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Intervista a Andrew Miller
Lo stile prima di tutto

Un giovane scrittore dall'aria molto inglese che stupisce per la cura raffinatissima dello stile, l'amore per l'esattezza della parola e l'attenzione al contesto in cui colloca le sue storie.


Lei cura in modo particolare lo stile. A quali modelli ha fatto riferimento?
P ersonalmente amo lo stile elaborato, godo delle parole: Henry James parla di libri lavorati "fino allo stremo". Lui stesso aveva uno stile impareggiabile. Avendo poi scritto due romanzi storici, ambientati nel 1700, ho avuto la possibilità di scrivere in un inglese che non è né quello contemporaneo, né quello del XVIII secolo: così è nata una lingua particolare, piuttosto elaborata. Non avrò la stessa libertà nel mio prossimo romanzo, ambientato ai nostri giorni. Il mio stesso metodo di lavoro è particolarmente accurato: scrivo e riscrivo più volte una pagina e, stesura dopo stesura, arrivo a un linguaggio che, a volte, è anche troppo denso. A volte rasento l'eccesso, lo so bene...
Come ha detto Calvino la prosa dovrebbe essere scritta con la stessa attenzione della poesia ed è quello il mio obiettivo.

Come mai ha scritto due romanzi ambientati nello stesso periodo storico, il Settecento?

I l secondo romanzo è stato quasi una conseguenza naturale della preparazione del primo: avendo compiuto molte ricerche per scrivere Il talento del dolore che era ambientato (è di quel periodo l'episodio reale) nel Settecento, mi era capitato di leggere Le memorie di Giacomo Casanova e contemporaneamente un altro libro bellissimo che descrive in modo molto dettagliato tutte le strade di Londra a metà del Settecento. La combinazione casuale di questi due libri mi ha spinto a desiderare di utilizzarli per un romanzo.

La scelta di proporci un Casanova vecchio e fisicamente in decadenza ha un qualche significato particolare?

Q uella è la fase più interessante della vita di quel grande seduttore. Non rimane infatti molto di nuovo da scrivere sulla sua gioventù. Dal punto di vista dello scrittore, e anche dello storico, è intrigante vedere quel particolare momento, di certo più faticoso, di una vita all'insegna dell'avventura. Poi magari quando sarò vecchio, per divertimento (e un po' per invidia) scriverò sulla vita di Casanova nel suo fulgore.

La donna nel suo ultimo romanzo appare molto abile e furba. Ma che cosa pensa lei delle donne?

P rima di tutto la mia visione della donna è diversa da quella che emerge dal libro. In Casanova innamorato la Charpillon e le donne della sua famiglia non si comportano bene nei confronti di Casanova: cercano di imbrogliarlo, di cavargli dei soldi, ma lo fanno per necessità, non per cattiveria. Sono cortigiane e sono abituate a comportarsi così, questo è il loro modo di sopravvivere. Hanno bisogno del denaro di Casanova e compiono ogni tipo di azione per ottenerlo. Marie Charpillon in particolare non ha grande scelta e nemmeno gran voce in capitolo: è esponente della terza generazione di cortigiane, la vita che conduce è quella che ha ereditato inevitabilmente dalle generazioni che l'hanno preceduta. Forse in altre circostanze sarebbe stata più generosa, più positiva... Con questo non voglio certo dire che tutte le donne siano subdole, ingannatrici, alcune lo sono, alcune lo erano in passato e oggi non lo sarebbero più, altre ancora lo sono state solo per necessità.

Il contesto storico sociale è importante nel romanzo. Quali ricerche ha compiuto?

P er me era importante ricostruire un quadro della società dell'epoca, volendo scrivere un romanzo storico. Ho fatto questo lavoro in modo diverso nel primo e nel secondo romanzo. In Casanova innamorato ho voluto mettere in luce soprattutto le implicazioni economico-finanziarie di questa società, elemento che in genere nei romanzi è piuttosto trascurato; a me invece interessava molto far vedere da dove arrivava il denaro e come veniva speso. Ne Il talento del dolore invece volevo mostrare la coesistenza di due mondi: una persona che si trova a vivere con un piede nel presente e uno nel passato. Ho cercato di dare un quadro preciso della società dell'epoca, ma non ho scritto testi di storia, c'è molto di soggettivo in quello che descrivo. Il mio scopo non era tanto la fedeltà storica, ma la dimostrazione di una tesi, una mia opinione. Quello che emerge è come io sogno e m'immagino il XVIII secolo.

Quale sarà il suo prossimo romanzo?

L a storia che sto scrivendo appartiene ai giorni nostri: sarebbe stato il mio terzo romanzo ambientato in un'altra epoca, a quel punto sarei stato etichettato come scrittore di romanzi storici e non mi sarei più potuto permettere di uscire da quel cliché. Avevo anche voglia di scrivere qualcosa del mondo che mi circonda, ero stufo di lumi di candele e di carrozze e volevo raccontare la realtà che conosco. In un certo senso un piccolo aggancio storico c'è: parlo degli anni Cinquanta e, questa volta, ho fatto indagini in famiglia per saperne di più...
E poi ho fatto mille interviste ad amici, a parenti, a conoscenti, e questo lavoro preparatorio mi è piaciuto molto, mi ha permesso di entrare in contatto profondo con molte persone. Una sezione del libro parla della rivoluzione ungherese del '56 e sono stato introdotto in una piccola comunità di profughi ungheresi, approdati a Londra in quegli anni. È stata una bellissima esperienza per me conoscerli, fare insieme con loro grandi bevute, ascoltare musica, insomma entrare in rapporto.




Di Grazia Casagrande




9 giugno 2000