Moni Ovadia
Perché no? Dal teatro alla letteratura

Abbiamo incontrato Moni Ovadia un tardo pomeriggio d'inverno, al Teatro verdi di Milano, mentre si apprestava a presentare al pubblico il suo libro "Perché no? L'ebreo corrosivo", uscito in libreria alla fine del 1996. Una figura carismatica e affascinante che ci fa entrare in quel "mondo di mezzo" tra letteratura e spettacolo, tra parola scritta e tradizione orale, che rappresenta uno dei "luoghi" più interessanti della nostra cultura.

Il 1996 è stato un anno speciale per lei, e il 1997 è iniziato altrettanto bene...
Sì. Ho replicato Ballata di fine Millennio al Piccolo Teatro di Milano per un paio di mesi, uno spettacolo che toccava argomenti molto delicati, ma che vedeva un "alleggerimento" dei temi con la presenza della musica e il supporto della struttura della "storiella" con cui mi sono ormai molto familiarizzato. Non uno spettacolo di quelli "corrivi" o "facilini", però... Del resto solo le canzoni erano in originale [yiddish n.d.r.], e il pubblico poteva leggere le traduzioni delle canzoni nel programma di sala. Dopo c'è stata la preparazione del nuovo spettacolo: "Kafka", nato da una "luciferina" provocazione di Roberto Andò e scritto con lui a quattro mani.
Perché Kafka nel suo nuovo spettacolo?
Da quando Kafka è comparso su questa terra e ha guardato il mondo e l'uomo, l'uomo e il mondo non sono più gli stessi. Anche dopo la shoa il mondo non è più uguale. Noi viviamo e vivremo per i prossimi anni e per i prossimi secoli con la shoa: è un punto di non ritorno.
La popolarità è arrivata ora, dopo molti anni di carriera.
Ho iniziato professionalmente con Leydi e la musica tradizionale a 17 anni, e si tratta ormai di 32-33 anni fa. La "svolta" è cominciata con Oilem Goilem, anche se già con Golem c'era stata una forte attenzione. Golem debuttò a Milano ai Filodrammatici, mentre il debutto nazionale era stato al PetruzzeIli, ahimè, un anno prima del disastro. Invece Oilem Goilem è stato al Pierlombardo, a Milano, e lì c'è stata la svolta vera.
Il suo è un pubblico prevalentemente ebraico?
Assolutamente credo che il pubblico ebraico non sia più del 5%. Del resto gli ebrei sono 35.000 in tutta Italia...
Che cosa attira i giovani non ebrei verso la cultura yiddish, di cui non conoscono nulla?
Io credo che la risposta, per farlo capire in modo chiaro a tutti, e fatte le debite differenze (non intendo fare paragoni) la dia molto bene Woody Allen. È un signore che ha fatto tutto "avvitandosi" intorno al suo ombelico di ebreo newyorkese, eppure tutti lo capiscono. È la virtù della cultura ebraica: particolarissima e universalissima. Poi c'è la grande consapevolezza di un credo, una cultura che ha subito un destino tragico che è un "punto di non ritorno" per tutta la cultura occidentale, quindi chi vuole fare i conti, giovane o meno giovane, sente che di lì deve passare. Io credo di avere trovato il modo meno "traumatico" per diffondere questa cultura, pur nel rigore (perché non ho fatto solo spettacoli umoristici). Credo anche che ci sia un elemento "salvifico" nel venire a vedere questa cultura; restando con lei si ha l'impressione che questa cultura viva ancora, possa vivere ancora.
Ma è così? E c'è ancora chi parla lo yiddish?
Sì. Ci sono tantissimi ultraortodossi che parlano la lingua yiddish. I potenziali locutori sono tre-quattro milioni. Sono i figli di tutti quelli che lo parlavano in casa. Oggi c'è una grande "renaissance" dello yiddish. Studi, nuove pubblicazioni, documenti, libri, dischi, interviste, corsi in tutte le università, anche in Italia. Perfino materiale televisivo, perché alcuni dei grandi comici che si sono trasferiti negli Stati Uniti o in Israele, in Argentina o in Canada e hanno fatto spettacoli in yiddish hanno poi realizzato cd, libri, videocassette, materiale di ogni specie. Io d'altro canto credo molto nel paradosso ebraico: se l'ebraico della Bibbia è diventato lingua nazionale dopo duemila anni - Tra l'altro per la prima volta perché l'ebraico non è stato mai parlato come lingua quotidiana, si parlava l'aramaico nell'Israele biblica - perché lo yiddish non dovrebbe ritornarsi a parlare e non dovrebbero magari parlarlo tra cento anni due o cinque o sette milioni di persone?
