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Joseph O'Connor

Nel 1847 una disastrosa malattia delle patate condannò alla fame gran parte degli irlandesi, trasformandoli in un popolo d'emigranti. Ambientare un romanzo in quel tragico periodo che segnò una svolta nella storia del suo paese ha significato per Joseph O' Connor immergersi in approfonditi studi e ricerche senza però rinunciare a trascinare il lettore in intrighi appassionanti, animati da personaggi di straordinaria umanità, che si trovano a condividere un'angosciosa traversata atlantica sulla nave "Stella del mare", che dà il titolo a questa poderosa prova d'autore.
Invitato per la seconda volta al Festivaletteratura di Mantova, dopo il successo riscosso quattro anni fa con "Il rappresentante", il quarantenne dublinese O'Connor è uno degli scrittori irlandesi più sensibili alla magia delle parole, sulla scia di Joyce, e utilizza il linguaggio quasi come un personaggio: in "Stella del mare", la cui la storia è costruita come un reportage dell'epoca, di un giornalista americano che rientra in patria dopo essersi documentato sugli orrori della carestia irlandese, O'Connor crea uno stile dalle suggestioni dickensiane che trasporta il lettore in un'atmosfera vittoriana.



Secondo lei oggi, per proporre una storia in cui l'ambientazione sia accurata, la trama complessa e avvincente e i personaggi approfonditi, è necessario ritornare ai codici ottocenteschi della stagione d'oro del romanzo?
In effetti è un problema che mi sono posto, quando ho deciso di dedicare un romanzo a uno sconvolgimento di proporzioni epiche come la grande carestia irlandese e la conseguente emigrazione di massa. E' un argomento mai trattato in un romanzo: sentivo di aver bisogno di un linguaggio solenne - anche se percorso da guizzi di ironia- che oggi non è più concesso. Così ho rievocato la stile dei grandi autori dell'800 che più amo, come le sorelle Bronte o Dickens, che erano dei grandi innovatori della scrittura, convinti del potere evocativo delle parole.

La struttura è simile alla tragedia greca: c'è il coro, rappresentato dagli emigranti che si ammassano nella terza classe della nave, i due antagonisti, cioè l'aristocratico incolpato di aver gettato sul lastrico i contadini e l'avanzo di galera designato ad ucciderlo, e non manca una figura femminile fatale, che ha preso il cuore dei due avversari; a fare da narratore è il giornalista, che è anche coinvolto personalmente nel groviglio delle relazioni pericolose. Qual è l'aspetto preponderante: quello corale, di denuncia sociale, o quello dei destini individuali che s'incrociano sulla scacchiera dei sentimenti?

Per attirare e mantenere l'attenzione dei lettori sull'atrocità di un fenomeno che ha avuto un impatto notevole su tutta la storia del '900 (perché la massiccia emigrazione irlandese ha anche influito sullo sviluppo degli Stati Uniti) era necessario costruire una forma narrativa ricca di suspence e personaggi non stereotipati, ma complessi e sfaccettati. Per ottenere il forte impatto emotivo che mi proponevo erano necessari sia l'aspetto corale che quello individuale. Volevo riportare alla memoria quella tragedia del passato per stimolare anche una riflessione sull'attualità.

L'aggancio all'attualità va individuato nel fenomeno dell'emigrazione?

Anche se apparentemente la società sembra cambiata, nel mondo è ancora troppo diffusa la mentalità di svilire interi gruppi umani giudicandoli inferiori, senza valore. Oggi come allora in molte parti del mondo si muore di fame, mentre pochi privilegiati voltano la testa. Gli Stati Uniti erano visti dagli emigranti irlandesi come una terra di libertà, la speranza di una nuova vita, ma oggi non incarnano più quei valori, anzi sono stigmatizzati come simbolo di quell'ingiustizia globale che alimenta rivendicazioni anche violente, di tipo terroristico. Penso che questo stato di cose debba cambiare, altrimenti il mondo esploderà.

Sua sorella è la celebre cantante Sinead O' Connor: un caso o un destino, due artisti in famiglia?

A dire la verità siamo in tre, perché c'è anche una sorella pittrice. L'amore per l'arte è stato stimolato dai nostri genitori, che ci portavano a teatro, ai concerti, alle mostre. Però litigavano anche molto, e questo ha indotto noi figli a rifugiarci nell'immaginazione per sfuggire alle tensioni domestiche. Nel mondo dell'arte ciascuno di noi ha espresso il suo desiderio di armonia, di amore.

Di Daniela Pizzagalli




5 settembre 2003