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Leonardo Padura Fuentes

Uno scrittore che incarna l’altra faccia di Cuba, quella che non viene presentata dai tour operator: cultura raffinata e molto vasta, spirito critico e un po’ malinconico, grande coscienza del proprio ruolo sociale e consapevolezza di trovarsi sempre in bilico tra successo e censura.

Quest’ultimo romanzo presenta una struttura narrativa molto più complessa dei precedenti. Perché questa esigenza?

Se avessi semplicemente scritto la vita di José María Heredia non sarei riuscito a comprendere nel romanzo tutte le problematiche che volevo trattare. Inoltre non volevo che venisse letto e fosse giudicato come un romanzo storico. Desideravo invece che fosse in continuo dialogo con l’oggi, con il presente. Così ho pensato al “manoscritto perduto” e la sua ricerca mi ha permesso di sfruttare meglio la storia e introdurre alcuni nuovi elementi, come ad esempio la massoneria cubana e di questa mettere in evidenza la concezione etica e il senso di fraternità.

La massoneria a Cuba ha attualmente importanza?

La massoneria esiste a Cuba dal XIX secolo ed è una istituzione molto forte. Per i primi trenta, trentacinque anni dalla Rivoluzione è stata piuttosto emarginata, ma oggi ha ripreso spazio e sa attrarre molto i giovani, in particolare giovani professionisti, medici, ingegneri, architetti…

Perché nel romanzo alterna il racconto in prima e in terza persona, e in particolare perché la parte relativa a Heredia è tutta in prima persona?

Semplicemente perché ho pensato che questa fosse l’unica modalità per presentare Heredia: solo raccontando la vicenda dalla sua prospettiva era verosimile narrare e far capire la sua profonda relazione con l’amore e con l’esilio.

L’esilio è un tema centrale in questo romanzo.

È un tema centrale non solo nel mio romanzo, ma anche nella storia della vita cubana. Nel descrivere la figura di Heredia, ho scelto colui che considero l’esiliato per eccellenza perché fu proprio l’esilio a determinare il suo destino. Per lo stesso motivo anche il personaggio che incarna il presente doveva essere un esiliato perché volevo che potesse specchiarsi in Heredia ed era necessario che avesse provato la stessa esperienza. Uno dei capitoli del romanzo che mi piace di più (quando mi è capitato di farne una lettura pubblica mi sono davvero commosso) è quello che parla di quando Fernando Terry, a Miami per incontrare il poeta Eugenio Florit, si accorge che Florit ha portato con sé un pezzo di Cuba e ricostruito il suo “habitat” in terra straniera, rivelando così che non si era mai davvero staccato dalla patria. Fernando si riconosce in quella esperienza e capisce che per allontanarsi da Cuba deve farlo prima di tutto dentro di sé, ma si rende conto che questo è impossibile per lui come per tutti gli altri esuli.

Fernando torna a L’Avana anche per capire chi lo ha tradito, Heredia scopre senza volerlo il suo traditore. Ecco un altro dei temi ricorrenti nel romanzo: il tradimento.

Parlo di tradimento, ma anche di amicizia e di fedeltà: credo che solo attraverso gli opposti si possa descrivere la complessità dell’uomo e a me interessa ciò che è complesso.

Nel suo precedente romanzo aveva al centro della storia la figura di Hemingway, in questo quella di Heredia: perché sceglie come personaggi degli scrittori?

Perché sono personalità interessanti: quando mi guardo allo specchio mi rendo conto di essere un individuo difficile, pieno di complessità. Gli scrittori idealizzano la vita e con altrettanta facilità la demitizzano e la rifiutano; sono moltissimi quelli che si sono suicidati e questo dimostra come il loro rapporto con la vita sia spesso drammatico. L’atto stesso dello scrivere è un piacere e nello stesso tempo una tortura. Inoltre il nostro lavoro ci spinge a parlare di ciò che meglio si conosce, e io facendo lo stesso mestiere dei miei personaggi, posso penetrare più a fondo nelle loro personalità.

È anche autore di gialli di successo, ma credo che l’uso del genere sia in realtà un pretesto.

Sì, è così, anche perché non mi interessa la soluzione quanto l’intreccio. Cerco se non risposte, almeno domande. Sinceramente non mi piacciono le persone che hanno tutte le risposte e io uso il giallo per porre delle domande: perché, ad esempio, ci sono persone che godono di grandi privilegi quando si dichiara che siamo tutti uguali? perché la verità può essere pericolosa se ci hanno detto che bisogna dire sempre la verità?
Il giallo in realtà è un gioco tra verità e menzogna e mi permette di muovermi in un mondo particolare e molto affascinante: quello che esiste a metà strada tra realtà e letteratura.

Di Grazia Casagrande




11 febbraio 2005