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Valentina Acava Mmaka

Raccontare il mondo attraverso l'Africa

"L'Africa per raccontare la pace. è stata una scelta naturale. Le società occidentali che oggi eufemisticamente chiamiamo "democratiche" in realtà non sono che le serve di nuove aspirazioni di sovranità. La storia africana, più di altre, ha dei presupposti validi per parlare di democrazia, dove prima che prendessero potere i dittatori sostenuti dai grandi imperi occidentali, era un consiglio di anziani a prendere le decisioni per il bene comune."
è così che esordisce Valentina Acava Mmaka nella sua introduzione all'ultimo libro "I nomi della Pace. Amani" edito da EMI che parla di pace. Un dialogo tra una bambina Pokot e un Mutamayo prende vita nella Valle di Tangulbei (Kenya), invitando a riflettere sulle ragioni e sui sentimenti che animano la pace. Una storia africana per tutte le età che riscopre con il tocco gentile di uno stile incisivo, il sapore di una narrazione fiabesca.
Italiana ma adottata dall'Africa, Valentina Mmaka incentra la sua opera letteraria sul grande continente africano, raccontando l'esperienza di vita di un continente lontano e ancora poco conosciuto.



Nelle tue opere per ragazzi ti sei sempre occupata di rappresentare l'Africa. Hai vissuto dalla nascita in Sud Africa e poi in Africa Orientale, cosa ha rappresentato e rappresenta per te l'Africa e perché hai deciso di raccontarla ai ragazzi?
Sarei portata a dire che l'Africa è uno stile di vita, un modus vivendi se non fosse che è poco applicabile in una società così "costruita" e sofisticata come quella occidentale.
Io ho vissuto due afriche diverse tra loro anche se poi molto simili. L'una più "europea", il Sud Africa, una straordinaria isola intrappolata per lustri nella gabbia della segregazione razziale. è stato il mio primo impatto con l'Africa e il mio primo impatto con una società, avendoci vissuto dalla nascita. è stata una scuola di vita importante, decisiva per la mia formazione perché vivere il conflitto sociale e interiore che scaturisce da una società che differenzia gli esseri umani dal colore della pelle, è sconvolgente e crudele. C'è stata poi l'Africa Orientale, il Kenya e la sua gente che in ogni volto cerca il sorriso del cuore, il Kenya è stata ed è, avendo la mia base e la mia famiglia lì, l'esperienza della maturità, la consapevolezza che ancora oggi, nonostante l'imperialismo neoliberista stia tentando di corrompere i propri "deboli sudditi", condividere è la base di una società che ha enormi risorse per crescere dalle proprie ceneri.
Si leggono spesso libri per ragazzi ambientati in Africa, ma non riescono a coglierne l'anima. Non bastano uno o due viaggi per capirla e trasmetterla. Per me l'Africa è stato ed è un privilegio, ho pensato che pochi "non africani" l'avessero e così ho voluto trasmetterla agli altri attraverso la scrittura.

Tu dici di voler far conoscere l'altro volto del continente africano, cosa significa?

L'Africa è uno dei quei continenti che si conoscono o come luogo di catastrofi e tragedie o come luogo di piaceri esotici. è necessario superare queste etichette, e scoprire realmente cosa rappresenti la terra d'Africa, cosa offra, come si viva. L'Africa ha un carisma intenso, vero, vitale, pulsante... una umanità straordinaria, un senso della solidarietà, della comunanza, della condivisione che noi non riusciamo neppure a ricordare.
Lo spirito di condivisione è uno degli aspetti che più di altri mi ha sempre colpito. Condividere il poco che si ha con gli altri è per gli africani la base di un'esistenza, seppure povera, armoniosa, in sintonia con gli altri. Porre la collettività prima dell'individuo, è il simbolo di uno spirito comunitario che restituisce ad un occidente spesso dimentico e affannato a rincorrere valori superflui, il senso di una solidarietà paziente e unità sincera. Di fronte a certa ipocrisia e diffidenza dell'occidente che semplifica e traduce le sue paure in stereotipi, viene voglia di qualcosa di più autentico. Forse è questa l'espressione giusta: l'Africa è autentica, ci aiuta a ridimensionare i nostri ritmi di vita, frenetici, oppressi negli automatismi della società tecnologica e consumistica, ci suggerisce di ascoltare, mentre siamo tutti pronti a dire, l'Africa ci invita a rallentare, a stare al passo con il respiro della vita.

