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Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi

Sono 110 gli autori che hanno contribuito a una raccolta di 150 liriche di quella che viene definita, secondo la dizione americana, jazz poetry: nomi illustri di poeti e di musicisti hanno offerto un loro testo, raro da reperire o totalmente inedito, spesso scritto appositamente per questa raccolta. I due curatori, Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi, che hanno ideato quest’opera, ne sono stati non solo gli organizzatori, ma anche i propulsori e sono loro due delle liriche qui pubblicate.

SwinginVersi è il secondo libro che avete curato assieme, dopo Jam Session, sempre per Lampi di stampa edizioni; cosa accomuna questi due volumi?

Francesca Tini Brunozzi
Il fatto di essere antologie e avere come argomento il jazz.

Guido Michelone
Aggiungerei la voglia e la volontà di mettere assieme tanti scrittori, tanti artisti anche e soprattutto di estrazioni molto diverse tra loro.

Il sottotitolo di SwinginVersi dice: “La poesia del jazz in Italia – 110 autori, 150 liriche”. Volete spiegarci più dettagliatamente di cosa si tratta?

Francesca Tini Brunozzi
Il titolo vuol significare da un lato il mezzo, l’antologia di poeti, dall’altro il messaggio, la poetica del jazz attraverso l’ottica della scrittura in versi.

Guido Michelone
Sì, per la prima volta in Italia sono stati riuniti tantissimi poeti, giovani e meno giovani, che si sono confrontati almeno una volta nella loro vita artistica o nella loro esperienza personale con il tema del jazz o con le sue suggestioni.

Come avete lavorato per SwinginVersi: ci sono analogie e differenze con Jam Session nel metodo di scelta e nel lavoro di selezione dei testi?

Francesca Tini Brunozzi
Ci sono molte differenze. Per SwinginVersi la scelta degli Autori è stata più ‘selettiva’, ossia si è concentrata su uomini e donne che provenissero dalla pratica della poesia e in parte da quella della forma-canzone. E quindi, in entrambi i casi, da una scrittura lirica.

Guido Michelone
In altre parole ci sono moltissimi scrittori che hanno composto versi sul jazz o per il jazz e anche diversi jazzisti che si sono cimentati come poeti, non sempre parlando di jazz, anche se di esso qualcosa di sottilmente percettibile si avverte sempre e comunque.

110 poeti sono davvero tanti e ad una prima lettura, con l’ordine di disposizione alfabetica che avete usato, spicca una certa eterogeneità stilistica: ma ci sono delle linee-guida o dei percorsi di ricerca all’interno di questo grande numero di autori?

Francesca Tini Brunozzi
La linea-guida principale è di avere come oggetto il jazz a vario titolo, nell’aspetto contenutistico (dal poeta Luca Ragagnin che parla di un album di Bill Evans, al cantautore Paolo Conte che scrive una canzone proprio sul jazz) o nell’approccio espressivo (da un lato i giochi di suoni di parole nel grande poeta Edoardo Sanguineti, dall’altro lato il sassofonista Francesco Aroni Vigone che cita Eugenio Montale nel suo disco).

Guido Michelone
All’inizio avevamo anche pensato a una divisione nell’antologia per settori, che so, i poeti surreali, quelli più naturalisti o ancora gli esponenti della neoavanguardia o della post-avanguardia: ma poi poteva diventare un’operazione molto opinabile e quindi abbiamo optato per l’ordine alfabetico, lasciando ai lettori di decidere se un poeta sia più sperimentale o realista dell’altro e così via.

Nella prefazione sostenete che il jazz sia ormai radicato nella cultura italiana, mentre nella postfazione constatate che per quasi tutto il novecento, tranne gli ultimissimi decenni, gli intellettuali in genere (e i poeti in particolare, tranne rare eccezioni) non abbiano amato il jazz e lo abbiano disconosciuto. Vogliamo approfondire la questione, anche in base alle scelte del libro?

Francesca Tini Brunozzi
Nella prefazione di SwinginVersi facciamo riferimento a un approccio musicologico verso il jazz, per così dire dal basso all’alto, quindi molto produttivo, pensiamo all’uso del jazz nel cinema, negli spot pubblicitari, nelle citazioni di alcuni DJ. Nella postfazione l’approccio letterario sembra dall’alto al basso, come risulta dallo scarso interesse di larga parte dei letterati nei confronti del jazz e della sua cultura, delle sue innovazioni che hanno positivamente influito sulla creatività di altri campi estetici: pensiamo ad esempio al concetto di improvvisazione applicato alla pittura, al teatro, alla videoarte o alla stessa letteratura, con i reading poetici, la scrittura automatica, la poesia visiva.

Guido Michelone
È una questione complessa: Francesca la vede da poetessa e io da musicologo e posso aggiungere che storicamente il jazz non è mai stato troppo presente nelle liriche di tutto il Novecento, tranne forse nel Futurismo, che pur aveva ufficialmente una posizione avversa ad una musica che definiva ‘negroide’. D’altronde i futuristi parlavano di tutti gli aspetti della vita contemporanea: tabarin, fabbriche, automobili, grattacieli, fox-trot, aeroplani, jazz-band…

Anche voi, come nel precedente Jam Session, vi siete antologizzati: come vi autodefinireste nel vostro approccio poeti al jazz?

Francesca Tini Brunozzi
Io poeta d’occasione, con due lavori, uno del 2000 su commissione (Time In The World), l’altro nel 2003 diaristico, traendo spunto da una vicenda vissuta.

Guido Michelone
Per me il discorso è forse più complesso: ho fondato un ensemble chiamato The Jazz Poetry Group, in cui cerco di far interagire jazz e poesia in modo assolutamente paritetico e le tre poesie che ho inserito in SwinginVersi risalgono proprio a quei primi tentativi.

Ci sono per voi spiccate preferenze, a livello di gusto personale, tra gli altri 108 poeti scelti? Quale potrebbe essere la lirica più bella del libro?

Francesca Tini Brunozzi
Le mie preferenze vanno a Edoardo Sanguineti, Marcello Frixione e Gabriele Quartero. La poesia più bella è una canzone di Paolo Conte, Sotto le stelle del jazz, comunque una bella ‘lirica’ se si finge di non conoscerla come canzone.

Guido Michelone
Anch’io scelgo una canzone, ma più per motivi affettivi: Quando una ragazza a New Orleans di Lelio Luttazzi è un testo forse un po’ leggero, ma che sociologicamente riflette benissimo l’idea ancora un po’ mitica che si aveva del jazz negli anni Cinquanta. E poi tra gli autori sono fierissimo di preferire Sanguineti, Benni, Loi, Erba, i due Conte, gli scomparsi Flores e Straniero, senza nulla togliere a tutti gli altri.

Avete altro da aggiungere o da dichiarare?

Francesca Tini Brunozzi
Anche stavolta il ricavato dei nostri diritti d’autore va tutto a Emergency, ai medici che operano nei paesi in stato di guerra.

Guido Michelone
Vorremmo concludere ringraziando Mariano Settembri, l’editore che come in Jam Session ha subito creduto nel progetto. E ricordare che io e Francesca ci siamo occupati anche dell’aspetto visuale del libro: per la copertina abbiamo infatti voluto coinvolgere il pittore Gibba di Torino che dipinge quasi esclusivamente ritratti di jazzisti, come il primo piano di John Coltrane del nostro libro.

Di Grazia Casagrande




20 luglio 2004