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Tim Parks

Uno scrittore inglese che sentiamo straniero e italiano nello stesso tempo, un autore che ha saputo descrivere con uno stile tipicamente anglosassone vizi e virtù degli abitanti della nostra Penisola.


Ha utilizzato nei suoi libri un genere letterario in Italia poco praticato, cioè il racconto ironico, psicologico e satirico nello stesso tempo.
Scrivendo non mi soffermo su queste cose: quando avevo cominciato il libro sul calcio [Questa pazza fede. L'Italia raccontata attraverso il calcio, edizioni Einaudi] avevo subito pensato che non doveva essere rivolto solo ai patiti di quello sport. Doveva essere un libro che cercava, attraverso anche la mia personale passione, di capire tutta una serie di gesti mentali e di atteggiamenti che effettivamente sono normalmente impensabili.
Era difficile spiegare delle emozioni tanto intense suscitate da una cosa assolutamente senza rilevanza nella vita di un uomo. Penso anche che prima di cento anni fa non si potesse facilmente trovare qualcosa di simile. Il mio gioco è stato quello di alternare narrativa pura (e spero avvincente) con la riflessione. Sinceramente questo genere di scrittura non è molto praticato neppure in Inghilterra.

La passione per il calcio è anche là molto forte.

Certo, ma se penso ai libri inglesi sul calcio, questi raccontano soprattutto le esperienze di alcuni famosi calciatori o di una squadra, oppure ci sono saggi rivolti agli intellettuali, senza commistioni narrative e con un atteggiamento più distaccato. Io volevo giocare, raccogliendo le mie letture e le mie esperienze. Un esempio eclatante di quanto ho detto è il racconto della trasferta della Juventus accostato a una poesia di Leopardi. È dissacrante, ma è anche la possibilità di citare un grande poeta. Mi sono divertito davvero moltissimo con questi strani parallelismi. La sola cosa che mi dà fastidio è che nominare il gioco del calcio nel titolo finisce con l'allontanare tante persone dalla lettura del libro e per questo, nell'edizione inglese, ho cercato di camuffare un po' la faccenda.

L'ironia è una delle sue note caratteristiche, una capacità di lettura della realtà che cambia la modalità tradizionale di guardare le cose.

Ovviamente si guarda con più chiarezza se si riesce a cambiare il punto di osservazione: questo francamente è anche il mio modo di vivere, vedo così la realtà e faccio fatica a pormi nella posizione di chi trova strano questo atteggiamento. Quello che più mi ha colpito nel dibattito nato intorno a questo libro è il rendermi conto di aver offeso qualcuno. Il problema è che sono il primo a non mi scandalizzarmi per certe cose, anzi a trovare divertenti certi insulti da non prendere serio, chiaramente! Tra i tifosi di due squadre avversarie capita che la domenica si insultino e che il giorno dopo se ne vadano a pranzo insieme senza provare alcun risentimento gli uni verso gli altri: per me questo rientra nel gioco, invece molte persone avrebbero voluto che mi scandalizzassi.

Insomma è una passione sostanzialmente positiva?

È senz'altro un modo di ritualizzare emozioni collettive e negative perché spesso sono proprio le emozioni negative, cioè il senso di avere un nemico, a creare una comunità. Il fondamentalismo è basato proprio su di un gruppo che ritiene di avere nemico tutto il resto dell'umanità e siccome non giudico positivo l'essere fondamentalisti (e avere nemici veri) credo sia meglio averne per gioco. Sto leggendo moltissimo sul Tre/Quattrocento italiano ed è incredibile quanti insulti si siano scambiate in quei secoli le varie città. Per me è stato divertente vedere quanto la situazione attuale rispecchi una molto più brutale e pericolosa, oggi però in modo paradossale. Tanti aspetti della vita moderna sono una parodia del passato, in fondo anche la politica: credo che non sia possibile che le persone si prendano sul serio quando dicono certe cose!

Questo giudizio vale solo per l'Italia?

No, certo! Sono in Italia da ventidue anni e c'è un passo nel mio ultimo libro in cui mi dichiaro "veronese" perché un italiano si considera prima di tutto cittadino di una specifica città. Senz'altro non ho la stessa visione di chi è nato qui e ha studiato nelle scuole italiane, però non sono certo l'inglese che è arrivato l'anno scorso... Una cosa affascinante del periodo dei de' Medici a Firenze era il loro capire che era necessario mantenere le forme e le dinamiche delle democrazia anche se non ce n'era la sostanza, cioè che era meglio che ci fosse un gruppo di iniziati addentro alle cose segrete delle città ma che bisognava fare di tutto per non darne l'impressione. Credo che questa sia sempre stata la norma in Occidente. La sola cosa buona della democrazia è la possibilità di cambiare un governo, però a mano a mano che la democrazia si è estesa si sono intensificate le tecniche per far sì che esistano sempre due gruppi contrapposti, due fazioni: i Guelfi e i Ghibellini, i de' Medici e i Pazzi... E per fare in modo che questi riescano a manipolare l'opinione pubblica...

Per cambiare argomento: quali sono le caratteristiche che ancora rendono particolare il rapporto familiare all'interno della società italiana?

Un'educazione italiana ha in comune con tutti gli altri miei libri il problema del rapporto individuo/comunità nel senso che è solo un mito moderno pensare che siamo in possesso di noi stessi e della nostra mente. So invece benissimo che non è così: quando guardo i miei figli so che sono italiani e non inglesi, la cultura sta infatti plasmando la loro personalità. In ogni gruppo sociale poi ci sono migliaia di modi di esprimere "l'italianità", e non riguarda solo la famiglia: il gesto italiano è normalmente anarchico, è il rifiuto delle regole, ma troviamo anche in Italia persone di una fiscalità tremenda. In quel libro ho cercato di osservare non solo la famiglia in sé, ma anche in rapporto alla scuola. Senz'altro la protettività verso il figlio qui è altissima sia da parte della madre che del padre: la natalità è in forte declino e ciò fa sì che ci sia un investimento enorme sul figlio e un grande senso di protezione e poi tutto il buonismo della società viene a galla se si tratta dei figli...

Dai suoi libri esce un ritratto degli italiani molto interessante perché è lo sguardo di una persona che riesce a mantenere un certo distacco.

Effettivamente il vivere in un altro paese serve a rafforzare il gesto dell'artista che è quello di essere sorpreso da quello che è normale.
Scrivere il libro sull'educazione italiana è stato un divertimento enorme: osservare una gita scolastica, analizzare tanti luoghi comuni, vedere la burocrazia che circonda la scuola e il modo in cui si conducono gli esami. Tra le cose più comiche ci sono le elezioni per il rappresentante di classe: votazioni segretissime quando non si riesce neanche a trovare un candidato! Intorno ai figli ci sono poi moltissimi rituali soprattutto in vacanza: ho raccontato un'estate su una spiaggia dell'Adriatico, e quelle pagine sono uno dei pochi momenti di elogio che ho fatto alla cultura familiare italiana, magari con un po' di ironia, ma senza volontà di satira.

I suoi libri hanno avuto molte traduzioni?

L'Italia è stato l'ultimo paese in Europa a tradurre i miei lavori: fatto comico e triste. E non tutto è stato tradotto! Sembra quasi che, dato che abito in Italia non sia uno straniero di tutto rispetto. E poi ho avuto un vero choc leggendo la traduzione italiana: vedevo il mio lavoro assolutamente trasformato non perché la traduzione fosse fatta male, anzi, ma perché le due lingue sono diverse e quasi tutte le implicazioni cambiano e il contesto è diverso.

Di Grazia Casagrande




31 gennaio 2003