Nel tuo ultimo libro appena uscito, I nomi della pace. Amani (in kiswahili amani significa pace), parli della Pace da una prospettiva per così dire "africana"? Come si può raccontare la pace ai ragazzi?

Mi sono messa nei panni di mia figlia che mi chiedeva "cosa è la guerra?". Sollecitata da un ambiente riscaldato da notizie funeste. E così io mi sono posta la questione in termini più complessi. Si imponeva la scelta di mediare una risposta semplice ad una domanda complessa. Ho innanzi tutto scelto un linguaggio facilmente fruibile, p. Kizito Sesana nella bella prefazione cita un proverbio Luhya che dice "omukesi aloma mululomo luelekwa", ovvero "il saggio parla parole semplici". Le parole semplici possono restituirci un senso di originalità delle cose, possono condurci al senso più profondo di noi stessi. Spesso parliamo e leggiamo discorsi articolati e artificiosi, che sono leciti e funzionali ad un certo tipo di oratoria e di letteratura, nel mio caso mi serviva una lingua spogliata da artifici letterari, come quella che può parlare un albero, una lingua "innocente" che lasciasse le emozioni e i pensieri acquistare peso nel loro significato più intimo. Poi ho provato a immaginare un interlocutore ideale per la bambina protagonista, Mapenzi. Cercavo un interlocutore che fosse neutrale, che non facesse demagogia, che non imponesse il suo pensiero, che vedesse la questione da un punto di vista naturale. L'ho trovato in Mutamayo, un albero di ulivo selvatico che vive nella savana del Kenya. Lui permette a Mapenzi di riflettere, di osservare gli eventi della vita, di "leggere" i segnali che provengono dal nostro inconscio. Ciò che contava per me era far comprendere che la pace non è solo assenza di guerra, che le guerre hanno tante maschere, che non sono solo quelle che sparano proiettili, che la pace è quando una società riesce a porre un impegno di giustizia alla base della sua struttura e ciò significa che occorre praticare l'amore e il rispetto, il dialogo e la tolleranza.

Uno dei volti della tua Africa presenti nei tuoi libri è l'animismo, nel tuo I nomi della pace. Amani i protagonisti sono una bambina Pokot e un Albero di Mutamayo. Perché questa scelta?

L'animismo è una presenza costante nella vita degli africani, da qualunque parte essi provengano. Il rapporto tra l'uomo e l'ambiente è un rapporto vivo, che si rinnova nel rispetto e nell'amore verso tutto ciò che vive e respira.
A me interessa poter restituire a chi legge un senso di originarietà, il segno di un legame che esisteva tra l'uomo e la natura e che oggi più che mai deve essere rivalutato. Le società occidentali non vivono più nella dimensione panteistica che invece caratterizza ancora le culture africane. I giovani spesso non conoscono il valore di un albero, o di un insetto o di uno stelo d'erba. Eppure ogni cosa che ha vita è parte di uno stesso cosmo e la percezione di questo migliora la nostra esistenza.
L'animismo quindi se da una parte ci restituisce un legame con la nostra natura originaria, dall'altra ci chiama ad una riflessione sulla responsabilità che l'uomo ha nei confronti di una natura depredata, spogliata, infuocata, dissotterrata, dove boschi e foreste diminuiscono a ritmo incessante, ogni giorno e dove specie animali scompaiono dal nostro pianeta.
Poter leggere di come ancora oggi certi uomini si affidano alla natura per vivere, di come gli indigeni, più dei poeti, conoscano diversi modi di definire lo stesso colore o di come gli agenti atmosferici registrino i cicli vitali, accresce la curiosità, stimola una riflessione, invita a conoscere culture nuove e a fare proprie delle esperienze ormai dimenticate.

Nelle tue opere tratti sempre tematiche sociali impegnative: la diversità, la conservazione ambientale, ora la pace. Dove nasce questa scelta?

