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Audrey Niffenegger

L’amore tra Henry e Clare è di quelli che durano un’intera vita, anzi di più, perché lui soffre di una strana crono-alterazione genetica per cui spesso viene catapultato nel suo passato o nel suo futuro, conoscendo così Clare bambina e preannunciandole il loro matrimonio, e anche dopo morto tornerà a vederla, vecchia, finalmente in procinto di raggiungerlo al di là del tempo. La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo è un romanzo rivelazione che ha già venduto un milione di copie in America grazie al passa-parola dei lettori: è l’opera prima di un’artista visiva quarantenne, Audrey Niffenegger, che si è vista travolgere la vita dal repentino successo, ha preso un anno sabbatico dalla scuola d’arte di Chicago dove insegnava e ora va in giro a promuovere il libro in tutto il mondo.
L’infallibile seduzione di questo romanzo si sprigiona dalla fusione di due abilità apparentemente antitetiche: la prima è un’immaginazione originalissima, con la quale l’autrice ha ideato il personaggio del viaggiatore nel tempo, straordinario ma anche familiare a tutti noi perchè realizza fisicamente, in un certo senso, quello che ciascuno fa mentalmente rivisitando con la memoria il passato oppure vagheggiando il futuro; la seconda è una meticolosa precisione, che le consente di tenere sempre sotto controllo l’imprevedibile rete delle “visite” di Henry.


Non si ha mai la sensazione di leggere un romanzo fantascientifico o new age, anzi lei riesce a costruire una storia realistica: è particolarmente godibile proprio la verosimiglianza delle reazioni psicologiche delle due voci narranti, Henry e Clare, e dell’evoluzione del loro rapporto in un contesto quanto mai surreale. Come ha concepito l’idea del romanzo?

Non so nemmeno io come ho concepito l’idea del romanzo. Posso dire che, essendo io una persona “visiva”, ho improvvisamente visualizzato quella che è l’ultima scena del romanzo, cioè una vecchia signora che beve il the, osservata dal marito morto molti anni prima, che l’aspetta. Questa strana coppia mi è stata ispirata dai miei nonni materni: il nonno è morto a 43 anni, come Henry, e la nonna, che lo adorava, non si è mai risposata. Quando ho deciso di sviluppare questa immagine iniziale raccontando le visite periodiche del marito come in una serie di esistenze parallele, mi sono messa a scrivere le scene singolarmente, in una sorta di gioco di costruzioni a mattoncini: ogni scena un mattoncino, divertendomi immensamente a metterle insieme. È stato un lavoro lungo, durato più di quattro anni, ma è stato anche un bellissimo gioco, era la mia vita segreta. Di giorno lavoravo, di notte e nel week end scrivevo. Ho messo un po’ di me in ogni personaggio.

Clare ha come lei lunghi capelli rossi, ed è un’artista visiva…

A dire la verità i capelli li ho tinti di rosso dopo aver scritto il libro! Il mio carattere in realtà è più simile a quello di Ingrid, la ragazza piantata da Henry quando lui incontra finalmente Clare, ventenne, nella vita reale. Ingrid è la personificazione della frustrazione, proprio com’ero io mentre scrivevo il romanzo, perché stavo vivendo una storia d’amore infelicissima. La scrittura è stata veramente terapeutica per me, infatti quasi senza accorgermene ho cambiato atteggiamento, ho chiuso quel rapporto disturbato e tre giorni dopo aver messo la parola fine al romanzo, sono uscita per la prima volta con quello che adesso è il mio attuale compagno.

Non sembra casuale che Henry nel romanzo faccia il bibliotecario, così come non sono casuali le fittissime citazioni letterarie. Potrebbe essere un’indicazione sul significato metaforico del romanzo, cioè che attraverso la lettura tutti noi possiamo viaggiare nel tempo e visitare mondi alternativi?

È esattamente questo. Io sono una lettrice vorace, adoro immergermi nella lettura per il suo potere di allargare i nostri orizzonti, e attraverso il mio romanzo ho voluto in qualche modo comunicarlo.

Di Daniela Pizzagalli




7 ottobre 2005