Ma i riferimenti a questa cultura, li capiscono i non ebrei?
Ci sono vari livelli a cui la gente capisce. C'è chi si emoziona anche se non capisce tutto, c'è chi invece coglie delle cose anche inedite, a cui noi non pensavamo. Io credo che il teatro debba essere una cosa aperta in cui ognuno ha un suo livello di lettura, e spero molto che il pubblico mi segua come ora, perché ciò significa che tutte le chiacchiere che si fanno su cosa piace alla gente sono false. Io ho da offrire al pubblico, che è il mio datore di lavoro, l'onestà dei miei intenti e anche la radicalità delle mie posizioni. Io credo che il miglior servizio che si possa fare al pubblico è di non essere corrivi nei suoi confronti.
Parlando del libro, è il primo che pubblica?
Sì. Risale a un piccolo spettacolino "a due" che ho fatto nell'aprile del 1996. Il primo embrione è quindi nato a Venezia l'anno scorso. Io comincio così. Era una specie di conferenza-spettacolo con canzoni, storie e farneticazioni che poi alla fine si è pensato di pubblicare. La parola libro ancora non mi convince. Questo è il copione dello spettacolo, pulito, riadattato, messo in bella maniera, perché io faccio un sacco di svarioni quando parlo "libero", ma è tutto lì.
E il rapporto tra parola scritta e parola orale?
Io sono un uomo molto "della parola orale", trovo che il libro l'abbiamo già. Il passaggio è molto difficile, perché per me il libro è una "cosa seria", e non mi sono mai trovato all'altezza di scrivere. L'esperienza però è affascinante... Vedremo. So il limite di questo librino a cui riconosco una virtù (l'unica che io gli riconosco) quella di trattare l'umorismo ebraico per la prima volta non in modo elencatorio. In Italia ci sono questi testi elencatori, che sono solo traduzioni e che non trovo siano interessanti.
La struttura è quella della storiella...
Ho cercato, entrando nella tradizione dei grandi autori americani, in particolare Leo Rosten o anche il rabbino Joseph Teluskin, per esempio, di inserire l'umorismo nel "commentario". Questa in fondo non è una mia idea. Diciamo che io gli ho conferito una mia "cifra" perché ho un modo di pensare le storielle e anche un modo di "forzare" con un po' di arbitrio certe tradizioni.
Le storielle sono quelle tradizionali che io elaboro e modifico.
Ha modificato in qualche modo il lavoro pensando di rivolgersi a un lettore e non allo spettatore?
Io credo che in fondo questo libro non è stato pensato "a priori" come una lettura autonoma, ma se c'è un pubblico che conosce Moni Ovadia, un po' per le repliche televisive di Oilem Goilem (dove sono arrivato a toccare un numero di persone che mai avrei potuto toccare teatralmente), un po' per gli spettacoli teatrali, in questo librino può ritrovare quegli umori, quei sapori... Poi il librino ha funzionato secondo me anche molto perché è "perfetto per regalare". So che molti ne comprano più copie (forse perché costa poco)... Mi hanno anche raccontato una cosa molto tenera, perché pare ci sia qualcuno che le trentamila lire, le quarantamila lire per lo spettacolo non le ha e si è comprato il librino.
Un'esperienza da rifare?
Vedrò. Per il testo di uno spettacolo, c'era già stato in questo senso un certo interesse, un interesse molto autorevole, direi impressionante per me, ma non lo so... Io vorrei prendermi più tempo per fare un lavoro più approfondito, facendo base sempre all'umorismo ebraico, miniera inesauribile di riflessioni e di pensiero. Ho scoperto un gigantesco archivio di libri yiddish sull'argomento umoristico, vorrei documentarmi per dare più corpo e respiro al lavoro.
E il prossimo lavoro teatrale?
Sarà sulla madre. Ho anche un titolo provvisorio Mutter Dammer, il Crepuscolo della Madre.

Nell'intervista viene citato il libro Perché no? L'ebreo corrosivo, Edizioni Bompiani 1996



21 marzo 1997