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Raul Montanari

Scrittore di storie complesse, di personaggi intriganti e di atmosfere abitali e misteriose nello stesso tempo: ecco un protagonista dell’ultima generazione di scrittori italiani che presenta se stesso e i suoi interessi.

I luoghi in cui collochi i tuoi romanzi sono molto importanti. Nasce prima la storia o è la situazione che ti "regala" una trama?

Ti sembrerà strano, ma io parto sempre da una geometria molto schematica, che definisce una situazione. In questo schema i luoghi non sono definiti, e i personaggi sono solo lettere dell’alfabeto. Ti faccio un esempio con il soggetto del romanzo che ho appena finito di scrivere, e che immagino uscirà nel 2006.
Stavo a Berlino, sdraiato su un divano, ascoltavo un disco di Miles Davis (forse il più grande musicista del ‘900) e ho pensato questo: “A, uxoricida, salva B, mafioso, da una violenza sessuale in carcere. Quando escono di prigione, la riconoscenza di B porta A alla rovina.”
Il giorno dopo ci ho riflettuto e ho allargato così il motivo della riconoscenza: “Quando escono di prigione, B, per sdebitarsi, propone ad A di fare un lavoro per lui: un ritiro di soldi. A rifiuta. C, amico d’infanzia di A, viene a sapere della cosa e accetta di farlo lui; cerca però di fregare B, tenendo per sé i soldi con un espediente. Per proteggere C, A si assume la colpa dell’accaduto e affronta B in uno scontro mortale.”
Niente male, no? È un soggetto profondamente tragico. A questo punto ho dato i nomi ai personaggi, mantenendo le iniziali (lo faccio spesso! Per questo molti miei personaggi hanno nomi come Andrea, Alessandro, ecc.): A è Adriano, il mafioso B è Bruno, l’amico che rovina tutto è Carlo. L’ambientazione è venuta da sé: Milano, naturalmente.
Niente lago, stavolta, anche se il lago è per me il luogo mitico, legato all’infanzia, alle scoperte sulla morte e sul sesso. Il lago è una meravigliosa metafora dell’inconscio: quell’acqua immobile, buia, così diversa dall’acqua calda, verde e cordiale del mare. Al lago non si va per svagarsi, ci si va per affondare dentro se stessi.

Il genere, tra thriller e noir, rappresenta per te un vincolo o un'opportunità?

È un’opportunità, esattamente come lo è il ritmo nella musica: metti ritmo in un brano, e puoi portare l’ascoltatore dove vuoi, gli puoi far accettare elettronica sperimentale, free jazz, sonorità etniche indigeste ecc. Metti tensione in una storia, e il lettore verrà con te. Potrai portarlo dove credi, e intanto dirgli quello che gli vuoi dire senza che lui si annoi.
Sai, io appartengo a una generazione che si è imposta negli anni ’90, e che considera la noia il peccato mortale, per un libro. Le due vie maestre per eludere la noia sono la scrittura (stupire continuamente il lettore con le invenzioni della pagina, della parola, della sintassi, come fanno i miei amici Tiziano Scarpa e Aldo Nove, per esempio) e la narrazione (tenere incollato il lettore con una storia avvincente e una scrittura essenziale, come fa Ammaniti e come credo di fare io).
Non penso di scrivere più noir, ormai da tempo. Che cosa hai fatto (2001) non era certo un noir, con la sua storia disperata di un uomo che decide di morire ma prima si dà dieci giorni di piaceri estremi. Cosa c’è di noir qui dentro? Chiudi gli occhi (2004) è stato definito un western, e lo è: un uomo ritorna nel suo paese, che lo considera responsabile di un delitto odioso compiuto tredici anni prima, e ristabilisce la verità affrontando i veri assassini in uno showdown finale spettacolare. La verità bugiarda è una tragedia elisabettiana ambientata fra Milano e il lago; il prossimo sarà una tragedia greca milanese, come si vede dal soggetto. I temi dominanti sono sempre il destino, l’impossibilità di salvarsi la vita, il dilemma morale, il tentativo di dare un senso alle proprie azioni.
Detto questo, capisco benissimo l’esigenza di un critico o di un editore di definire il genere di appartenenza di un romanzo: è un modo per rendere un servizio ai lettori, dare un primo orientamento. Basta essere elastici, ecco.

Le vicende dei personaggi, ad esempio nell'ultimo romanzo, La verità bugiarda, s'intrecciano con problematiche sociali e politiche. Pensi che ciò che avviene intorno a noi sia importante anche per il nostro privato?

