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Intervista a Raul Montanari
L'ambiguo fascino del male, l'arte come disvelamento del nostro lato oscuro

Raul Montanari è, tra gli scrittori dell'ultima generazione, uno dei pochi che abbiano ridato vigore a un genere letterario classico: il giallo. Non a caso è compreso nella rosa degli autori dei quattordici migliori romanzi gialli pubblicati quest'anno, selezionati per il Premio "Noir in festival" che sarà assegnato nei prossimi giorni.


Hai recuperato il genere del giallo, magari giocandoci o rovesciandone i canoni. Pensi che la classica suddivisione in generi della letteratura sia a tutt'oggi valida?
E ffettivamente questo è un momento di rivalutazione della letteratura dei generi. Io ho lavorato su giallo e noir. Oggi è molto in voga anche la fantascienza: Tiziano Scarpa ad esempio ha scritto recentemente un racconto per Urania. In questo momento c'è un appannamento (a me piacerebbe che fosse un declino) del cosiddetto romanzo psicologico che a molti è sembrato, per un certo periodo, una misura standard della prosa narrativa. In realtà questo tipo di romanzo è nato nell'Ottocento con la negazione dell'importanza della trama. La trama infatti viene giustificata solo dalla psicologia dei personaggi: succedono determinate cose solo perché i personaggi sono fatti in quel dato modo. In questo momento invece, sia nel cinema che nel fumetto, in tutti i generi narrativi in generale e, ovviamente, nel romanzo, c'è il recupero della voglia di raccontare innanzi tutto una storia, abbastanza indipendentemente dai suoi interpreti. D'altronde il mito greco o la fiaba fanno a meno della psicologia dei personaggi: vengono messi in scena dei caratteri, dei tipi. Quello che succede a Edipo e le reazioni a ciò che gli capita, sono assolutamente universali: chiunque di noi avrebbe lo stesso tipo di reazioni se fosse intelligente e abile come lui. Al limite questi personaggi sono caratterizzati da un paio di doti, fisiche o morali, più che da sottili tratti psicologici. La letteratura dei generi ha sempre seguito questo percorso: il giallo per esempio sta tutto nella trama. Il motivo per cui certi autori, come ad esempio la Christie o Cornell Woolrich, sono noti sta in parte nell'ambientazione, per quanto riguarda Woolrich ad esempio, in parte nel fascino geometrico della trama (e penso alla Christie).
E il tuo tipo di romanzo giallo?
Q uello che ho fatto io, ad esempio in un mio romanzo, Sei tu l'assassino, è creare un meccanismo che fosse la negazione del giallo, perché ho voluto abbattere la famosa ultima parete (quella che a teatro si chiama la quarta parete), cioè quella che separa gli spettatori dallo spettacolo: il lettore viene chiamato a entrare in scena nel libro stesso.
In Dio ti sta sognando [questo è il romanzo selezionato per il "Noir festival", n.d.r.], invece, c'è un superamento di tipo esistenziale intorno ad un "nocciolo" giallo. Il protagonista è un vecchio commissario di polizia in pensione che sta morendo di cancro. È ricoverato in ospedale e quella è la sua ultima notte, è devastato dalla morfina e più che avere ancora le capacità del pensiero logico, ha invece, esaltate, quelle dell'intuizione. Ha delle allucinazioni, è quasi un mistico, proprio a causa della morfina. Accade un delitto nell'ospedale e lui riesce a risolvere il suo ultimo caso. Tutto però è strutturato in modo tale da essere la negazione del genere: la soluzione del caso non avviene grazie al pensiero logico-deduttivo, tipico del giallo, ma il protagonista interroga, come uno sciamano, delle visioni. In secondo luogo, quello che dovrebbe essere un fatto normale e banale, cioè la morte naturale che quel commissario sta affrontando, acquista un peso esistenziale enormemente superiore alla morte violenta da cui nasce il giallo che lui deve risolvere. Al lettore non interessa molto l'uomo assassinato, invece è emotivamente coinvolto dalla morte naturale dell'ispettore: il gigante, il centro dell'attenzione, è lui. È uno sberleffo e nello stesso tempo un omaggio al giallo inteso come storia basata su un evento eccezionale (in genere una morte violenta) che lascia una traccia che viene poi risolta dal detective attraverso l'applicazione, di estrazione positivista, del pensiero logico-deduttivo.
Lo scrittore recupera una funzione di guida nell'economia dei tuoi romanzi?
