagato per questo io così grande, ho pagato... sì."
"Se ti riferisci al tuo attentato, ti si può credere solo fino a un certo punto."
"E perché? Come ti permetti?"
"Perché alla fine hai rovinato tutto con la scena più superba del tuo teatro."
"E quale sarebbe?"
"La scena madre di te che vai nella cella dell'attentatore e gli parli da buon padre che assicura il suo perdono ... una scena girata apposta per farti riprendere ed applaudire dal mondo intero. Quel giorno mi sono davvero compiaciuto di te, ho pensato che mi davi buone speranze e si poteva contare su una tua ... conversione finale."
"Non si può parlare con te, volgi ogni cosa ai tuoi fini, vedi te stesso dovunque, e del resto non saresti chi sei se non fossi così ... ma sai che non si può fare un solo gesto di Bene che non si trascini un'ombra di Male? Non potevo non perdonare e non potevo farlo di nascosto... Gli uomini sono come bambini, hanno bisogno di esempi, di imitare un canone, per questo il Signore parlava per apologhi come raccontasse una favola."
" Gli uomini, a sentire voi preti, hanno sempre bisogno di voi... peccato che da duemila anni, dopo che Pietro venne a Roma, e da quattromila dopo che Abramo venne nella terra di Canaan, la storia vada sempre allo stesso modo, e la febbre del mondo non accenni a diminuire. Siete dei ciarlatani, sapete vendere bene la vostra merce solo perché io e i miei compagni teniamo su la finzione del bisogno del Bene... c'è un antico accordo fra noi e voi per fregarli tutti, gli uomini, con questa commedia della lotta fra Male e Bene..."
"Menti, e io perdo il mio ad ascoltarti."
"Non è vero, lo sai benissimo, non faccio che leggerti domande e dubbi che non hai il coraggio di confessare."
"Non temo quello che dici, la verità è una sola."
"La verità è che non c'è né il Male né il Bene, alle origini di tutto, ma soltanto ... quel che tu chiami il ... Signore .... Che s'annoiava e aveva il bisogno di riempire il vuoto della sua perfezione. Ed eccoci qua, noi angeli e voi uomini, poveretti, a divertire Dio col nostro teatro dello scontro fra buoni e cattivi, neri e bianchi, credenti e non credenti, barbari e romani... via, tu stesso l' hai pensato tante volte che nella ricetta del mondo c'è una regola fondamentale, quel che tu chiami manicheismo ... Ed ecco la storia come teatro di questi due fratelli che si odiano, Caino e Abele."
"Vorresti farmi credere che c'è un errore alla base di tutto."
"Lo sai benissimo, e alla fine quando ...il Signore si stancherà della recita, e pare che dalla velocità con cui si sta correndo alla fine della storia, lui stia sbadigliando di noia, si abbasserà il sipario e la commedia sarà finita."
"E dopo?"
"Come dopo? Non c'è il dopo, perché vuoi far finta di non capire che non c'è niente, assolutamente niente oltre allo spettacolo allestito per divertire il Signore? ... Cosa vuoi che gli importi degli uomini? Che presuntuosi... e poi questa pretesa che sia venuto a incarnarsi proprio qui, in questo atomo dell'universo .... Di tutte le parti più comiche della piéce m'è sempre parsa la più esilarante."
"Ma chi è stato a inventarsela?"
"Chi vuoi che sia stato? Il regista, il Signore, in un momento particolarmente felice del suo estro..."
"Ecco, anche tu l' hai riconosciuto, ma il regista non può mentire."
"Questo lo dici tu ... non sai di che invenzioni può essere capace, è geniale come tutti i grandi poeti ...più le spara grosse più è creduto ... come i vostri Omero, Dante, Shakespeare ... anche loro sono uno scherzo della sua fantasia."
"E io ...chi sarei io?"
"A giudicare da come ti agiti fra dubbi e sussurri prendendo le tue orecchie come timpani del mondo, un mediocre attore e un mediocre pontefice .... Un nazionalista un poco ignorante che per mia fortuna ha molto schematizzato le profondità teologiche in cui si dibattevano i predecessori che però, lasciatelo dire, erano di ben altra stoffa culturale...In realtà, nonostante le apparenze, credi poco in te stesso; perciò sei sempre corso a cercare le folle, a lusingarle, a corteggiarle. Sapevi benissimo di non avere carisma, se stavi fermo, sapevi bene che la parte da recitare oggi non è più quella sostenuta da Pio XII. Mai si mosse da Roma, aveva capito l'altro modo di incantarli: per questo ti ha tanto affascinato, a Bangkog, la figura del monaco che non si muove."
"Ma io non ho cercato solo i cristiani."