Sì. La paura di non essere abbastanza “universali”, se si calano le proprie storie in contesti storici, geografici e sociali molto determinati, ti passa quando ti accorgi che la maggior parte dei libri che noi consideriamo classici – quelli cioè che continuano a parlarci attraverso i secoli – sono stati scritti riferendosi a ciò che lo scrittore vedeva intorno a sé. L’eternità o l’universalità l’hanno trovata per il valore della scrittura e della storia, non perché evitassero di citare nomi di strade o titoli di canzoni. Cosa c’è di più ancorato al presente della Divina Commedia? In molte parti è una specie di pamphlet politico!
Ho avuto la fortuna di conoscere uno scrittore come Giovanni Testori, e il suo insegnamento (indiretto, perché Testori non ambiva a insegnare niente: si limitava a vivere e a scrivere) è stato che l’assoluto lo puoi trovare anche nel cortile di casa tua. Basta la Bovisa, non c’è bisogno di New York o della Città Senza Nome di Kafka. Detto questo, sto con coloro che considerano Kafka forse il più grande di tutti; ma non per l’indeterminatezza del contesto in cui fa agire i suoi personaggi.

Ami il cinema? C'è spesso qualcosa di cinematografico nei tuoi romanzi, ne immagini delle trasposizioni filmiche?

La domanda che mi fai è così importante che dividerei la risposta in due, anzi in tre.
   1. Amore per il cinema. Sì, moltissimo, anche se devo confessarti che sono più attratto dal cinema “classico”, diciamo fino agli anni ’70, che da quello di oggi. Vado pochissimo in sala, mentre colleziono dvd di vecchi film e li riguardo amorosamente. Faccio così anche con i libri, d’altronde. Il cinema è stata l’arte narrativa che si è più imposta nel ‘900, e ha influenzato i romanzieri almeno sotto due aspetti fondamentali: suggerendo di alleggerire le descrizioni (non è più possibile chiedere al lettore di pazientare mentre noi dettagliamo tutto quello che sta sopra la tavola imbandita, o il modo come è vestito quel certo personaggio! Bastano due o tre particolari e via. L’approccio impressionistico ha sostituito quello analitico); e stimolando la costruzione a salti temporali, a ellissi, senza il bisogno di accompagnare il lettore con noiose didascalie di raccordo fra una situazione e la successiva.
   2. Visionarietà nei romanzi. Non sono sicurissimo che qui ci sia un’influenza del cinema. È vero che molti lettori mi dicono di vedere i personaggi che descrivo e le loro azioni, ma secondo me questo è tipico di chi cura soprattutto la narrazione rispetto alla scrittura, per riprendere la distinzione che ho fatto prima. Io cerco di avere una scrittura trasparente, che non copra mai le situazioni di cui parlo, e penso che la forte visualità delle mie pagine derivi da questo. C’è anche da dire che, come altri, vivo immerso in un flusso di immagini e di fantasmi, che mi attraversano la mente quasi a ogni minuto di ogni giorno. Per non parlare della notte...
   3. Trasposizioni filmiche. Capitolo strano e dolentissimo. Il mio secondo romanzo, La perfezione, venne definito da Goffredo Fofi “una sceneggiatura di ferro”. Tre registi se ne interessarono, e con uno di loro – il mio amico Antonio Syxty – ho scritto da tempo una sceneggiatura che fra l’altro introduce molti elementi nuovi rispetto al libro. Sembrava, qualche anno fa, che fossimo lì lì per realizzare la cordata produttiva che avrebbe permesso di girare, invece tutto è stato messo in stand by, e questo è successo anche con libri successivi. Purtroppo lo stile del cinema italiano, e il suo cliché, si è fissato da almeno 15 anni a questa parte sulla commedia, e i miei libri non sono per niente dentro questo genere. Con Syxty abbiamo effettivamente realizzato un lungometraggio (Tartarughe dal becco d’ascia, 2000) e due corti, ma sono da soggetti originali nostri, non da libri miei.

Quali sono i tuoi film preferiti e quali i registi?