Come la letteratura per adulti, pone in essere le questioni esistenziali dell'uomo, anche la letteratura per ragazzi può avere la stesso funzione. Quando scrivo mi ripropongo mentalmente tutti i quesiti più interessanti che le mie figlie mi presentano nell'innocenza della loro età, osservo il mondo che mi circonda e mi chiedo se i ragazzi conoscano davvero certe realtà, se mai hanno provato a riflettere sulle grandi questioni in un momento di creatività come può essere la lettura. A me interessa unire la conoscenza profonda dell'Africa capace di evocare miti e immaginazioni e la consapevolezza di questioni urgenti che riguardano tutti gli uomini. La lettura è una esperienza formativa è un percorso di ricerca interiore e quindi credo fermamente che si possano proporre ai bambini o agli adolescenti i grandi temi dell'esistenza utilizzando tutti i caratteri comuni e propri della letteratura giovanile o per ragazzi. Se si dovesse imporre ad un giovane di pensare ad un evento della società che turba l'equilibrio del mondo allora forse si annoierebbe, si allontanerebbe dall'obiettivo, ma la lettura è capace di rendere più vicine certe realtà e soprattutto può stimolare la nascita di una maturità interiore che porti il lettore a identificarsi con ciò che è narrato serenamente, con una consapevolezza e una curiosità che difficilmente lascerà disattese, senza risposta. Un'amica mi ha detto che "talvolta la fantasia aiuta a capire meglio la realtà". Condivido pienamente questo pensiero.

Tu collabori come mediatrice culturale con scuole e biblioteche, in programmi di educazione interculturale o nelle relazioni Italia Africa, che cosa puoi raccontare di questa esperienza?

L'esperienza nelle scuole italiane mi ha aperto una visione ampia di come l'Africa, o tematiche come l'intercultura e la diversità vengano recepite e affrontate. Nei ragazzi c'è una percezione ancora poco chiara, frammentaria della diversità e così come della terra africana relegata ancora nei luoghi comuni che qui la contraddistinguono. Quando incontro i bambini che hanno compagni stranieri chiedo loro cosa li ha affascinati del loro compagno straniero, e la risposta che ricorre otto volte su dieci è la lingua "strana". Manca secondo me il dialogo tra genitori e ragazzi sull'attualità, sulla realtà sociale in cui viviamo, manca attenzione da parte dei dirigenti scolastici che spesso non incoraggiano le iniziative, talvolta significative, di insegnanti che singolarmente possono fare poco. Manca intraprendenza: molti temono di sperimentare cose nuove. E poi ci sono i media che sono più portati a pubblicizzare i vari Harry Potter e Geronimo Stilton piuttosto che la favola africana o indiana. Di conseguenza anche i librai e le biblioteche sono portare a seguire la tendenza del momento. Questo dà il senso di come spesso gli interessi degli addetti ai lavori vengano convogliati dai mezzi mediatici, dalla pubblicità. Occorre dare spazio anche ad autori ed editori che pubblicano ottima letteratura apportando un bagaglio di esperienze diverse, interessante e oggi necessario ad un percorso di ricerca interiore in una società in evoluzione come quella attuale dove viviamo. La lettura è fondamentalmente un percorso di ricerca e non le si può offrire una via di accesso a senso unico.
Un altro aspetto fondamentale è l'impegno delle istituzioni che devono poter riconoscere pienamente le figure dei mediatori culturali che posseggano una competenza peculiare. Sinceramente l'insegnante, pur nella necessità che apprenda nuove competenze, non può sostituirsi ad una figura spesso così specifica come il mediatore che è in sé portatore di esperienze uniche.
Bisogna che le istituzioni diano piuttosto la possibilità ai mediatori che propongono una loro specificità di diventare dei veri e propri sostegni nei programmi didattici delle scuole, affiancando gli educatori aprendo così un confronto che altrimenti non sarebbe possibile.

La tua attività letteraria, spesso sostiene progetti legati al continente africano, come con il tuo ultimo libro "I nomi della pace. Amani" con i cui diritti sostieni la Mmaka Educationl Organization di cui tu e tuo marito Bwanamzee Ali siete fondatori. Ce ne vuoi parlare?