"E' stato Balthasar a darti quell'idea ...Sai perché? Perché gliel' ho suggerita io ... Con i teologi ho un bellissimo rapporto, mi danno molta retta, sono stato io a ispirargli quel rimprovero ai tuoi viaggi, 'il papa va solo dai cattolici, forse invece dovrebbe approfondire anche il dialogo con le altre religioni ...' E tu ci sei caduto, com'era prevedibile, vista la tua natura più aderente al plauso degli altri che a quello della tua coscienza ...sei di una modernità sconvolgente."
"E tu di una sconvolgente abilità di mentire."
"Non mi credi? Bene, presto avrai modo di sapere se dico la verità, se c'è proprio quel 'dopo' di cui hai tanto predicato."
"E' un trucco antico del diavolo alla fine di una vita, questo ricorso al dubbio supremo in punto di morte... e non sempre funziona."
"Vedo che ti fai più cauto nel negarmi credito, eppure sei il papa ..."
"Vivo nella carne la debolezza di essere un uomo, prima che un papa, lo sai, e per questo ti è consentito di tentarmi."
"Dì la verità, hai paura, eh, di morire?..."
"E chi non ne ha?"
"Ma come? Tu che sei il Santo Padre, la misura per tanti della fede nella resurrezione, hai paura?"
"E tu? Non sei stanco di andare attorno, nella gabbia della storia, quest'incubo o menzogna teatrale che il Signore avrebbe creato per divertirsi un poco, a cercare di rianimare gli attori col dubbio che non verranno pagati, dopo la fine della recita?"
"Forse, ma non credere per questo che non abbia il potere di esaudirti, l'offerta è sempre valida."
"Quale offerta?"
"Quella che ti ho fatto a Castelgandolfo: reintegrati nella giovinezza, darti una prova di appello, una nuova possibilità, un appello supplementare della partita, per ricominciare da capo."
"Ma dovrei rivivere tutto quel che ho vissuto o scegliere una vita così, a caso, come Dio me la mandasse?..."
"No, non il Signore te la darebbe questa volta, ma io stesso."
"Perché il Signore potrebbe solo farmi rivivere quella che aveva già stabilito pr me dall'inizio, la parte già scritta della mia recita, diresti tu..."
"Bravo, vedo che finalmente capisci."
"E tu quindi saresti l'audacia di una variante del copione, un suggeritore presuntuoso che tradisce il regista."
"In un certo senso. Diciamo meglio, sarei la libertà, l'evasione dal tuo nome, dal tuo copro, dal tuo sesso, dalla tua carica di narcisismo, dalla tua attrazione per le donne nascosta nel tuo rifiuto di ammetterle al sacerdozio."
"Non sarei più io..."
"E non è quello che sospiri in questi ultimi tempi? Quel che ti fa uscire tanto da te stesso da riuscire a sentire le parole altrui come mai le avevi percepite? Tu vorresti essere chiunque altro oggi, ma non il papa che se ne va e lascia a uno sconosciuto la sua sedi... Hai persino meditato di farti una passeggiata in incognito per Roma, per fuggire da te stesso."
"Come sei noioso... non sai ripetere che questa musica della mia personalità troppo forte."
"No, ti ho dettoli contrario! E' troppo debole ... e tu vorresti uscirne per riposartene...magari anche per poco ... magari sei stanco di essere un uomo? Se vuoi ti posso far rivivere come donna ... Il tuo monsignor Windischgraetz, nel suo appartamento segreto, a Trastevere, va spesso a vestirsi da donna ...e Konradin, sai chi va a trovare a Ravello?"
"No, non voglio saperlo! Diventi poco serio, sto proprio perdendoli mio tempo con te."
"Mai detto con te niente di più serio. Tu le donne non le hai mai capite, sei stato il più duro dei pontefici a negare loro l'accesso al sacerdozio."
"Non t'intendi di queste cose, che ne sai tu di donne e uomini? Di figli? Di castità e procreazione?"
"Ho imparato molto guardandovi, dalla creazione del mondo."
"Ma non hai vissuto l'esperienza di una sola ora."
"E tu? Che esperienza hai vissuto dell'amore coniugale, della sessualità libera da procreazione, dell'erotismo? Eppure predichi dall'alto della miseria, che dico? del nulla della tua vita affettiva, le regole dell'amore secondo e contro natura."
"Taci, spirito maledetto! Io so, anche senza aver provato, come chi è assetato e sa che cosa è l'acqua!"
"Ma senza aver provato la morte come puoi mostrare di essere sicuro di lei?..."
"Cosa vuoi propormi? Di provarla?"
"Dicono i poeti che nessuno è tornato a dirci che verità ci sia dopo la morte ... Non potrebbe essere un bel primato per un papa essere il primo a tornare?"
"Satana, non mi tentare, vade retro!Vattene nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo ... e non tornare, non tornare mai più."

Figlio mio carissimo, ho cercato di trascrivere con la massima fedeltà la nuova tentazione subita questa notte da parte dello stesso spirito del Male che mi aveva teso la sua rete davanti al lago, qualche giorno fa. ...

© 2002 Frassinelli




31 maggio 2002