S ì, sicuramente. Questo avviene con una combinazione tra la voglia di narrazione veloce (Ammaniti per dire un nome...), però non attuata come facevano i behavioristi alla Hemingway cancellando l'intervento dell'autore, e un certo recupero della didascalia, del commento dell'autore stesso. Questa è una combinazione nuova, interessante, e ci vedo molto (farò un nome che potrà stupire) Manzoni... Ci stiamo avviando a ri-riconoscere nell'Ottocento il secolo di narratori e commentatori come Manzoni, Stevenson, Poe, il primo James, e un po' meno l'Ottocento come secolo dei decadenti e dei grandi indagatori dell'anima, come Dostoevskij e Tolstoj. Ammaniti racconterebbe Delitto e castigo in cinque pagine, però commentandole, non solo facendo agire i personaggi...
Da parte dell'ultima generazione di scrittori vi è anche un lavoro sul linguaggio, una certa voglia di sperimentazione. Questo vale anche per te?
M eno per me che per altri: io uso un linguaggio trasparente completamente al servizio della narrazione, una lingua strumentale, un italiano molto pulito, molto limpido e da questo punto di vista non lontano dalla lezione di Calvino, dalla linea Calvino-De Carlo: la ricerca di una semplicità raffinata. Invece Tiziano Scarpa e Aldo Nove hanno la capacità di raccontare la storia, quindi le idee, le trame, con una voce immediatamente riconoscibile, molto personale. Anche a me hanno detto che ho una voce riconoscibile, ma più per sottrazione che per aggiunzione di valori, io scarnifico al massimo e racconto...
Il tuo lettore, il tuo referente è forse meno inquadrabile, più generico, rispetto a quello dei nomi che hai fatto.
A nche come classe di età.
La tua infatti non è una letteratura generazionale.
N o, e questo è importante per me. Chiunque può essere un mio lettore; chiunque non abbia paura di veder affrontato in maniera anche molto violenta il tema della morte che è centrale nella mia ispirazione. Io descrivo continuamente situazioni che o sfociano nella morte o nascono da una morte, in una maniera un po' diversa da quella, in definitiva consolatoria, del giallo classico, in cui alla fine tutto si ricompone, l'ordine si ritrova. Il mio lettore deve accettare in definitiva questa sfida.
Hai in mente, quando scrivi, dei referenti a cui rivolgerti, o scrivi, come dicono molti, "per te stesso"?
I o non credo assolutamente a chi dichiara di scrivere per se stesso perché, se fosse così, non vorrebbe nemmeno che quello che scrive venisse pubblicato. Non ho in mente però un lettore ideale di riferimento; di sicuro una volta avevo un lettore di riferimento più colto di quello che ho ora. Oggi ho aperto tantissimo la mia scrittura, lasciandomi un po' contaminare dai pulp e da questo tipo di narrazione veloce in cui ho trovato una soluzione che stava sulla stessa strada che io stavo percorrendo.
Sei stato anche influenzato dal linguaggio cinematografico?
M oltissimo. I due autori da cui ho imparato di più sono stati Kubrick e Hitchcock. Da Kubrick ho cercato di derivare la capacità di fare un'opera impegnata che però rappresenti sempre la realtà nella sua ambiguità: in Kubrick non c'è mai il bianco o il nero, c'è sempre il grigio. C'è una straordinaria frase di Thomas Mann, nel Doctor Faustus, che dice: "l'essenza dell'arte è l'ambiguità". Io sento odore di arte quando mi trovo davanti a una rappresentazione piena di chiaroscuri, come avviene in un autore che ho tradotto, e che continuerò sempre a leggere e tradurre: Cormac McCarthy, che è davvero un maestro della rappresentazione ambigua della violenza. McCarthy, che è stato definito uno scrittore "politicamente scorretto", non sente il bisogno di assegnare i ruoli in modo che il lettore alla fine si senta conciliato con quello che ha letto, ha invece rispetto dell'ambiguità del reale. Il personaggio malvagio, ad esempio, può essere molto affascinante e viceversa il "buono" può essere banale e poco interessante. Hitchcock diceva che un film è tanto più riuscito, quanto più riuscito è il cattivo. Arrivava a classificare i suoi film sulla base del fascino dei cattivi e per questo considerava L'ombra del dubbio la sua opera migliore, una storia che ha per protagonista uno zio fascinosissimo di cui si innamora l'ingenua nipote, ma che poi in realtà è un assassino.
L'ambiguità è quindi anche uno dei tuoi temi narrativi?
S ì, assolutamente. Tutto ha sempre e comunque una doppia faccia, e credo che di fianco a noi, separata da un diaframma molto sottile, corra la linea scura delle scelte che non abbiamo fatto, dei rimorsi, dei rimpianti, di ciò che abbiamo represso. Tutto ciò ci manda continuamente dei segnali e ci condiziona. Ogni tanto è come se arrivasse uno schizzo d'acqua nera che riesce a superare questo diaframma: uno schizzo di sangue, un sogno, una fotografia ingiallita, un segnale che ti ricorda che tu sei anche e non solo qui e ora, sei anche l'altro e non solo tu.


Intervista a cura di Grazia Casagrande




20 novembre 1998