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Intervista a Gabriele Nissim
Uno studioso appassionato, un ricercatore di verità dimenticate

Gabriele Nissim ci parla di Dimitar Peshev, l'Uomo che fermò Hitler, "un Giusto del nostro secolo".


Da cosa è nata la sua ricerca su questo "eroe sconosciuto" e sulla sua straordinaria impresa?
M i sono sempre occupato del totalitarismo, soprattutto di quello comunista e avevo già scritto un libro intitolato Ebrei invisibili, in cui affrontavo quella che era stata la sorte degli ebrei, dopo l'Olocausto, nei paesi dell'Europa orientale. Lavorando a quel libro mi imbattei nella figura di Peshev, quando un bulgaro mi disse che la vicenda del salvataggio degli ebrei era stata fino a quel momento strumentalizzata e che se lui era salvo lo doveva solo a Dimitar Peshev. Mi incuriosii e quando un mio caro amico dovette recarsi a Sofia colsi l'occasione e lo incaricai di cercare qualche parente di Peshev a cui chiedere informazioni più precise. Fui piuttosto fortunato perché rintracciò, grazie solo all'elenco telefonico, alcuni nipoti che tenevano ancora nascoste in casa (il crollo del regime in Bulgaria avvenne in realtà solo nel 1997) quelle che erano le memorie di Peshev, quaderni scritti a mano nei quali si raccontavano le vicende di quel periodo. Su queste basi ho cominciato a lavorare e ho poi cercato materiali negli archivi del Ministero degli Interni, pur con grandi difficoltà. Molte informazioni le ho poi paradossalmente tratte proprio dai verbali del processo che i comunisti gli intentarono. Nel 1944 infatti Peshev e altri deputati subirono uno dei processi più terribili dell'est europeo. Tre quarti dei deputati furono condannati a morte e lui si salvò solo per miracolo.
Come è proseguita la sua indagine?
H o cercato poi tutti i discorsi da lui tenuti in Parlamento (fu vicepresidente del Parlamento e Ministro della Giustizia), e con l'aiuto di una giovane storica bulgara ho setacciato tutti gli archivi cercando testimonianze. C'è stata poi un'altra parte del lavoro avvenuta attraverso la ricerca di persone che lo avevano conosciuto. Peshev è morto nel 1973 e attraverso inserzioni sui giornali abbiamo trovato gente anziana che lo aveva conosciuto e ci ha fornito molte informazioni sulla sua vita; poi ho contattato alcuni suoi vecchi amici, anche in Israele, e infine, attraverso Internet, ho rintracciato a Washington, quasi per caso, il figlio dell'avvocato che aveva difeso Peshev davanti alla Corte comunista. Mi sono subito precipitato a Washington per incontrare quell'uomo, che non solo mi ha fatto avere documenti di suo padre relativi al processo, ma mi ha anche riferito la propria testimonianza, dal momento che aveva seguito personalmente la vicenda, malgrado allora avesse solo diciassette anni.
È stata quindi una scoperta sempre più interessante, man mano che otteneva informazioni. È questo che l'ha tanto appassionata?
S ono un grande ammiratore di Hannah Arendt, che nel suo libro La banalità del male si era posta questo interrogativo, esaminando la figura di Eichmann: sono in grado di pensare autonomamente quelle persone che vivono all'interno di un regime dove le regole sono cambiate, dove i principi sono cambiati, dove il delitto diventa la regola? L'amore che ho avuto per Peshev deriva dal fatto che la sua figura si sposava benissimo con questa problematica. Non è stato un uomo che ha deciso di agire perché fin dall'inizio aveva capito come andava la storia, come andava il mondo: no, negli anni Trenta era stato fra coloro che avevano creduto nella Germania nazista, aveva creduto in Hitler. Aveva creduto che la Germania nazista avrebbe potuto dare alla Bulgaria soddisfazioni per le sue rivendicazioni territoriali e pensava che dalla Germania sarebbe nato un nuovo ordine in Europa, che avrebbe aiutato le piccole nazioni ingiustamente dimenticate dagli occidentali. Era uno che aveva seguito quest'onda, aveva dichiarato in Parlamento che Hitler era il più grande dirigente della nostra epoca.
