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Intervista a Giulio Mozzi
Un poeta narratore

"Avevo alcune cose da dire, in prosa non riuscivo a dirle, ho provato a dirle in versi: e mi è sembrato riuscire". Così parla Giulio Mozzi del suo ultimo libro, un poema estremo. Ma nell'intervista troverete molto altro: la voce schietta, coraggiosa, talvolta anche polemica, di un autore che non ama generalizzazioni e che non ha paura di tentare nuove strade.


Come è nata e come si è sviluppata la coraggiosa idea di realizzare un poema contemporaneo, in un tempo in cui la poesia è dimenticata, quasi ignorata dai più?
C' è un libro di poesie di Nelo Risi, degli anni Settanta, che s'intitola Di alcune cose che dette in versi suonano meglio che in prosa. Parafrasando, direi così: ci sono cose che in versi possono essere dette meglio che in prosa (vale anche il contrario). Avevo alcune cose da dire, in prosa non riuscivo a dirle, ho provato a dirle in versi: e mi è sembrato riuscire. Dal mio punto di vista, non è questione di coraggio, ma di opportunità. La lingua è uno strumento che può essere usato in vari modi: dipende che cosa si vuol fare.
Tra parentesi: non mi sembra che le scritture in versi abbiano complessivamente meno fortuna delle scritture in prosa. Tra i long-seller ci sono molti libri in versi (certo Ungaretti, Lee Masters, Gibran, Pavese, i beat considerati tutti insieme...). Le canzonette sono in versi, e questo non sembra nuocere al loro successo...

Anche il tema della morte è difficile da affrontare in una società che evita di analizzarla, di capirla, a volte persino di nominarla...

C ome persona destinata a morire, mi sento coinvolto dalla faccenda e mi sembra naturale farci un pensierino. Oltretutto mi dà sui nervi che se ne parli così poco, mi danno sui nervi perfino gli eufemismi con cui si evita di nominare la morte o certe malattie mortali. Tra l'altro, se l'Italia è ancora una nazione cattolica - e credo che lo sia -, trovo ridicolo tutto questo eludere il discorso sulla morte. Parlare della morte è automaticamente parlare dell'aldilà. Quindi: un po' l'irritazione, un po' la voglia di ricordare alcune persone che sono morte, un po' il desiderio di immaginare qualcosa su questo famoso passaggio all'aldilà - visto che nessuno è mai tornato indietro a raccontarci, e che l'immaginazione ci dà l'unica conoscenza che ne abbiamo -: ecco i miei moventi.

Aldo Nove parla di lei come "un poeta-narratore distaccato, ironico e brutale". Si riconosce in questa definizione?

I n questo libro credo che agisca effettivamente un narratore distaccato, ironico e brutale. In libri precedenti non era così, in quello cui sto lavorando ora non è così. Ogni libro ha il suo narratore. Naturalmente questo narratore l'ho fatto io, e così pure gli altri: ma questo è un altro paio di maniche.

Lei ha insegnato scrittura creativa (realizzando anche un manuale). In cosa questa esperienza è stata "arricchente"? Si può davvero insegnare a scrivere in modo creativo?

P untualizzo: non ho scritto un "manuale" bensì, insieme a Stefano Brugnolo, un "ricettario" (Ricettario di scrittura creativa, nuova edizione riveduta e aumentata in volume unico, Zanichelli 2000). Un "ricettario" è una raccolta di esempi, ordinata per tipologie: al contrario del "manuale" non dice "come si deve fare" ma "che cosa si può fare". E' diverso.
Insegnare scrittura è il mio mestiere, e non lo farei se non credessi di poter insegnare ciò che insegno: non sono mica un truffatore. In Occidente si insegna a scrivere da circa duemilatrecento anni, e cioè da quando nacquero le prime scuole di retorica. Trovo curioso che continuamente oggi ci si domandi se "si può insegnare a scrivere". Sì, si può. Lo si è sempre fatto. A me è stato insegnato. Certo: tra "saper scrivere bene e inventivamente" e "essere uno scrittore" c'è una differenza. Scrivere bene e inventivamente è utile nella vita, nel lavoro, nelle relazioni sociali; così come è utile saper fare delle buone fotografie, saper disegnare, saper improvvisare sulla fisarmonica.

Dopo un periodo in cui i nuovi autori italiani sembravano riconoscersi in un filone comune (definito per semplicità pulp, ma comunque segnato da alcuni temi dominanti), ora sembra essersi un po' smarrita l'identità collettiva. Quali sono le strade che secondo lei percorrerà la narrativa contemporanea in Italia nei prossimi anni?

N on mi risulta che ci sia stato un periodo in cui i nuovi autori italiani sembravano riconoscersi in un filone comune, definito per semplicità pulp. Mi risulta che alcuni nuovi autori italiani siano stati definiti pulp. Sicuramente, per un certo tempo, chi leggesse le cosiddette pagine culturali dei giornali, poteva pensare che in Italia si producesse solo narrativa pulp. Ma bastava andare in libreria e guardare i libri effettivamente pubblicati, per vedere che non era così. Quanto alle strade che percorrerà la narrativa in Italia nei prossimi anni: mi dispiace, ma non sono Maga Magò e non prevedo il futuro. So che cosa sto facendo io, ora; e più in là non mi spingo.




Di Giulia Mozzato




23 giugno 2000