Immagina che un extraterrestre mi dica: “Senti, mi hanno parlato di questa benedetta arte, ma cos’è l’arte? Me lo puoi spiegare? Ho capito tutto di voi, il sesso, l’economia, la politica, ma l’arte proprio mi manca”. Be’, io gli farei vedere Arancia meccanica.
Credo che questo film, che è del ’71, sia l’essenza dell’arte: prendo qualcosa che nella vita mi farebbe schifo e orrore (la violenza in tutte le forme in cui è rappresentata) e lo faccio diventare bellezza, ritmo, estasi; cosa ha fatto la differenza, cosa ha prodotto l’alchimia? L’arte. È come dire: costruisco una cattedrale con il sangue e con la merda: vedrete la cattedrale, non la materia di cui è fatta. Uno potrebbe obiettare: “Be’, no, se restiamo a Kubrick per me e per la maggior parte dei critici 2001 è un film più bello e più poetico di Arancia meccanica”. D’accordo: però fare poesia con gli spazi infiniti è più facile! Ci vuole Kubrick per farla in quel modo, ma la poesia è anche nel soggetto in sé. Prova a fare poesia con lo stupro, e mi dirai. Prova a fare un discorso estetico sulla violenza, non solo patetico o didascalico o moralistico!
A parte Kubrick, tengo nella filmoteca ideale almeno 10 film degli oltre 50 di Hitchcock. Posso segnalarne uno che non viene citato mai? Delitto per delitto, 1951: dal primo romanzo della meravigliosa Patricia Highsmith, un saggio mozzafiato sull’ambiguità del male.
Un po’ alla rinfusa ti metto anche nomi come Altman, Buñuel, Clouzot, Coppola, Herzog, Lynch, Polanski, Scorsese. Di questi autori vale sempre la pena di vedere anche i film minori. Sono tutti registi molto visionari, come vedi.
Fra gli italiani, metterei certe cose di Michelangelo Antonioni sopra tutti, perfino sopra Fellini; credo che Blow Up sia un film epocale. Ma anche Dillinger è morto di Marco Ferreri, o Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri, con un’interpretazione delirante di Gian Maria Volonté. Grande Sergio Leone, che ha insegnato il cinema al sopravvalutato Tarantino. Infine, un rammarico: che Dario Argento non abbia mai più fatto un film come Profondo rosso, stupenda e compatta sinfonia dell’orrore, che non a caso è citata in La verità bugiarda.

Anche la musica mi sembra rientri nel tuo panorama ispirativo. È così?

Assolutamente sì. Io sono poco sensibile alle arti visive (pittura, fotografia, architettura, scultura), forse perché amo di più quelle che vivono nella dimensione del tempo, quelle la cui fruizione è caratterizzata da uno svolgimento e da una durata (musica, cinema, letteratura, fumetto).

Quando ascolti musica? E qual è il tuo genere preferito?

Eh, qui siamo messi peggio che con la domanda sul cinema! Dovrei dilungarmi moltissimo, cercherò di non esagerare.
Intanto ascolto musica sempre, da quando mi sveglio a quando spengo la luce. Non disturbo i vicini perché non amo i volumi alti.
Quando scrivo adopero quella che nei miei corsi di scrittura creativa chiamo, con grande modestia, la regola Pontiggia-Montanari. Il vecchio e mai abbastanza rimpianto Pontiggia ha detto una cosa folgorante: che è pericoloso scrivere ascoltando musica, perché quello che scriviamo ci sembra più bello. Giustissimo! Farei però una correzione. La scrittura letteraria è sempre fatta di due momenti distinti. Nel primo devi produrre la prima stesura, rompere l’ipnosi della pagina bianca, creare il corpo del testo su cui potrai intervenire dopo. Possiamo chiamarlo momento dionisiaco, di scatenamento di energie, in cui conta più accumulare pagine su pagine che controllare il risultato. Nel secondo momento, quello che si può definire apollineo, devi rileggere e riscrivere, introdurre correzioni, valutare gli effetti, i pesi, gli equilibri. Secondo me, per produrre l’energia creativa necessaria al primo momento è tutto lecito: anche e più di ogni altra cosa caricarsi con una musica che ti porti a quel grado di pienezza emozionale e di stordimento che spesso è necessaria per scrivere pagine che travolgano il lettore. Il rock va benissimo, e anche il jazz, ma questo dipende dai gusti personali. Invece, per garantire la lucidità essenziale al momento della revisione di un testo, l’ideale sarebbe il silenzio. Siccome raramente lo possiamo ottenere, perché viviamo immersi nel rumore, possiamo difenderci dal disturbo esterno con una parete di musica strumentale, che non attiri troppo la nostra attenzione ma crei lo sfondo giusto per la concentrazione: no al rock, sì a certo jazz atmosferico, assolutamente sì alla musica classica (non l’opera!) e soprattutto alla musica contemporanea ed elettronica, da Morton Feldman a Stockhausen, da Michael Torke a Brian Eno.

C'è un brano che consideri importante nella tua vita?

