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Leonardo Padura Fuentes

Lo scrittore cubano è un giallista molto noto anche in Italia e il suo personaggio più amato dai lettori è il tenente Mario Conde che nel romanzo di cui si parlerà nell’intervista è alle prese con un autore culto: Ernest Hemingway

È noto il suo rapporto di amore odio nei confronti di Hemingway. Mi sembra però più forte l’amore dell’odio: è una sensazione giusta?

Credo di sì, credo che meriti più amore che odio anche perché in definitiva la cosa più importante che rimane di Hemingway è la sua opera, sono i suoi libri. Ogni romanzo è un canto all’umanità, a un miglioramento dell’uomo e alla sua capacità di lottare e di imporsi alle avversità. Inoltre come scrittore ha rivoluzionato il modo di scrivere del secolo Ventesimo, è stato maestro per quanto riguarda l’inglese letterario e ha introdotto nella letteratura universale la tecnica che definiva “capacità di suggerire”, ossia la cosiddetta “teoria dell’iceberg”. L’uomo Hemingway può provocare una certa avversione perché visse in un momento storico particolare, entrò in rapporto con persone generose che spesso contraccambiò in modo deplorevole eppure, facendo un bilancio finale, mettendo su un piatto della bilancia l’uomo e sull’altro i suoi libri, l’inclinazione sarà a favore dell’opera e sinceramente penso che per il lettore non sia tanto importante la persona quanto lo scrittore.
Facciamo un esempio significativo e molto noto in Italia: Ezra Pound. Sappiamo che professava il fascismo però è stato un grandissimo poeta, e nel leggerlo non pensiamo ai suoi deliri fascisteggianti quanto alla qualità della sua scrittura.

L’opera quindi supera lo scrittore?

Sì, sempre. Naturalmente se l’opera è grande.

La figura di Hemingway vecchio, sofferente e deluso dalla vita, è un’immagine che lei ha scelto di creare oppure ha un riscontro con la realtà di questo momento intimo e debole dello scrittore?

Io penso che l’Hemingway del periodo finale sicuramente assomigli di più a un individuo reale, a un uomo vero, molto più dell’altro, quello della giovinezza eroica, spettacolare, della partecipazione alle guerre, delle battute di caccia o di pesca, delle corride, quell’uomo che si circondava solo di persone famose. Penso invece che negli ultimi anni fu innanzi tutto uno scrittore proprio perché in quel periodo ebbe la consapevolezza della sua responsabilità letteraria, proprio perché attraversava una delle crisi più gravi della sua vita e non riusciva quasi più a scrivere: questo travaglio ce lo propone come un essere molto più umano, ci appare come un uomo infelice, come tutti noi possiamo essere in determinati periodi della vita.

La letteratura e l’attività di scrittore, vuol dire anche ricerca, in questo modo si combina bene con l’attività dell’investigatore. Lo scrittore è insomma anche un detective?

Penso di sì: la prima ricerca che deve compiere è nella propria anima. Proprio dal suo vissuto e dalle sue esperienze sorge la motivazione e il senso dello scrivere e anche la possibilità di capire le psicologie dei personaggi che crea. E non deve solo ricercare in se stesso, ma anche nelle persone che lo circondano, acquisendo così sempre maggiori capacità di comprensione. Poi ci sono altri campi e sfere da prendere in considerazione per avere la capacità di osservazione e di giudizio sulla realtà più immediata e più ampia. Ci sono libri, come Addio Hemingway, per i quali è stato necessario svolgere una ricerca sul protagonista e sulla sua vita per poter poi giungere a delle conclusioni, per comporre e montare una storia che fosse verosimile in base al personaggio reale o che da noi è creduto tale.

Questo romanzo è molto letterario ma è anche un romanzo della memoria perché c’è la ricostruzione di un particolare periodo storico. Che importanza hanno per l’uomo, ma anche per la letteratura, la testimonianza e la memoria?

Penso che siano fondamentali. In tutti i romanzi in cui compare, Conde insiste ripetutamente sulla memoria e sull’importanza di proteggerla, sul fatto che sia l’unica cosa che l’uomo può lasciare. In questo romanzo e nell’intero ciclo che lo vede protagonista si insite sulla necessità di testimoniare la vita a Cuba in questo periodo presente e nel passato più recente.
C’è un altro punto importante: la storia viene scritta da chi detiene il potere e chiaramente lo fa secondo i suoi interessi del momento. Quello che invece deve fare lo scrittore è saltare oltre le barriere, andare al di sopra degli interessi politici contingenti, anche perché possono cambiare poco dopo. Lo scrittore ha un’alta responsabilità per quanto riguarda la memoria, ha l’obbligo della verità e credo che sia ciò che cerco di perseguire soprattutto nell’ultimo romanzo perché credo che la realtà cubana abbia molto bisogno di testimonianze.

Appaiono in Addio Hemingway e nel racconto finale due volti di Cuba: uno luminoso dominato da sole, mare, luce e quello un po’ misterioso e oscuro della santeria. Come convivono queste due anime?

Penso che vadano perfettamente d’accordo. Forse non si dovrebbe usare la parola oscurità per definire la santeria perché penso che sia permeata da un senso pragmatico. Infatti se pensiamo a tutti i suoi riti (che non sono stregoneria), si accompagnano sempre con cibo e musica.
Tra l’altro è un tipo di religione in cui le persone cercano risposte e soluzioni immediate a problemi molto pratici di salute, d’amore, di giustizia, o cercano di conoscere il futuro per arginarne i pericoli. Tra l’altro generalmente questi riti si svolgono in un clima di grande allegria. Addirittura se si conoscono le storie degli Orichas [gli intermediari tra Dio e gli uomini, dedotti dai santi della religione cattolica, ndr], molto vicini alle divinità afro cubane, vediamo che assomigliano a persone vive che hanno amato e vissuto e questo si riflette anche nei credenti. Pertanto il calore e il colore di Cuba credo che si uniscano molto bene con quest’altro universo altrettanto pieno di colore e calore.

Il mare a cui vengono affidati i messaggi è un elemento che unisce Cuba o che la separa dal resto del mondo?

È un elemento che separa a tal punto che noi cubani ci sentiamo molto isolani. Devo però dire che Cuba ha, e ha avuto, una vocazione universale e per questo non possiamo considerarci “isola” in senso culturale. Infatti ci siamo nutriti di una cultura molto vasta, a sua volta proiettata verso una cultura addirittura mondiale. Tuttavia, a volte, la stessa situazione geografica determina un senso di isolamento e il mare viene percepito come una frontiera ostile che si oppone ai desideri e ai sogni di molti cubani. Tra l’altro negli ultimi quarant’anni il senso del mare come nemico si avverte in maniera molto forte perché esiste il dramma molto intenso dell’emigrazione soprattutto di quella diretta negli Stati Uniti. Quindi il mare viene spesso inteso come un nemico che impedisce quel “sogno di fuga” di molti cubani.
Probabilmente questo stato d’animo si riflette in maniera significativa nel primo verso della poesia di Virgilio Piñera, La isla en peso: La maldita circunstancia del agua por todas partes, quella maledetta circostanza di essere circondati dall’acqua…

Di Grazia Casagrande




29 luglio 2004