Non aveva nemmeno contrastato le leggi razziali...
A ddirittura, pur avendo stretti rapporti con ebrei, aveva pensato che queste leggi fossero ben poca cosa. Pensava che fossero una sorta di tributo formale che era dovuto alla Germania, in modo che poi potesse aiutare la Bulgaria per le rivendicazioni territoriali. Lo scrive nelle sue memorie, dice che pensava fosse tutto una farsa.
Quando capisce che la faccenda è estremamente seria?
Q uando il tempo passa e i tedeschi fanno delle sollecitazioni per la consegna degli ebrei Peshev, sollecitato da un amico di famiglia, comincerà a riflettere e seguirà una sorta di percorso tipicamente arendtiano: prima agirà per un istinto di coscienza e per la richiesta di aiuto ricevuta dall'amico, poi inizierà a ragionare. Allora, da privato che aiuta un amico, diventa personaggio politico: si precipita al Ministero degli Interni con una delegazione di parlamentari e dichiara che, se la deportazione prevista per il giorno dopo non sarà bloccata, farà scoppiare uno scandalo politico. Non si fermerà lì, ma scriverà un documento che farà firmare a quarantadue deputati della maggioranza (una maggioranza filotedesca) in cui si afferma che se la Bulgaria avesse accettato questo crimine si sarebbe macchiata di fronte alla Storia nei secoli a venire. È un uomo di governo che usa il suo potere e svolge un'azione politica fondamentale. Se facciamo un raffronto con altri paesi satelliti della Germania, compresa l'Italia, Peshev è stato l'unico uomo politico di un governo filotedesco a dire di no.
La presa di coscienza nasce da un evento privato. La volontà di salvare un amico...
C' è una sorta di attivazione della coscienza in un momento in cui tutti, dal re ai ministri, ai principali personaggi politici, occultavano quei misfatti. Tutti vivevano una sorta di crisi di coscienza per quello che avveniva, ma trovavano varie forme, che nel libro definisco "di depistaggio morale della coscienza" per non pensare. In Bulgaria queste leggi c'erano, ma non erano applicate: si pensava di poter restare in buoni rapporti con la Germania e al tempo stesso di poter difendere gli ebrei, c'era questo clima. L'episodio determinante invece crea una autentica crisi di coscienza e provoca il movimento.
Oggi, attraverso il suo sito Internet sta provocando una mobilitazione collettiva a favore di Peshev.
Q uesto sito Internet è una sorta di monumento virtuale a Peshev ed è stato pensato in modo che, da tutto il mondo, migliaia e migliaia di persone possano dare il loro nome per ricordare questa figura. Una sorta di omaggio che sta avendo degli esiti clamorosi. Da questa campagna sono infatti nati tre eventi internazionali: sarà ricordato nel Parlamento italiano il 16 ottobre da Luciano Violante, Nando dalla Chiesa, Furio Colombo, alla presenza del vicepresidente del Parlamento bulgaro; proprio al Parlamento bulgaro si terrà una sessione straordinaria, in occasione della quale sono stato invitato a presentare la figura di Peshev; il Parlamento infine europeo ha deciso di indire una giornata, il 17 novembre, in ricordo di questo personaggio.
Ho raccolto anche tante adesioni dal mondo della cultura, dal mondo della politica e sia il libro che il sito Internet mi hanno permesso di riabilitare un uomo, "un Giusto del nostro secolo".
Il libro di cui parla nell'intervista è L'uomo che fermò Hitler delle edizioni Mondadori.

Intervista a cura di Grazia Casagrande




9 ottobre 1998