NHo avuto una grande fortuna: sono cresciuto con il rock progressivo degli anni ’70 (Pink Floyd, Van der Graaf Generator, Genesis, King Crimson, Yes, Who, Led Zeppelin ecc.), che adesso può suonare kitsch ma allora mi ha insegnato il gusto dell’ambizione architettonica e dell’esecuzione tecnicamente perfetta. Da quel genere, che ancora oggi è quello che mi emoziona di più, è stato facile partire per scoprire il jazz (la musica più creativa della seconda metà del ‘900) e la musica contemporanea (che come la letteratura richiede un’educazione, non è di fruibilità immediata, ma poi ripaga con delizie inarrivabili).
È difficile indicare un solo pezzo! Come sai, insieme a Tiziano Scarpa e Aldo Nove abbiamo fatto un libro di poesie di sorprendente successo, Nelle galassie oggi come oggi (2001), in cui abbiamo messo i testi che recitavamo in uno spettacolo che ha girato l’Italia. Lo chiamavamo Covers, e i testi erano poesie che “riscrivevano” le liriche originali di brani rock e pop. Questo per dire l’amore che abbiamo per molti titoli di questi generi musicali, anche se oggi distinguerei nettamente il pop (una musica fatta solo per vendere, per definizione) dal rock (una musica che può avere un’interpretazione profondamente creativa).
Non so. Forse, in una situazione tipo pistola alla nuca, salverei dalla fine del mondo il terzo pezzo di The Dark Side of the Moon, il mitico disco dei Pink Floyd del 1973.
Il pezzo di chiama Time, e non c’è niente in esso che non sia meraviglioso: le sonorità cupe e misteriose che lo introducono, il ritmo che si costruisce sul ticchettio di un orologio, le percussioni che inseguono un disegno invisibile, la chitarra di Gilmour che sembra suonare in un buio cosmico, e alla fine l’esplosione di una melodia perfetto, con il testo di Waters che dice tutto quello che c’è da dire sul tempo, sull’insensatezza sottile del vivere, sul desiderio di esserci sempre e comunque, nonostante tutto (pazzesco pensare che abbia scritto una cosa simile a 25 anni! Aveva già capito tutto della vita). E in mezzo a tutto questo il più struggente assolo di chitarra elettrica che Gilmour abbia mai inciso.

Tu non sei considerato uno scrittore ottimista o consolatorio, e questo a volte ti viene anche rimproverato. Come ti poni nei confronti di questioni come la catarsi, il lieto fine, l’opportunità di mostrare al lettore la luce in fondo al tunnel?

È una cosa a cui ho riflettuto moltissimo, specie di fronte ad alcune critiche al finale di La verità bugiarda. Dopo un bagno di sangue del prefinale, in questo libro c’è un capitolo finale che mostra i superstiti della storia ritrovarsi, sette anni dopo, e provare a inventare un modo nuovo di stare insieme. Non credo che questo sia un lieto fine: per me il lieto fine è il ripristino di un ordine iniziale. Pensa alla struttura classica del giallo: l’ordine viene rotto da un omicidio, e l’arrivo sulla scena del detective ricrea l’equilibrio che era stato sconvolto. Oppure pensa al finale dei Promessi sposi: Renzo riflette sulle vicende che gli sono successe e trae una morale talmente ridicola, talmente conservatrice, che la stessa Lucia quasi (quasi...) ne ride: “Ho imparato a non mettermi nei guai, ecc.”.
Io penso che nei miei libri i personaggi, il protagonista in particolare, attraversino un percorso doloroso che li porta a liberarsi delle illusioni e approdare alla speranza. Mi spiego:
Le illusioni sono il bagaglio con cui muoviamo i primi passi nel mondo. Da piccoli ci sembra che il mondo sia stato costruito per noi, che aspetti noi. Nell’adolescenza cominciamo a scoprire che non è così: cominciano le disillusioni. Ci accorgiamo che il mondo non ha bisogno di noi, non ci aspetta. Il mondo fa a meno di chiunque, anche di noi. Alcuni conservano le illusioni in tarda età, continuano a sentirsi in credito col mondo, a pensare che qualcosa sia loro dovuto: non è così. L’illusione ha lo sguardo rivolto al passato, è un’eredità rovinosa.
Quando l’illusione sparisce, subentra la speranza. La speranza guarda al futuro. È un sentimento creativo, tanto quanto l’illusione invece è paralizzante. Io prendo in mano la mia vita, cerco di plasmarla – nel lavoro, negli affetti, in tutto – e spero di riuscire in questo. Il doloroso percorso verso la conoscenza, di cui parlavo prima, è la fatica di sgravarsi delle illusioni per sostituirle con le speranze. Il contrario dell’illusione è la disillusione o delusione: emozioni parziali, amare, che possono però essere salutari. Il contrario della speranza è la disperazione: la resa totale. Per Cormac McCarthy, un autore che amo e di cui ho tradotto quattro romanzi per Einaudi, la disperazione è l’unico peccato per il quale non c’è perdono.
Credo che questa sia la sintesi delle cose che ho da dire, io, con ciò che scrivo.

Di Grazia Casagrande




6 giugno 2005