CLa Mmaka Educational Organization è una organizzazione che sviluppa progetti educativi in Africa. Riteniamo che l'educazione sia uno dei primi diritti fondamentali e in quanto tale deve esser accessibile a tutti. Dall'educazione primaria ai corsi di formazione per la popolazione adulta, a percorsi formativi per l'accesso alle risorse e a tutto quanto permetta alle popolazioni svantaggiate di crescere, emanciparsi, vivere nel potere dei propri diritti.
Nei paesi occidentali lo studio è un diritto garantito, a tutte le età. In Africa come in gran parte dei paesi del Sud del Mondo, lo studio può costituire ancora un privilegio di pochi e questo è intollerabile in una società mondiale che tende a definirsi "globale".
Crediamo che la crescita di un popolo dipende dalla coscienza che esso ha di sé. E l'educazione è il punto di partenza. In Africa ci sono milioni di giovani laboriosi ed efficienti che possono migliorare lo stato della loro società, pur mantenendo e conservando il proprio patrimonio culturale. In loro è riposta la speranza del futuro.
La filosofia della MEO (Mmaka Educational Organization) è quella di poter coinvolgere le popolazioni africane e noi in un percorso di crescita che emancipi entrambe le parti, le popolazioni svantaggiate a costruire una esistenza piena, noi occidentali a pensare responsabilmente alle nostre azioni quotidiane cooperando.
Nota bio-bibliografica

Valentina Acava Mmaka nasce a Roma ma dalla nascita vive dapprima in Sud Africa e poi in Kenya. Giornalista, scrittrice, poeta, autrice di teatro. Da anni si occupa di intercultura e di dialogo tra Italia e Africa.
Tra i suoi libri per ragazzi si ricordano i recenti: "Il mondo a colori della famiglia BwanaVal" (Kabiliana 2003); "Jabuni: il mistero della città sommersa" (EMI 2003); "I nomi della pace. Amani" (EMI 2003).
è autrice della raccolta di poesie "L'ottava nota" (Prospettiva 2002). Tra le sue opere teatrali si ricorda "Io ... donna... immigrata" rappresentata in Sud Africa e in Kenya e presto anche in Italia.
Scrive testi didattici sulle tribù africane e collabora a varie testate letterarie.
Insieme al marito Bwanamzee Ali Mmaka coordina laboratori di fiaba africana e di giocattoli africani e svolge attività di mediatrice nelle scuole, biblioteche e associazioni per favorire la conoscenza dell'Africa.
Il suo sito è www.valentinammaka.net
Il sito dell'organizzaizone www.mmakaeducational.org

Il libro

Valentina Acava Mmaka
I nomi della pace. Amani
Pagine 64
Euro 6,00
ISBN 88-307-1291-4
Illustrato da Stefania Pravato
Collana: 4.4 Strumenti
EMI 2003

Dalla prefazione
p. Kizito Sesana


Parlare di pace, insegnare la pace, con una favola? è possibile, mentre, in questo scorcio di inizio di millennio, aeroplani vengono scagliati contro grattacieli e altri aeroplani, in rappresaglia, bombardano a tappeto interi paesi?
Ingenuità imperdonabile, dirà qualcuno.
Eppure in questi tempi in cui le parole difficili vengono usate per nascondere la verità, e il significato della parole semplici viene stravolto, una favola ci può aiutare a gustare le cose essenziali. Le favole, dopotutto, sono sempre state usate proprio per questo, per insegnare i valori più semplici e profondi della convivenza umana. Il loro linguaggio parla ai bambini come ai grandi, usa parole semplici per comunicare fatti e idee importanti, ci trasmette non scienza, ma sapienza.
Un proverbio dei Luhya del Kenya dice "omukesi aloma mululomo luelekwa" cioè "il saggio parla parole semplici".
A volte la favola diventa poesia, come nel libro di Valentina A. Mmaka, poesia vera, quella che ci fa vedere al di là della realtà, soprattutto quella che ci aiuta a vedere il futuro che esiste già adesso.
Mapenzi e Mutamyao, i protagonisti di questo racconto-dialogo sulla pace, ci fanno capire il meglio dell'Africa. L'Africa della sapienza antica e l'Africa giovane che vuol crescere ed ha tutta l'innocenza e la freschezza del nuovo.
Abbandoniamo per un momento i nostri discorsi da "grandi" e lasciamoci prendere per mano da Mapenzi e Mutamayo, improvvisando con loro il girotondo della pace.



5 dicembre 2003