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Arto Paasilinna

Mito, fantasia e ironia caratterizzano la scrittura di questo autore finlandese, diventato (grazie alla pubblicazione dei suoi libri nelle edizioni Iperborea) famoso in Italia, vero scrittore di culto per molti lettori che proprio dai suoi libri hanno iniziato a conoscere il mondo fiabesco e sognante, lo stretto rapporto con la natura e il divino di un paese di boschi e misteri.

Come è la vita oggi in Finlandia rispetto alla sua giovinezza?
Nessuno pensa più a fare sacrifici nella vita quotidiana. Questo succede anche altrove e non solo in Finlandia. Con il mio ultimo romanzo ho voluto mettere in evidenza proprio questo problema concreto.

Ma gli uomini sono cambiati nel giro di una o due generazioni?

La gente che ha vissuto delle difficoltà o che ha subito degli abusi o che ha visto distruggere il lavoro di una vita, si è ribellata, ha protestato perché ha avuto la consapevolezza delle ingiustizie subite. I più giovani invece spesso sono passivi, perché non hanno dovuto conquistare nulla.

Che cosa significa per lei la vecchiaia che ha posto al centro del suo ultimo libro?

La vecchiaia soffre soprattutto di solitudine, ma può avere anche delle gioie profonde, comunque è costellata troppo spesso da rinunce e questo non è di certo gioioso. L'anno prossimo compirò sessant'anni e sento già i sintomi della vecchiaia in me stesso. Chiaramente ci sono anche delle gioie e devo imparare a scoprirle ogni giorno, ma c'è un pensiero che non piace: chi ha compiuto sessant'anni è condannato a morire al massimo dopo venti e sinceramente mi sembra troppo poco.

In tutti i suoi romanzi c'è sempre l'elemento del suicidio o della morte. Perché?

La morte ci accompagna un po' per tutta la vita, ne fa parte. Questa consapevolezza è la differenza che c'è tra un essere umano e un animale: l'uomo ha coscienza di morire e questo crea un costante clima di malinconia. Dipende comunque dall'età: da giovani si è meno consapevoli, lo si è di più con l'avanzare degli anni.

La natura, per i finlandesi, ha un rapporto molto intenso con l'uomo che da noi si è un po' perso. A lei che cosa ha dato il contatto con la natura incontaminata?

Naturalmente è molto importante per me, perché fin da piccolo sono stato un campagnolo. In generale per tutti i finlandesi la natura gioca un ruolo importante. Basti pensare che da noi ci sono quattrocentomila villette in riva al mare o in mezzo ai boschi in cui chi vive in città cerca di rifugiarsi appena possibile.
Quello che è cambiato è che la gente non è più così dipendente dalla natura come prima, a parte gli agricoltori. Le abitudini di vita sono cambiate perché oggi consideriamo la natura un luogo in cui andare in vacanza. La maggior parte della gente lavora in città e riceve il suo reddito da qui.

Quando e dove scrive? Quali sono le sue abitudini di lavoro?

Sono abbastanza disciplinato, quasi come un funzionario. Comincio alle dieci del mattino, dopo la colazione e dopo aver letto i giornali, e lavoro fino all'ora di pranzo, riuscendo a scrivere quattro o cinque pagine: così per cinque giorni alla settimana. Se per qualche motivo non riesco a tenere questo ritmo, la settimana seguente lavoro di più. I tempi devono essere questi, perché normalmente scrivo un romanzo all'anno. Comincio la stesura di un nuovo romanzo all'inizio di settembre e nell'arco dell'autunno cerco di avere una prima bozza, che consegno all'editore. La prima stesura rimane in casa editrice per circa un mese, in attesa di eventuali suggerimenti da parte dell'editore. Poi riprendo a scrivere in primavera, così all'inizio dell'estate sono libero di fare una vacanza di tre mesi.

Quali sono stati, se ne ha avuti, i suoi modelli letterari?

Non voglio nominare nessuno in particolare. Ci sono tantissimi autori finlandesi che mi hanno influenzato, ma prima di tutto la nostra epopea nazionale. Jaroslav Hasek mi piace moltissimo, ma non ne sono stato direttamente influenzato e forse sono stato anche attento a non lasciarmi influenzare.

Qual è tra i suoi libri quello che preferisce?

Prima di tutto non mi piace rileggere i miei lavori, cerco praticamente di dimenticarli. Però molti sono diventati film e quindi ho dovuto ripensare alle storie narrate per aiutare gli sceneggiatori. Tuttavia vorrei menzionare un romanzo che non è stato tradotto in italiano e in finlandese si intitola Che ci aiuti il cielo. Racconta come un uomo si trovi ad essere supplente di Dio.

In che modo il divino e l'umano entrano in relazione?

Parlo volentieri di questo argomento. Ho scritto effettivamente una trilogia, in cui si parlava della vita oltre la morte. Critico abbastanza aspramente la Chiesa evangelico-luterana finlandese, anche se non è mia intenzione offendere i sentimenti religiosi di nessuno. Apprezzo tanto la tradizione mitologica e le nostre antiche divinità.
È interessante notare che nella nostra mitologia non c'è ad esempio un dio della guerra, anche se questi dei lottano spesso tra di loro. È innato nell'uomo credere in qualcuno, credere in un Dio.

Qual è secondo lei il sentimento più importante: l'amore, l'amicizia, la lealtà? Qual è il sentimento che potrebbe rasserenare questo mondo?

Vivo con preoccupazione questa fase storica del mondo.
Sono veramente preoccupato del futuro ed è anche un filone concettuale che percorro nella mia produzione. Ci sono troppi problemi da risolvere. Si potrebbe semplicemente dire "ama il tuo prossimo come te stesso", ma purtroppo non funziona, perché la gente ama sempre di più se stessa che il prossimo. Si può quasi dire che l'uomo è una "bestia lottante" e lo fa anche in un modo intelligente. Secondo me la razza umana non cambierà mai; da questo punto di vista sono abbastanza pessimista.
Tuttavia se l'essere umano, come specie, dovesse sparire il mondo sfiorirebbe.

Di Grazia Casagrande




8 marzo 2002