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Enrico Palandri
La solitudine di una generazione: Enrico Palandri e le ambiguità della storia

Nella penombra di un ufficio della libreria Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele a Milano, incontriamo Enrico Palandri, quarant'anni, docente universitario in Inghilterra, scrittore del malessere contemporaneo, della crisi storico-politica e quindi esistenziale di una generazione.

Herbert Markus, l'intellettuale protagonista del suo romanzo è una figura piuttosto dolorosa. Lei pensa che sia questa, oggi, la dimensione della vita di un intellettuale?
C'è molto dolore nella vicenda di Markus, c'è un crollo verticale, non solo in Markus, ma nel mondo in cui abbiamo vissuto. Quello che è stato definito il crollo delle ideologie, il crollo del muro di Berlino, è in realtà il crollo di tutto quello che era tenuto insieme da questa contrapposizione. Io però vedo questo dolore come qualcosa di benefico e fecondo. Un po' come il dolore di un parto, di un dente che uno si toglie. Certo c'è molto dolore, perché Markus pone delle domande importanti a sé e al mondo che ha intorno e vuole crescere. Certo in certi momenti si sente anche aggredito, ed è aggredito, dal mondo intorno a lui, però c'è una grande volontà di capire, di andare avanti di rigenerarsi.
In "Boccalone", nei momenti di depressione, il protagonista diceva che per tirarsi un po' su il morale poteva fare un po' di politica. Markus non ha più questa possibilità?
Non c'è più la politica. In "Boccalone" la politica era ancora una difesa che funzionava, nel senso che era ciò che segnava una mappa geografica nel mondo e al di qua c'erano i rapporti personali, la vita privata. La contrapposizione tra cattolici e comunisti, una volta, o tra destra e sinistra, non era solo una contrapposizione politica. Oggi già il termine politico indica qualcosa di meno significativo, si intende soprattutto la vita parlamentare, mentre la politica nel mondo in cui è cresciuto Markus era una politica che esigeva determinati comportamenti. Pensiamo al fatto che i cattolici oggi usano tranquillamente i contraccettivi, evidentemente la loro adesione ai precetti della Chiesa oggi è molto minore di una volta, così come per i comunisti è ormai normale che degli industriali possano essere di sinistra. Non c'è più questa differenza che attraversa tutta la persona. La politica è diventata qualcosa che riguarda il momento in cui si vota.
L'ambiguità del rapporto sentimentale di Markus è grandissima. Oggi il rapporto di coppia è in difficoltà?
Mi sembra che il dubbio "sei il mio grande amore o sei la mia rovina"? tocchi molte coppie. Forse perché oggi abbiamo la possibilità di scindere il matrimonio, cosa che una volta non era pensabile. In Inghilterra si è arrivati a pensare, siccome i costi per i divorzi sono alti, di istituire dei matrimoni a termine: dieci anni, e poi uno decide se rinnovare... Io credo che Markus sia molto innamorato di Zdena e cerchi di farle del bene.
Non c'è nel suo personaggio anche il bisogno di recuperare la "banalità" del comportamento, come una forma di salvezza?
Sì, penso proprio di sì. Però date le condizioni di Markus... Ci sono tre grandi elementi su cui io lavoro in questo libro. Uno è la crisi storico-ideologica, in cui è coinvolta anche la sua professione, diciamo l'io pubblico, l'altra è la vena sentimentale, il rapporto con Zdena e il terzo sono proprio delle briciole di quotidianità. Per esempio, all'inizio del libro, quando Markus salta una coda al ristorante. Però questi eventi vengono tutti distorti, quella che dovrebbe essere la leggerezza, la banalità della vita di ogni giorno viene continuamente risucchiata da queste tormentose domande che Markus continua a farsi. Non riesce ad avere un contatto leggero con la realtà, perché la realtà non se ne sta più là fuori, entra tutta a far parte di questa macchina che macina, che travisa, che confonde...
Il tema della leggerezza in questo romanzo è forse all'opposto che in Boccalone: è un fatto generazionale, un fatto storico?
