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Marta Morazzoni
Il caso Courrier: un romanzo scritto per divertimento

Non potevamo non chiedere alla neo-vincitrice del Premio Campiello cosa ne pensasse dei premi letterari e la sua risposta è stata molto interessante. Come interessante è il suo rapporto con la scrittura, la lettura e l'insegnamento, una professione svolta con passione.

Parliamo subito della vittoria al Premio Campiello. Cosa vuol dire vincere un premio così importante?
In primo luogo una grossa sorpresa, perché non me lo aspettavo, poi ovviamente una soddisfazione, legata al fatto che forse per la prima volta in vita mia non sono dei critici a darmi un riconoscimento ma è gente che ha letto normalmente il mio romanzo. E questo in fondo mi ha dato la sensazione di essere più capita, magari a un livello più largo di quanto non mi sia capitato in situazioni precedenti. E poi è come vincere una competizione, una gara. C'è il gusto di essere arrivati primi, questo sicuramente.
Il caso Courrier in particolare è un romanzo molto introspettivo, di ricerca anche psicologica. Pensava che sarebbe stato capito in questo modo?
N on lo so. Pensavo che essendomi divertita io nello scriverlo e avendo magari lavorato meno di raziocinio (come è successo invece nel penultimo romanzo), essendomi lasciata più andare al gusto del racconto, forse questo potesse avere stadi di lettura differenziati. In fondo poteva anche essere letto per la sua trama. E in fondo poteva anche essere qualcosa di più curioso rispetto alle mie trame precedenti. Poi fino a che punto questa comunicabilità gli competesse non lo sapevo. A me non era mai capitato di divertirmi davvero scrivendo e di divertirmi immaginando. Quindi ho pensato che qualcosa avrei anche potuto "passare" di questo gusto.
Attorno ai premi letterari sono rinate molte polemiche, polemiche antiche, ma forse particolarmente pubblicizzate dalla stampa quest'anno. Qual è la sua opinione in proposito?
In origine ero abbastanza contraria ai premi letterari, intendo dieci-undici anni fa, pur avendo esordito subito partecipando allo Strega. Si trattava però di una scelta del mio editore a cui mi sono assoggettata, anche perché non sapevo nemmeno che posizione prendere. Poi col passare del tempo mi sono resa conto che il premio letterario va preso per quello che è. In certi casi è un riconoscimento critico che ha anche un valore di incoraggiamento, che ha un significato positivo e propositivo. In tanti altri casi è un maneggio editoriale, in tantissimi altri casi è un discorso pubblicitario. Ha tante sfumature, ma sostanzialmente credo non dica la verità sul valore della letteratura contemporanea, cioè non sta dicendo che il mio romanzo è il più bello perché ho vinto il Campiello, non è assolutamente vero, è quello che è capitato nella rosa e mi è andata bene così. Non c'è una forte credibilità letteraria in questo, anche perché la credibilità letteraria richiederebbe ben altro tempo per essere detta come ultima parola. Secondo me vanno presi, per chi ci vuole partecipare, con una buona dose di ironia. In questi termini è anche una situazione divertente.
Quasi un gioco...
Assolutamente. Poi che si vinca o che si perda si diventa più ricchi o meno ricchi. Forse è quella la posta più alta.
Parliamo meglio del suo romanzo. Perché è ambientato in Francia?
Perché si tratta di una regione della Francia, specificamente, che conosco bene e che mi piace molto. Poi l'ambientazione era anche dettata dalla fisionomia del personaggio. Mi sembrava giusto come francese inizio secolo. Niente di più.
Ho letto sull'intervista di Ranieri Polese del Corriere della Sera [15-09-1997] che il suo personaggio è nato da una ispirazione...
Da un gioco direi.
Da un gioco di un gruppo di amici?
Sì, ma magari adesso non insisto più perché non vorrei avere messo in luce troppo questa cosa, anche per motivi di discrezione nei confronti del mio amico che è stato coinvolto... Teniamola in sordina.
I personaggi femminili sono, a mio parere, tratteggiati con un aspetto più negativo: la pettegola, la persona meschina. Si tratta di una scelta o il romanzo richiedeva personaggi femminili minori?
Quando scrivo non faccio delle scelte aprioristiche di carattere. Nascono in funzione di quello che sto raccontando. Di questi personaggi per esempio sicuramente ha un'immagine negativa la moglie, ma altrettanto sicuramente ha un'immagine positiva l'amante, legata a un'idea di dedizione e di discrezione che magari è anticonformista in questo momento, ma che a me piaceva molto. Per questo non li vedrei tutti così negativi. C'è chi è negativo e chi ha invece tutte le sue linee positive.
Ha visto dunque nel personaggio dell'amante un riscatto...
Quanto meno una figura positiva. Capace di silenzio, di discrezione, capace di non vantare un ruolo sociale mentre l'altra non ne può fare a meno.
In base alla sua esperienza di scrittrice e lettrice e di insegnante quali sono i "segreti" per far leggere i giovani?
Il problema è di comunicare loro questa passione. Non ho un metodo per far leggere i ragazzi, al di là di quello che necessariamente uso dell'obbligarli a un percorso di storia della letteratura per cui di fatto leggono alcuni testi, come cardine di apprendimento. Per il resto l'unico altro veicolo è far sentire loro che io leggo e che quello che leggo mi appassiona, mi piace, mi diverte, mi commuove. Credo che sia comunque un veicolo forte perché mi sono resa conto che molte volte i miei studenti mi hanno chiesto cosa stessi leggendo e magari la volta dopo l'avevano in mano anche loro, oppure leggevano qualcosa dello stesso autore. E tantissime volte, anzi in modo sistematico all'inizio di ogni periodo di vacanza, loro mi chiedono "che cosa ci consiglia di leggere". Quindi in qualche modo a questo punto si fidano di chi ha letto prima di loro e in qualche modo cercano delle direttive, l'importante è non lasciare cadere questa richiesta.
Quasi come un lettore che segue i consigli del critico letterario che conosce e di cui si fida...
No, perché non si tratta tanto di critica, ma di fidarsi della persona che si è appassionata. Loro si fidano di me (come degli altri miei colleghi) si fidano del fatto che a me questa cosa piaccia. E in fondo dato che a quell'età c'è un maggiore riferimento all'insegnante che ai genitori (e questo è proprio un dato generazionale che si ripete) se i loro genitori leggono può darsi che loro scartino questa ipotesi, se legge un loro insegnante non la scartano. E non è per piaggeria, ma è proprio per un diverso rapporto, comunque di fiducia. In qualche modo si fidano del loro insegnante e hanno anche voglia in certi casi di condividere quello che il professore sta facendo, è un modo per avvicinarsi di più, in fondo.
Quali sono i suoi scrittori più amati, le letture per lei più importanti?
Evidentemente si parla di esperienze di una vita, perché nel corso di tutti questi anni ne ho amati tanti e ne ho lasciati indietro tanti altri, per cui difficile dire... Ho sempre letto e ci sono autori che mi si sono stampigliati in mente (Proust, Thomas Mann, la letteratura mitteleuropea) poi ci sono le "ultime scoperte". Confesso di avere scoperto solo di recente, ma di recente vuol dire un anno fa, un autore come Stevenson; di avere riletto di recente l'Odissea, tra l'altro l'ho letta con i miei studenti e mi è piaciuta moltissimo, come è piaciuta a loro. Al momento sto leggendo parecchi autori scandinavi.




19 settembre 1997