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Anita Nair

Danza, canto, recitazione e letteratura s’intrecciano negli spettacoli classici indiani, che riproponendo i grandi poemi tradizionali perpetuano l’identità nazionale e nello stesso tempo riescono a commuovere gli spettatori di oggi con l’immutabile gioco delle passioni umane. “Nella danza, come nella vita, non ci servono più di nove modi di esprimerci. Sono i ‘navarasa’, li puoi definire i nove volti del cuore: amore, scherno, dolore, ira, coraggio, paura, disgusto, meraviglia, pace.” L’alternarsi di questi stati d’animo scandisce il cammino dell’esistenza umana e anche le scene degli spettacoli classici indiani, in cui i danzatori con l’espressività del viso devono comunicare la passione che li domina in quel momento. Lo stesso percorso struttura Padrona e amante il romanzo appena uscito di Anita Nair e imperniato su un danzatore professionista che in una lunga intervista a un giornalista occidentale comunica i segreti della sua arte e ripercorre la sua vita.
Anita Nair, arrivata in Italia da Bangalore per la presentazione del libro, è molto nota anche da noi per il best seller Cuccette per signora, il romanzo che le ha dato una fama internazionale, con un intreccio di storie femminili raccontate dalle diversi occupanti di un vagone letto. Anche in Padrona e amante, nonostante il filo conduttore sia costituito dai racconti dell’anziano danzatore Koman, è la protagonista femminile Radha, nipote del narratore, a interpretare il ruolo principale di un triangolo amoroso che assume i connotati di una metafora: rappresenta la donna in conflitto tra dovere e passione, tra tradizione e progresso.


Potremmo dire che Radha è il simbolo della donna indiana di oggi?

Esattamente. Per questo ho strutturato il romanzo scandendone le diverse fasi contemporaneamente al racconto di uno spettacolo classico. Nella nostra letteratura antica la donna è idealizzata, possiede tutte le virtù, e questo è il modello da sempre proposto nell’educazione femminile, al quale le donne devono tendere. Ma la realtà è diversa, e nei miei romanzi metto in evidenza le difficoltà della vita femminile, cercando di mostrare che si può costruire se stessi anche attraverso errori e difetti.

Allargando la metafora, si potrebbe applicare questo conflitto tra modernità e tradizione anche all’India di oggi, che attraversa un momento molto importante della sua storia, proiettata sul palcoscenico mondiale dall’esplosione tecnologica ma ancora legata a usanze e riti ancestrali che ne impediscono lo sviluppo.

È vero, è un aspetto sul quale tutti gli indiani riflettono, ma non è facile mantenere l’equilibrio tra queste due forze opposte. La modernizzazione a tutti i costi mette a rischio l’identità nazionale, che insieme alla libertà è il patrimonio più importante di un popolo. Si potrà rinunciare ad alcuni aspetti non fondamentali, si potranno colmare lacune, ma non cederemo sugli aspetti fondanti nella nostra cultura.

Ci faccia qualche esempio

Vorrei farne due. Come forse sapete, hanno sede in India i call center internazionali che chiamate quando smarrite la carta di credito. Poiché le chiamate arrivano da tutto il mondo, i centralini sono aperti ventiquattr’ore, però da noi non esistono trasporti pubblici notturni, e questo procura un grande disagio ai lavoratori del turno di notte.

Il progresso non è sempre positivo, insomma.

In questo caso il progresso tecnologico è stato troppo veloce rispetto alle infrastrutture, e bisognerà al più presto mettersi in pari. Ma veniamo a un esempio di segno diverso: non chiedeteci di togliere dal traffico cittadino le mucche sacre! Non soltanto è un’espressione di devozione per la natura che caratterizza la nostra identità e la nostra cultura, ma può anche avere la funzione di riportare a un ritmo di vita più pacifico e tranquillo, dove non bisogna avere sempre fretta di arrivare!

Di Daniela Pizzagalli




31 marzo 2006