Pensando ai giovani d'oggi, io credo che sia cambiato il modo in cui si articola il rapporto tra pubblico e privato. Noi, io e i miei coetanei, quelli più vecchi di me, tutti abbiamo dovuto misurarci col comunismo, il fascismo, il capitalismo, la vita collettiva era tutta articolata attraverso queste cose. Questo voleva dire che quello che arrivava attraverso la vita culturale, aveva sì molto peso, ma era sempre in qualche modo "attaccato" all'impegno più grande che si aveva, che fosse religioso, politico, di qualsiasi tipo. Questo è completamente crollato. Quando vedo i giovani ho la sensazione di vedere una generazione barocca, cioè una generazione in cui c'è un improvviso vuoto, etico e morale, non ci sono grandi riflessioni o grandi progetti sulla realtà; un vuoto, nel quale hanno acquistato un grande peso, una grande importanza le mode e gli stili. Proprio come nel barocco, c'è una segmentazione della società che avviene attraverso gli stili; ad esempio il rap, i diversi tipi di rap, si identificano comportamenti e scelte senza poi riuscire a parlarne davvero, però diventano come delle specie di sette. Questa è la grande differenza. Boccalone era storicamente al riparo dalle mode, viveva in un mondo in cui la gente si sparava per strada, nessuno poteva prendere troppo sul serio gli amori, la musica che uno ascoltava ecc. La vita reale, la vita quotidiana poteva essere colta con un certo incanto, con una certa leggerezza.
E poi c'era meno solitudine...
Sì, perché questi gruppi collettivizzavano continuamente e invece quello che è successo ha portato a una grande solitudine, non solo i giovani, tutti siamo molto più soli, costretti a dire grandi cose sentendoci molto soli davanti a queste grandi cose.
Anche il suo stile narrativo ha avuto una evoluzione?
Rileggendo Boccalone, mi è sembrato scritto in un italiano semplice e classico. Ho sempre cercato di scrivere così, cerco di dire le cose con la maggiore semplicità possibile. I pensieri che oggi esprimo sono più complicati, a volte riuscire a dire certe cose è più difficile, devo fare una strada che è più dolorosa. Ad esempio l'incontro con Zdena. Se penso all'incontro con Anna in Boccalone, lui la vede in piazza, ci mette qualche giorno e poi le si avvicina e le parla. Qui invece Zdena appare nei primi tre capitoli, prima non si sa bene se è veramente lei, poi viene messa a fuoco piano piano, viene messa a fuoco attraverso la colpa, e alla fine viene trovata, ma non c'è l'illusione come in Boccalone, l'illusione di poter arrivare o attraverso l'amore, o attraverso un esito felice della storia, alla fine dei conflitti. Questa è la grande qualità della giovinezza: uno sente che sta un po' male, ma è sicuro che se fa qualcosa, lo star male finisce. Markus deve imparare che i conflitti non finiscono, che è questo il vero ambiente, che per certi aspetti noi siamo immersi nelle difficoltà.
Un altro elemento di differenza è la percezione della cultura da parte dei due protagonisti.
Markus ha otto anni, viene portato dall'oculista e gli vengono messi gli occhiali, e a quel punto diventa un "professore", e questa poi diventa una professione, e questa professione diventa una cosa che lo separa dagli altri. La vera attrazione che su di lui esercita l'editor del suo futuro libro è a tirar fuori Markus dal professor Markus, l'invito a liberarsi da tutto ciò che è accademico, da un certo impaccio che si accompagna a questa professione. E lui è molto tentato e vorrebbe crederle. Boccalone mi somiglia, in un certo senso, di più, è un letterato e cita poesie, Markus è uno storico ed è un po' diverso, si misura con una visione del mondo. Mentre con una citazione di Rimbaud, di Baudelaire, di Majakovskij, di una canzonetta si può giocare - e Boccalone lo fa di continuo gettandole per aria come la sua arancia - per chi vede il mondo in un certo modo, come uno storico, è più difficile spogliarsi di una visione del mondo, non si può scherzosamente dire "se non ci fosse più una concezione materialista della realtà"... Markus si pone a un certo punto questo problema, che cosa lui ha fatto con la storia, ma questa domanda non si articola in modo scherzoso: è il crollo che avviene dentro di lui. E lui comincia a sentire delle tentazioni metafisiche, inizia a pensare che il sé non sia solo determinato dalla storia, non sia solo rispondere alla materialità del mondo, non solo al presente, che ci siano cose che arrivano da più lontano.
Nel romanzo il rapporto d'amicizia è, in un certo senso, solo un rapporto immaginario...
Forse prima Markus aveva più amici, ma l'arrivo di Zdena, non accolta dall'ambiente accademico, aveva fatto sì che gli ultimi anni lui li passasse in modo piuttosto isolato, per restare con la moglie. L'amicizia per Laucius è più la speranza di un'amicizia che un'amicizia. Lui riesce alla fine a far spazio all'allegria, alla speranza, al buonumore, a questo volo di angeli. Non sa spiegarlo, non vuole dare una ricetta del mondo, anzi si rende conto che l'immaginazione, inevitabilmente e anche un po' pateticamente, è qualcosa con cui resistiamo a mille mali, però per questo non la scomunica, non la vede come una debolezza dell'io, anzi le fa posto, l'accoglie.

Il libro che viene analizzato nell'intervista è Le colpevoli ambiguità di Herbert Markus - pag.151, Lit. 24.000 - Edizioni Bompiani



30 aprile 1997